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Tempa Rossa parte in autobotte

di Luigia Ierace

4' di lettura

Il rischio di avere in Basilicata gli impianti finiti e pronti a produrre, ma con l’impossibilità di farlo per i veti della Puglia, si fa sempre più concreto, anche alla luce delle recenti decisioni dei ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico. La conclusione dei lavori al Centro Olio di Tempa Rossa della Total nel secondo giacimento petrolifero lucano slitterà al 2018, ma la produzione di 50mila barili di petrolio al giorno è bloccata per i ritardi autorizzativi e la forte opposizione sul versante pugliese del progetto, che prevede l’adeguamento delle strutture della Raffineria Eni di Taranto per lo stoccaggio e la movimentazione del greggio proveniente dalla Basilicata.

La Regione Puglia ha negato l’intesa e questo ha portato a un nuovo slittamento della messa in marcia, fissata nel programma lavori al 31 dicembre 2017.

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Total E&P Italia (in joint venture con Shell e Mitsui) ha così deciso di correre ai ripari by-passando i veti della Puglia e ipotizzando la messa in produzione di 20mila barili di petrolio al giorno facendo ricorso al trasporto su gomma, con circa 200 autobotti in partenza quotidianamente dal Centro Olio di Corleto Perticara verso raffinerie o poli logistici nazionali.

Tempi duri si profilano, quindi, per l’upstream in Italia e, in particolar modo, dopo il fermo in Basilicata da oltre 2 mesi del Centro Olio Val d’Agri dell’Eni con il conseguente crollo della produzione nazionale di idrocarburi. Alle preoccupazioni dei territori si affiancano i tempi lunghi della burocrazia e gli iter autorizzativi complessi che rendono sempre più difficile mettere a frutto le risorse interne del Paese. C’è tutto questo nei 28 anni trascorsi dalla scoperta del giacimento di Tempa Rossa nel 1989. Interamente sostenuto da capitali privati, e considerato strategico per il Paese, il progetto è stato approvato dal Cipe per un investimento di 1,6 miliardi di euro (1,3 sulla parte lucana e 300 milioni sulla parte tarantina).

Completati gli impianti, in Basilicata, anche se arrivasse il via libero dalla Puglia e l’Autorizzazione Unica ai lavori affidati all’Eni di adeguamento delle strutture logistiche della Raffineria di Taranto per stoccare e movimentare il greggio in arrivo da Tempa Rossa attraverso l’oleodotto Viggiano-Taranto, bisognerebbe comunque attendere circa due anni per la realizzazione delle opere. Un problema sempre più pressante per il forte impatto economico derivante alla compagnia francese che ha ipotizzato l’avvio della produzione con l’ausilio di autobotti.

Un terreno irto di ostacoli che sta suscitando le opposizioni sul fronte lucano, già alle prese con i problemi legati alla perdita di idrocarburi da un serbatoio nel Centro Olio Val d’Agri dell’Eni e il conseguente stop della produzione. Ed è querelle con la Puglia, tanto da spingere il governatore della Basilicata Marcello Pittella a invocare una «corresponsabilità dei territori» e a porre il dubbio: «Rispetto a impianti strategici che riguardano l’intero Paese, e in particolare due regioni, che facciamo? Creiamo le barricate?». Insomma, la Puglia del governatore Michele Emiliano insiste sulla linea del «no» e la Basilicata deve farsi carico dell’impatto ambientale sul proprio territorio di 200 autobotti?

Ma sono forti le perplessità sulla fattibilità della soluzione anche dal punto di vista autorizzativo. Per la compagnia francese è una “variazione non sostanziale del progetto approvato dal Cipe”, ma non sono dello stesso avviso il Ministero dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico. Il primo, si è pronunciato il 16 maggio sulla richiesta di Total, ritenendo che la variante proposta assume rilievo sotto l’aspetto localizzativo e comporta una sostanziale modificazione rispetto al progetto definito. E come tale necessita di un nuovo programma lavori e di una nuova Via. Dello stesso avviso anche il Mise che, pertanto, valuterà l’eventuale istanza della Total di modifica del programma lavori e deciderà, sulla base della Valutazione di Impatto Ambientale e delle indicazioni della Cirm (Commissione per gli idrocarburi e le risorse minerarie), se approvare o meno l’avvio della produzione ridimensionato e con autobotti. Ancora una questione di tempi, perché dopo i ministeri, saranno i territori a pronunciarsi.

Interessi economici a produrre (anche in misura minore) delle compagnie petrolifere, ma anche delle Stato e della Regione in termini di maggiore gettito fiscale, di royalties e di Pil e dall’altra parte timori per l’impatto ambientale dei “bisonti del petrolio” e l’incubo di sversamenti sulle strade così impervie della Basilicata. La Total ha già avviato un’interlocuzione con la Provincia di Potenza per un progetto di adeguamento di alcune strade provinciali. Il Comune di Corleto Perticara si è opposto al passaggio dei mezzi. E la materia diventa oggetto di scambio da parte del sindaco che chiede alla società francese posti di lavoro: l’assunzione dei 300 lavoratori locali che finito il Centro Olio torneranno a casa.

Intanto si attende una decisione e si disegnano scenari. Soprattutto si formulano interrogativi. Cosa succederà, alla luce delle indicazioni ministeriali, se non dovesse andare a buon fine la soluzione autobotti? La Total aspetterà, confermando l’investimento, tenendo l’impianto fermo o cambierà definitivamente le strategie industriali decidendo di lasciare, come ha già fatto la Esso nel 2013 a beneficio di Mitsui? E chi subentrerà (i partner Shell e Mitsui non sono operativi in Italia)? Potrebbe esserci un interesse di Eni a riacquisire le quote cedute nel 2002 al gruppo Total/Fina e quanto peserà la Raffineria di Taranto? Si attendono risposte.

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