grandi banche in crisi

Tempo finito per Deutsche Bank. Via alla maxi ristrutturazione

di Isabella Bufacchi

Salta il supermatrimonio tra Deutsche Bank e Commerz


3' di lettura

Tempo scaduto per le promesse del rilancio a tappe lente di Deutsche Bank. È scattata irrevocabilmente l’ora della svolta, del giro di boa, dei fatti, degli annunci a raffica di misure draconiane e dolorose mirate una volta per tutte a tagliare costi, ridurre rischi, rilanciare redditività e top management, rendendo più efficace il processo decisionale. È quanto si aspettano gli azionisti e gli stakeholders di DB oggi, in occasione della convocazione di un consiglio di amministrazione straordinario che dovrebbe decidere come e in quanto tempo realizzare obiettivi ambiziosi e inderogabili.

Il più facile e immediato sarà la nuova struttura ai vertici: dopo l’annuncio dell’uscita di Garth Ritchie, capo della CIB, dovrebbe saltare la testa di Sylvie Matherat, responsabile di regolamenti e compliance e Frank Strauss capo del retail. La gestione passerebbe dalle attuali tre a quattro divisioni: private banking, asset management, CIB (con una forza lavoro attorno al 25% sul totale) e corporate banking.

L’ANALISI / La poca redditività in Europa e la sfida persa con gli Usa

Il punto di non ritorno è arrivato lo scorso 3 giugno quando il prezzo in Borsa del colosso tedesco ha toccato il minimo storico a quota 5,807 euro. Per il ceo Christian Sewing, alla guida di DB da poco più di un anno, la svolta è inderogabile e deve essere credibile: corre voce di un taglio di 15.000-20.000 posti di lavoro sugli attuali 91.730 di cui 41.700 circa in Germania, in un arco temporale tra 3 e 5 anni; ridimensionamento e cessione di attività, prodotti e servizi onerosi in termini di capitale o poco redditizi o in perdita. A questo proposito è nelle carte uno sfoltimento del ramo CIB (ora 51% dei ricavi) geograficamente con tagli concentrati nel non core, ovvero Usa (ora 9.275 dipendenti a tempo pieno) e Regno Unito (8.000 dipendenti) e cessione di attività in equity, derivati (valore nozionale in bilancio vicino ai 48.000 miliardi ma valore effettivo dopo netting e collaterale attorno a 20 miliardi) e finanza strutturata, per un controvalore complessivo di 50-80 miliardi a seconda del prezzo di cessione. L’accetta colpirà solo il business non-core, assicuravano ieri fonti bene informate, mentre resterà intoccato il core business in Germania, Italia, Francia e Spagna: confermata la vocazione di global player per i clienti europei.

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Tutto questo, stando alle fonti, senza ricorrere alla creazione di una “bad bank”, perché prodotti, servizi e attivi sarannoceduti tanto in bonis quanto in perdita e perché non saranno usate garanzie da parte dello Stato. Non si tratterà di spv ma andrà chiarito oggi come si passerà da “on” a off balance sheet: sarà costituita una non-core unit organization, che dovrebbe durare da 24 a 36 mesi, sulle linee di come fatto in passato da DB per uscire da Messico, Argentina, Cile, Barbados.

Questa ristrutturazione, stando alle indiscrezioni, dovrebbe assorbire 5 miliardi di capitale: la banca potrebbe farvi fronte senza l’ennesimo aumento di capitale, ma riducendo temporaneamente il CET1, ora tra i più alti in Europa, calando da 13,7% a 12,5%.

I problemi, le carenze, le vulnerabilità di DB sono annosi: dopo quattro anni di bilanci in rosso, nel 2018 la banca è tornata in utile (netto 341 milioni) ma il target di un RoTE superiore al 4% per il 2019 e del 10% su lmedio termine «con la normalizzazione del contesto di business» apparivano fino a ieri ben fuori portata, dopo l’1,3% del primo trimestre di quest’anno. Il rapporto costi/ricavi viaggiava al 93,2% lo scorso marzo (non basta più il traguardo di 21 miliardi per il 2021 e non è credibile il 65% promesso senza misure forti) troppo alto per rilanciare la redditività. Il leverage ratio è attorno al 4,1%, va migliorato perché basso rispetto alle rivali, il liquidity ratio del 140% pesa perché la liquidità in eccesso (70-90 miliardi sui complessivi 280 circa) costa quanto il tasso negativo -0,40% delle deposit facilities Bce.

Quel che però ha acceso il turbo alla ristrutturazione è il peggioramento del contesto molto lontano dalla “normalizzazione”: rallentamento economico più lungo e più severo del previsto, tassi negativi che corrodono i margini dal 2014 e che potrebbero presto calare ancora; crollo del 20% di profitti e commissioni nel capital markets di DB nel primo semestre 2019, il peggiore andamento nella classifica delle prime dieci investment bank mondiali secondo Refinitiv. Le sole voci su taglio del personale, non-core unit, meno CIB in rosso e riorganizzazione del top +management hanno riportato il prezzo in Borsa a 7 euro: + 18% in un mese.

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