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Tensioni sui migranti, ecco quali sono le regole (vigenti) sui salvataggi

Il «diritto internazionale del mare», che regola e codifica i comportamenti a cui gli Stati si devono attenere, è costituito da un insieme di convenzioni e accordi

Migranti: a bordo della Geo Barents, alla ricerca di un porto sicuro

4' di lettura

L’antica (e spinosa) questione delle migrazioni sulla rotta del Mediterraneo torna prepotentemente alla ribalta a Bruxelles dopo gli anni di pausa dovuti prima al Covid e poi alla guerra in Ucraina. La proposta della Commissione per superare le regole di Dublino è stata avviata al percorso negoziale tra Consiglio e Parlamento ma, nel mentre, i casi di Humanity e Geo Barents ripropongono tensioni già viste tra l’Europa e Roma.

Bruxelles richiama al dovere «legale e morale»

L’esecutivo Ue ha infatti ricordato che salvare le vite in mare è un dovere «legale e morale» e che, in base alle norme internazionali, bisogna tenere le persone su quelle navi «il minor tempo possibile». Insomma, la strategia dello sbarco selettivo adottata dall’Italia non convince Bruxelles che, pur salutando «con favore» l’approdo a terra di oltre 400 migranti, chiede alla autorità competenti di collaborare e fornire loro «un luogo adatto in modo che possano scendere a terra» tutti. Detto questo, la Commissione sta adottando toni più che diplomatici ed è chiaro che non vuole aprire un capitolo di scontro aperto con il governo di Giorgia Meloni.

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Un insieme di convenzioni e accordi

Dal punto di vista giuridico il «diritto internazionale del mare», che regola e codifica i comportamenti a cui gli Stati si devono attenere, è costituito da un insieme di convenzioni e accordi. Il perimetro è sostanzialmente definito da due documenti, entrambi sottoscritti dall’Italia: la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos) del 1982 e, per quanto riguarda l’Europa, il Regolamento di Dublino del 2013 in tema di richiesta di asilo. A questi si aggiungono il Safety of life at sea (Solas) del 1974 che riguarda la Convenzione Internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare, la Sar firmata ad Amburgo nel 1979 e che affronta il tema della sicurezza della navigazione dei mercantile e infine, per quanto riguarda l’assistenza, la convezione Salvage firmato a Londra nel 1989.

“Place of safety”

Punto di sintesi delle diverse convenzioni è il soccorso rapido di eventuali naufraghi a cui deve essere garantito lo sbarco in un luogo sicuro, codificato nell’acronimo Pos dalle parole “place of safety”. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos) fissa un regime globale di leggi ed ordinamenti degli oceani e dei mari che stabilisce norme che disciplinano tutti gli usi delle loro risorse. All’articolo 98 vengono definiti gli obblighi di soccorso. «Ogni Stato deve esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera - nella misura in cui gli sia possibile adempiere senza mettere a repentaglio la nave, l’equipaggio o i passeggeri- ... proceda quanto più velocemente è possibile al soccorso delle persone in pericolo, se viene a conoscenza del loro bisogno di aiuto; presti soccorso, in caso di abbordo, all’altra nave, al suo equipaggio e ai suoi passeggeri e, quando è possibile, comunichi all’altra nave il nome della propria e il porto presso cui essa è immatricolata, e qual è il porto più vicino presso cui farà scalo». Nello stesso articolo si definiscono i criteri del soccorso e della ricerca. «Ogni Stato costiero - è detto - promuove la costituzione e il funzionamento permanente di un servizio adeguato ed efficace di ricerca e soccorso per tutelare la sicurezza marittima e aerea e, quando le circostanze lo richiedono, collabora a questo fine con gli Stati adiacenti tramite accordi regionali».

Obbligo di collaborazione

L’obbligo di collaborazione per i soccorsi è stato ulteriormente specificato nei trattati Safety of life at sea (Solas) e Sar. Il Regolamento di Dublino definisce «i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide». Nel documento, in particolare, si afferma che gli «Stati membri esaminano qualsiasi domanda di protezione internazionale presentata da un cittadino di un paese terzo o da un apolide sul territorio di qualunque Stato membro, compreso alla frontiera e nelle zone di transito». In tema di criteri per determinare lo stato membro competente il Regolamento sancisce che gli Stati membri «tengono conto di qualsiasi elemento di prova disponibile per quanto riguarda la presenza nel territorio di uno Stato membro, di familiari, parenti o persone legate da altri vincoli di parentela con il richiedente»

I numeri degli arrivi

Dall’inizio dell’anno, stando all’ultimo bollettino di Frontex, l’agenzia per il controllo dei confini europei, sulla rotta del Mediterraneo Centrale si sono registrati oltre 65mila arrivi, con un aumento del 43% rispetto all’anno passato e «arrivi giornalieri che mettono a dura prova le capacità di accoglienza in Italia». In generale il trend è in forte incremento in tutta l’Ue, con dati mai così alti dal 2016 (in tutto in nove mesi ci sono stati circa 228mila ingressi irregolari nell’Ue). Certo, se si guarda a est il confronto impallidisce: dall’Ucraina sono entrate 237mila persone in una sola settimana alla fine di ottobre, senza contare che dall’inizio della guerra sono stati oltre 10 milioni gli ucraini accolti nell’Ue - ma quasi 8 milioni sono anche tornati in Ucraina non appena è stato possibile.


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