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Tempo libero in crisi: dal 2020 persi oltre 7mila bar, hotel e discoteche

Tra iscrizioni e cancellazioni al Registro delle imprese, si contano 532 alberghi, 111 discoteche e 7.049 bar in meno. Solo ristoranti e palestre non hanno subìto tracolli

di Dario Aquaro e Michela Finizio

Covid: Roma, commercianti tengono ancora le mascherine

3' di lettura

Le imprese del tempo libero sono diventate un po’ meno libere. La crisi dell’ultimo biennio ha reso più sottili gli equilibri su cui si reggono le attività e impone di fare i conti con le cicatrici lasciate dalla pandemia. Tra iscrizioni e cancellazioni, sono quasi 2mila le aziende del leisure “sparite” dai registri delle Camere di commercio nel solo 2021. Nel dettaglio, risultano 7.049 bar, 532 alberghi e 111 discoteche in meno rispetto all’inizio del 2020, mentre ristoranti e palestre resistono e cercano di invertire la rotta.

CHI SCENDE E CHI NO
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La pandemia e gli aiuti

Il bilancio dei principali settori del tempo libero arriva dai dati di Infocamere aggiornati a marzo 2022, con il trend delle imprese registrate negli ultimi cinque anni (si veda la grafica). La pandemia si è abbattuta soprattutto su queste 384mila attività, che impiegano 1,4 milioni di addetti. E a frenare le cadute non sono bastati gli aiuti dello Stato, a partire dai contributi a fondo perduto. Dal decreto Rilancio del 2020 al decreto Sostegni-bis del 2021, in due anni il Fisco ha erogato indennizzi per quasi 25 miliardi: circa un quinto dei quali, 5 miliardi, è andato proprio a chi opera in questi comparti.

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I contributi sono spesso caduti a pioggia su tutte le partite Iva, con scarsa efficacia (si veda il pezzo in basso). Ma a volte hanno agito selettivamente: si pensi ai bar e ristoranti indennizzati per le chiusure del Natale 2020; o agli aiuti rifinanziati dal decreto Sostegni-ter, e ancora attivi, dedicati a discoteche e aziende dell’Horeca (hotellerie-restaurant-catering). In attesa di futuri (inevitabili?) nuovi sostegni, oggi le imprese del leisure guardano con preoccupazione alle possibili ulteriori ondate del Covid (minacciate dalle varianti) e agli effetti della guerra in Ucraina, diretti e no: dal calo dei turisti stranieri alle fiammate sui prezzi energetici.

Hotel tra chiusure e costi

Negli ultimi due anni le strutture ricettive hanno incassato 181,6 milioni di euro di contributi a fondo perduto. Nello stesso periodo il Registro imprese ha “perso” 532 alberghi. «Sono dati che non ci sorprendono dopo due anni di “blocco delle macchine”», commenta con una metafora industriale il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, ricordando l’arresto integrale del turismo internazionale e sottolineando che metà delle strutture ricettive italiane è in affitto. «Il tax credit del 60% sui canoni di locazione ha aiutato – prosegue Bocca – ma il restante 40% ha continuato a pesare. Nel frattempo alcune rate Imu sono state sospese, ma altre sono state pagate». Federalberghi, inoltre, ricorda che dal 1° gennaio 2022 sono state interrotte le moratorie sui mutui bancari. «Ci sono costi che continuano a correre, legati agli impianti e alla manutenzione», spiega il presidente. Che aggiunge: «Anche se dai 100mila euro per albergo, le risorse non bastano, quando la perdita totale del comparto è di circa 15 miliardi in un anno».

Bar penalizzati, ristoranti meno

A bar, ristoranti e discoteche sono invece stati destinati finora 3 miliardi di euro di ristori, a fronte di 78 giorni di chiusure durante il primo lockdown, a cui si è aggiunta la serrata da novembre 2020 a maggio 2021.

A subire la crisi più profonda sono stati i bar, anche se dietro i numeri delle attività “perse” si nascondono diversi fenomeni, non solo il Covid. «I bar erano già in difficoltà prima della pandemia, in particolare nei centri storici», afferma Luciano Sbraga, direttore del centro studi della Federazione italiana dei pubblici esercizi (Fipe). Ricordando che il settore, tra bar e ristoranti, ha sempre avuto un alto tasso di mortalità delle imprese, pari al 55-60% a 5 anni dall’avvio. Il saldo finale, oggi, viene aggravato dalla crisi. Tra il 2020 e il 2021 sono state chiuse 45mila attività e nel frattempo le nuove iscrizioni, soprattutto di bar, sono crollate. «Rispetto ai ristoranti – dice Sbraga – lavorare in un bar è meno attrattivo e più faticoso a causa degli orari e della continuità di presenza fisica richiesta. E resta molto sensibile alla domanda turistica e agli spostamenti casa-lavoro, drasticamente ridotti con lo smart working».

Il trend dei bar (-7.049 imprese rispetto a marzo 2020) è in netta controtendenza rispetto a quello dei ristoranti (+9.073). La spiegazione sta anche nei limiti delle classificazioni camerali. «Il confine tra bar, per definizione senza cucina, e ristorante è sempre più labile. Si va verso attività più complesse, capaci di diversificare i servizi», osserva ancora Sbraga, sottolineando come le nuove attività preferiscano registrarsi nella categoria dei ristoranti: il “vestito” del bar sembra diventato troppo stretto.

A chiudere i battenti sono state anche 3.500 discoteche negli ultimi due anni, con un saldo finale di 111 piste da ballo “perse” rispetto al periodo pre-Covid. «Si tratta di attività meno elastiche, più complesse, che già soffrivano le limitazioni imposte negli ultimi anni su orari e consumi di alcolici. Chiudere a lungo – nota il direttore del centro studi Fipe – può diventare insostenibile».

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