analisiScandalo a Londra

Tempesta perfetta sulla via di Brexit

di Leonardo Maisano

(AFP)

3' di lettura

«È ora di ripulire le stalle». L’incoraggiamento a rimboccarsi le maniche e a spazzare Westminster e Downing Street dalla cultura sessista che impera arriva da una donna, gay, scozzese. Ruth Davidson è la star dell’ala liberal del Tory Party, quella, per intenderci, che la Brexit la sta subendo e alla Brexit dura s’oppone. La sortita lascia presagire che presto altre ammissioni di comportamenti oltre i limiti della decenza seguiranno a quella del ministro della Difesa Michael Fallon, reo confesso (per ora) di un peccato veniale, se paragonato al palmares degli scandali sessuali britannici. E dopo le ammissioni arriveranno – o dovrebbero arrivare - le dimissioni, spalancando l’uscio a un possibile, energico rimpasto rispetto alla semplice sostituzione di Michael Fallon.

La signora premier Theresa May, alla guida di un governo che si regge sul sostegno effimero ed economicamente dispendioso degli unionisti nordirlandesi, esce straordinariamente indebolita dalla nuova impennata della politica britannica avviata dal caso Weinstein. Michael Fallon era ministro d’esperienza e moderazione rispetto al radicalismo che spazza i conservatori. Il rimpasto futuro, se davvero seguirà a nuove, probabili puntate del sex scandal, ci dirà che vento tira in casa Tory. Se, cioè, prevarrà la fazione degli hard brexiters o quella dei soft remainers, se, paradossalmente, tassi di testosterone malamente impiegato potranno avere conseguenze sulle squadre che si disputano l’adesione britannica all’Europa.

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L’esegesi e i destini del debole pensiero conservatore di questo scorcio di nuovo millennio, tuttavia, interessano solo in chiave anglo-europea. E le nubi si addensano ben oltre il cotè della politica interna, scossa dagli abusi di deputati e ministri.

La decisione della Banca d’Inghilterra di alzare i tassi dallo 0,25 allo 0,5% conferma che dopo dieci anni la festa sta finendo. Il lento rialzo del costo del danaro s’è rimesso in moto. Per un popolo uso a un astronomico indebitamento personale, per un’economia declinata dai consumi interni non è una buona notizia. Piccola cosa – 0,5% era il tasso pre-referendum -, ma che va nella direzione più temuta. L’economia del Regno Unito tiene, ma è in caduta rispetto alle previsioni, debole a fronte del rafforzamento americano ed europeo.

A muovere le curve dei grafici è sempre il negoziato sulla Brexit. Lento oltre misura, ingolfato dall’impasse sul saldo del divorzio che Londra vuole quantificare a fine trattativa e Bruxelles chiede fin d’ora, prologo indifferibile a qualsiasi futura intesa. Dalla risoluzione di questa querelle dipende anche una possibile intesa su regole transitorie, destinate ad attutire l’impatto dell’exit dalla Ue. Quelle regole che imprese e banche continuano a chiedere consapevoli che il tempo è ormai trascorso: entro il marzo 2019 (ottobre 2018 in realtà per il calendario tecnico delle ratifiche) non sarà possibile avere un accordo finale su tutto. Senza intese-ponte quindi la temuta “caduta nel precipizio” post-europeo appare inevitabile.

Gli occhi sono ora puntati su metà dicembre quando Theresa May spera che i Ventisette diano il via libera alla seconda fase negoziale e i Ventisette sperano che Theresa May stacchi l’atteso assegno. La cifra che la signora premier metterà – se davvero la metterà - farà riesplodere la lotta interna alle due fazioni brexiters e remainers Tory che si fronteggeranno, rafforzate o indebolite, dagli sviluppi dello scandalo a luci rosse appena cominciato.

È su questo scenario di straziante incertezza e sconcertante leggerezza per un passaggio storico quale è la Brexit per Londra che si consolida l’iniziativa del Labour, sempre più incline a toni politici soft. Solo così si può leggere il passaggio parlamentare che per iniziativa laburista imporrà al ministero per l’Uscita dalla Ue di rendere pubblici i 58 studi sull’impatto economico, settore per settore, della Brexit. Il governo nel timore di “andare sotto” ai Comuni non si è opposto con la determinazione minacciata e ora la verità di Downing Street sul prezzo della non Europa sarà resa nota. E la sveglia potrebbe suonare forte e chiara per tutti. Basterà per cancellare il miraggio della lotta per la ritrovata “indipendenza” dagli occhi di un popolo intero ? Dipenderà, una volta di più, dalla capacità e soprattutto dalla volontà dei media britannici di comunicare la verità, missione clamorosamente fallita nella campagna referendaria della primavera 2016.

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