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Tennis, le Atp Finals di Torino una nuova sfida per l’Italia

Dal 14 al 21 novembre si sfideranno gli 8 campioni più forti al mondo e per il Paese è un nuovo tassello di credibilità nell’organizzazione di eventi

di Monica D'Ascenzo

(ANSA)

5' di lettura

«Le Atp Finals di Torino sono una grandissima dimostrazione di come I’Italia, l’amministrazione comunale di Torino e la Federazione Italiana Tennis abbiano saputo competere con altre grandi città al mondo e ottenere di poter ospitare un evento tanto rilevante. È un segnale di quanto il turismo sportivo sia ancora vivo per il Paese, anche perché abbiamo dimostrato di poter realizzare eventi di grandi dimensioni anche in piena pandemia, come Cortina 2021. Le Atp saranno un ponte verso Milano Cortina 2026, che sarà la prima Olimpiade fortemente decentrata con 2 regioni Lombardia e Veneto e due province autonome come Trento e Bolzano». Stefano Dealessi, fondatore e amministratore delegato di DAO, è convinto che questo nuovo banco di prova per il settore degli eventi sportivi internazionali in Italia possa essere un tassello nella costruzione di una sempre maggiore credibilità del Paese.

Le Nitto Atp Finals si giocheranno a Torino dal 2021 al 2025. La città piemontese è la quindicesima ad ospitare il prestigioso evento di fine stagione tennistica, che ha celebrato il suo 50mo anniversario nel 2020. La manifestazione avrà luogo dal 14 al 21 novembre al Pala Alpitour di Torino, l’impianto indoor più grande d'Italia, che per l’occasione prevede la configurazione standard dell'impianto con circa 12.000 spettatori, anche se le decisioni del Cts stanno creando problemi per quanti avevano prenotato i biglietti.

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«Si tratta di una sfida importante per il sistema sportivo italiano, dopo 10 anni di Londra, perché ospiteremo il gran finale della stagione del tennis maschile, con gli otto migliori singolaristi e le otto migliori coppie di doppio che si battono per l’ultimo titolo della stagione» spiega Dealessi, la cui società si è occupata della gestione corporate dell’evento nell’organizzazione di un'esperienza sportiva per le grandi aziende italiane e internazionali, che hanno deciso di investire nella manifestazione. «Il progetto corporate prevede 850 posti dedicati alle aziende, con una serie di servizi. Fra le imprese investitrici l’85% è rappresentato da grandi aziende italiane e il 15% da estere. L’ accordo prevede un arco temporale di 5 anni e ci aspettiamo nel tempo un incremento delle visite dall'estero, al momento limitate, probabilmente, anche dalla pandemia» sottolinea l’imprenditore, che con la sua azienda ha curato la sponsorship di eventi sportivi internazionali, quali i Mondiali FINA 2009 di Roma, Mondiali FIVB Men's Volleyball Italia 2010, la FED Cup 2013 di Palermo, l’America's Cup World Series 2013 di Napoli, i Mondiali di Figure Skating 2018 di Milano e i Campionati FIA Formula-e 2018/2019.

L’effetto traino dello sport

«L'Italia ha una storia rilevante e importante nell'organizzazione dei grandi eventi sportivi. Il sistema Paese funziona bene in queste circostanze e quando c'è qualità le aziende italiane supportano queste iniziative. Nel caso delle Atp Finals di Torino, il comparto di clienti che ha acquisito più biglietti è quello finanziario e assicurativo, a cominciare dalla banca che dà il titolo a questa manifestazione, Intesa Sanpaolo, che ha dimostrato un impegno straordinario per supportare l’evento» sottolinea Dealessi, che con Dao a Torino è anche advisor per Giorgio Armani, di cui si occupa storicamente seguendo per il lato sportivo lo scouting di atleti e il contratto con il Coni. Alle Atp Finals lo stilista italiano è sponsor tecnico della manifestazione con EA7, la linea Emporio Armani.

«Credo che ci siano degli eventi sportivi che indiscutibilmente portano un awareness sportiva internazionale al brand Italia, intesa come notorietà, conoscenza, diffusione. Se come Paese vinci l'oro nei 100 metri alle Olimpiadi o gli Europei di calcio a Wembley contro gli inglesi, questo ha sicuramente un riflesso sulla diffusione della notorietà del brand Italia e di conseguenza anche una ricaduta positiva sulla reputazione delle aziende italiane. La grande qualità italiana a livello industriale e di servizi viene così associata all’estero anche alla qualità dei risultati sportivi e innesca un circolo virtuoso che ha ricadute anche economiche» sottolinea il ceo di DAO, che prosegue: «A livello nazionale, poi, certe vittorie hanno una forte valenza sociale: il fatto che ci siano tante squadre che vincono serve ad avvicinare i giovani alla pratica sportiva, che affianca così la scuola nel formare i cittadini di domani. L'effetto traino dei successi sportivi è, quindi, duplice: esterno per supportare il brand Italia e interno per l'impatto sociale che ha sui giovani».

Gli atleti come ambassador

«Lo sport è oggi sia come evento sia come atleta ha contenuti forti da proporre alle aziende. Quando parlo di atleti parlo di ambassador, non di influencer, perché hanno caratteristiche non solo da sportivi ma anche di elevata caratura morale. Per questo da sempre funziona l'abbinamento di grandi brand a sportivi, che rappresentano valori quali il sacrificio, la determinazione, il fare squadra, la resilienza» spiega Dealessi, che aggiunge: «Come amministratore delegato di una società che si occupa di talenti sportivi ho la mission di consentire agli atleti di valorizzare i loro successi anche fuori dal campo. Li presentiamo alle imprese e cerchiamo di creare rapporti che possano essere producenti per entrambi le parti. Perché funzioni, però, non basta che un atleta vinca, deve saper comunicare per far crescere il proprio seguito, deve avere contenuti da esprimere e saper affermare la propria visibilità». DAO, attiva nel settore da 18 anni con un team al 64% composto da donne e con un età media di 38 anni, rappresenta oggi 56 atleti tra cui Federica Pellegrini, Paola Egonu, Luigi Datome, Arianna Fontana, Luigi Busà e Tania Cagnotto.

Molti dei campioni citati non sono però professionisti. In Italia il professionismo sportivo è riconosciuto solo da cinque federazioni e solo agli uomini: calcio, basket, ciclismo, golf e pugilato. Questo si traduce nel fatto che gli atleti devono mantenersi e soprattutto pianificare il proprio futuro, soprattutto se non sono parte delle forze armate che garantiscono loro una certa tranquillità dal punto di vista della remunerazione e delle tutele. «Gli atleti devono anche pensare a cosa succede dopo la carriera sportiva e costruirsi un futuro. Noi cerchiamo di metterli nelle condizioni di studiare, di avere borse di studio per avere una preparazione adeguata. All’università Bocconi, in occasione dell’inaugurazione della palestra, erano presenti fior fior di atleti-studenti e tutte le università italiane dovrebbero riconoscere il valore aggiunto che gli sportivi possono dare agli atenei, prevedendo borse di studio come avviene negli Stati Uniti» sottolinea il ceo di DAO aggiungendo: «Abbiamo esempi eccellenti, come Giulia Terzi, 5 medaglie alla paralimpiadi di Tokyo e 2 lauree. E' una questione culturale: chi fa il nostro mestiere deve anche aiutare a individuare la strada che ci sarà dopo il professionismo sportivo e supportare la loro formazione».

Fra i campioni che segue Dealessi ricorda in particolar modo la scelta di Flavia Pennetta: «Aveva vinto uno slam, finiva la stagione come numero 5 al mondo e annunciò che aveva deciso di lasciare il tennis a fine anno. Aveva 33 anni e l'anno dopo ci sarebbero state le Olimpiadi. Lei ha fatto una cosa grandiosa perché ha lasciato all'apice ed è felice. Ma i tennisti, in genere, hanno un’alta preparazione personale perché viaggiano molto fin da giovani, conoscono le lingue e sono atleti che sono abituati a dialogare bene con i loro investitori. Il tennis è uno sport di grande solitudine, fatica e stress ma ti dà una formazione solida e una certa maturità, anche per poter affrontare la vita dopo il professionismo sportivo».


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