Editoriali

Tensioni e prove dalle faglie del post-Covid

Ecologia e digitalizzazione rappresentano i due assi di trasformazione principali che permeano le speranze di questa nuova fase della metamorfosi.

di Aldo Bonomi

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(EPA)

Ecologia e digitalizzazione rappresentano i due assi di trasformazione principali che permeano le speranze di questa nuova fase della metamorfosi.


3' di lettura

Le accelerazioni indotte dal Covid-19, fenomeno tutt’altro che esogeno al contesto umano, hanno reso più espliciti i nodi fondamentali della nostra epoca. Dalle retoriche sulla globalizzazione siamo passati ad interrogarci sul “ new normal”. La nuova normalità scavata dal virus ha posto in luce faglie già attive nel nostro sistema e ne ha prodotte di nuove. Allo stesso tempo, il fronteggiamento del Covid ha prodotto tracce di una maggiore propensione degli attori ad inquadrare i rischi collettivi all’interno di una cornice di interdipendenza. Ecologia e digitalizzazione rappresentano i due assi di trasformazione principali che permeano le speranze di questa nuova fase della metamorfosi. Come spesso accade vengono assunte dall’alto per postulare una nuovo orizzonte di normalità, intrinsecamente migliore della precedente. Tuttavia, se la società non ha il giusto spazio di protagonismo nel determinare la trasformazione ecologica e digitale, più che soglie di dialogo essa genera forze di reazione che alimentano potenti tensioni nella faglia. Non c’è green economy senza green society dialettica che vale anche tra smart city e social-city, tra umano e digitale tra prossimità e simultaneità . Questo discorso vale a maggiore ragione oggi, in rapporto alla faglia madre del rapporto tra natura, cultura e tecnologia, che rimanda alla crisi dell’Antropocene, al rapido venire avanti del Tecnocene e alla necessità di mettere in mezzo un Umanesimo radicato nelle comunità e nella società.

Come si declina questa faglia epocale nelle faglie territoriali? E come fare soglia? Il Covid accelera il processo di riconversione ecologica come incorporazione del limite nelle filiere produttive e nelle economie locali ridefinendo il rapporto tra metropoli-smart city, aree dei margini ad alta dotazione di risorse ambientali e città medie-smart land di commutazione di saperi e competenze. Tre dimensioni tenute assieme nello spazio di rappresentazione di piattaforme a geometria variabile in cui si ridefinisce il rapporto tra Italia ed Europa, Nord e Sud del Paese, Sud e Mediterraneo, macroregioni agganciate al processo di riconfigurazione della globalizzazione nel medio raggio europeo. Qui la faglia tra avanguardie territoriali e imprenditoriali e corpaccione in lenta riconversione impatta sulla filiera istituzionale Europa-Stato-Regioni. La riconversione induce riposizionamento delle rappresentanze sociali, interroga sul ruolo delle multiutilies, sul sistema del credito e dei saperi. Le faglie territoriali diventano così campo di una possibile rigenerazione del ruolo delle politiche pubbliche come statualità diffusa che accompagna ed innerva con scuola, università, medicina di territorio, infrastrutture dolci le piattaforme territoriali, le città sino ai piccoli comuni. La possibile rigenerazione umanistica dei territori è questione di Antropocene ma anche questione di ruolo della comunità di cura nella ridefinizione del welfare, come campo di esercizio di un’economia sociale territorializzata, responsabilizzante per le collettività locali, per i tecnici e per gli amministratori locali, in rapporto con la comunità operosa dell’impresa in transizione. Se la faglia dell’Antropocene aveva già prodotto un pur lento e contraddittorio percorso di riconversione ecologica, che speriamo possa avere impulso dalle risorse europee, la faglia del Tecnocene è invece venuta avanti con tutta la sua forza tellurica proprio in corrispondenza dell’emergenza pandemica. La massiccia e rapida dislocazione di tanta parte della vita produttiva e riproduttiva sul digitale si è tradotta in una generale remotizzazione dei rapporti sociali tale da aprire numerose faglie che si muovono da questioni macro della governance dei big data, al rapporto tra chi raccoglie/produce dati e chi li trasforma in beni e servizi di valore, al rapporto tra modelli di sviluppo e riproduzione sociale.

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L’imporsi del capitalismo delle piattaforme digitali impatta anche sui territori, ridefinendo il rapporto densità/dispersione urbana con effetti rilevanti sulle politiche urbane, sul governo delle città, di ridefinizione delle politiche dell’abitare e dei servizi di riproduzione sociale, quindi sui mercati real estate, sulle reti di mobilità, etc.

Questo effetto rimanda all’impatto della digitalizzazione sulle forme dei lavori, sullo statuto del lavoro digitale, sulla determinazione del valore del lavoro a distanza e il rapporto tra lavori di front office e di back office. Da qui l’aprirsi di altre faglie sociali. La digitalizzazione pone nuove questioni di ridefinizione del welfare, al centro della quale sta una diversa concezione del rapporto tra tecnostrutture e dimensione umana. La complessità del combinato disposto tra Antropocene e Tecnopocene richiede un grande investimento in capacità di governo, che non si riduce al dibattito più o meno Stato, ma è anche questione di mettere in mezzo un intelletto collettivo radicato nei territori per tessere e ritessere coesione sociale.

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