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Tenaris, da Dalmine la sfida per l’energy transition del gigante dell’Oil&Gas

Il gruppo mantiene le posizioni sui mercati tradizionali e si propone come protagonista della transizione

di Matteo Meneghello

Tubi TenarisDalmine. Punta al mercato della transizione energetica

3' di lettura

In uno scenario new normal proiettato, almeno in Europa, verso una progressiva decarbonizzazione accompagnata dagli interrogativi sui costi energetici per le imprese, TenarisDalmine conferma la presa nei mercati di riferimento tradizionali dell’oil&gas e dell’automotive, ma prova a proporsi con convinzione anche come protagonista dell’energy transition, sia sul piano delle opportunità di business esterne che sul fronte interno, con programmi di efficienza energetica e riduzione delle emissioni che vedono i siti italiani in prima fila rispetto agli impegni globali del gruppo.

Segnale paradigmatico

Un segnale paradigmatico, da questo punto di vista, è la commessa da 15mila tonnellate per fornire tubi legati al progetto di carbon capture di Equinor, nel mare del Nord. «È la prima commessa di dimensione significativa che trattiamo in questo ambito - conferma il ceo di TenarisDalmine, Michele Della Briotta -, anche se stiamo seguendo i progetti di Eni a Ravenna e stiamo valutando altre opportunità in Uk. Lavoreremo la commessa di Equinor da marzo a giugno».

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Dall’idrogeno al geotermico

Ma in generale lo spettro d’applicazione dei prodotti del gruppo nel mondo non-oil è ampio. Si va dall’idrogeno - per il trasporto del quale TenarisDalmine già produce maxi-bombole in acciaio speciale, ma che in futuro potrebbe avere anche bisogno di pipe-line - fino al geotermico. «Si tratta di nicchie - spiega Della Briotta -, ma che stanno crescendo a una velocità molto rapida. Abbiamo individuato circa 350 progetti di energy transition nel mondo che, da qua al 2030, potranno potenzialmente vedere l’utilizzo dei nostri prodotti, per un controvalore di 350 miliardi di dollari. Bisogna considerare - aggiunge l’amministratore delegato - che il comparto oil&gas offshore cuba oggi circa 250-300 miliardi all’anno. L’effetto sostituzione è ancora lontano, ma senza dubbio la strada è stata imboccata». Nello specifico dei large vessel per l’idrogeno, gli stabilimenti italiani ed europei dovrebbero raggiungere la saturazione già entro il prossimo triennio; in generale, anche se a livello mondiale questo tipo di ambito presenta ancora un’incidenza inferiore al 10% sul totale del giro d’affari del Gruppo, in Italia e in Europa la percentuale di incidenza è già a doppia cifra.

Il fronte interno

Al percorso di trasformazione verso l’esterno si accompagna lo sforzo per gestire la transizione energetica sul fronte interno. Un tema che diventa sempre più centrale, dopo la corsa dei prezzi degli ultimi mesi. «Tenaris – spiega Della Briotta – ha assunto un impegno pubblico: ridurre del 30% le emissioni di CO2 al 2030. È un impegno importante, che coinvolge anche le unità al di fuori dell’Europa. L’Italia però può fare da pivot: stiamo facendo uno sforzo ingegneristico notevole per investire sull’utilizzo di energie rinnovabili e sull’efficienza energetica». L’amministratore delegato cita, a titolo di esempio, il recente investimento sulla capacità di laminare tubi di grande dimensione, che «permette una riduzione dell’uno per cento delle emissioni, perché evita un passaggio dal laminatoio primario al secondario».

Il riciclo

Sul fronte del recupero del waste è in pista un progetto per avviare un impianto pilota destinato alla cattura della CO2 emessa dalla centrale di Dalmine: «cercheremo di utilizzare fondi messi a disposizione del Pnrr – spiega -, oppure risorse disponibili a livello di comunità europea». Il progetto più importante, ma anche il più difficile da realizzare, ha infine a che fare con la possibilità di utilizzare l’idrogeno all’interno del ciclo produttivo. Il piano, annunciato all’inizio del 2020, vede il coinvolgimento di Snam ed Edison. Anche in questo caso, secondo Della Briotta, le risorse messe in campo dal piano di resilienza nazionale avranno un ruolo fondamentale. «Il piano è ambizioso, ma costoso – spiega l’amministratore delegato -. A conti fatti, comporterebbe un aumento dei costi operativi dell’azienda nell’ordine del 10-15%, ma con l’attuale quadro di costi legati a gas e CO2 è difficile potere immaginare una messa a terra del progetto nel breve periodo e i conti andranno probabilmente rifatti. È un bel salto in avanti, in un contesto di mercato che, al momento, a parte il mondo dell’automotive, non si dimostra pronto a riconoscere un valore tangibile agli sforzi fatti sul piano della sostenibilità». L’azienda però resta convinta della correttezza della scelta: in questi mesi è stato messo in campo un investimento insieme a Tenova, Techint e Snam, per iniziare ad adattare gli impianti all’utilizzo dell’idrogeno, installando bruciatori pronti ad essere alimentati a idrogeno nei forni di trattamento di Dalmine.

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