ENERGIA

Tensioni sul petrolio: riemerge l’allarme Venezuela

di Sissi Bellomo

Venezuela, quando il petrolio non porta più ricchezza

3' di lettura

Nell'industria petrolifera cresce l'allarme per il Venezuela. La situazione nel Paese si è ulteriormente aggravata dopo che ConocoPhillips ha vinto un arbitrato internazionale per gli espropri subiti nel 2007. La compagnia americana ha iinfatti iniziato a sequestrare beni di Pdvsa, con l'obiettivo di recuperare 2 miliardi di dollari. Le azioni sono dirette in particolare verso gli impianti carabici della società venezuelana: siti di stoccaggio e di raffinazione del greggio nelle ex Antille olandesi, da cui transitano un quarto delle esportazioni petrolifere di Caracas.

Conoco ha già preso il controllo del terminal petrolifero di Bopec, sull'isola di Bonaire, da cui transitano 10 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti raffinati. L'hanno confermato le autorità locali. Secondo la Reuters Conoco avrebbe inoltre messo le mani anche su 4 milioni di barili di greggio custoditi nei depositi del terminal Statia, di proprietà dell'americana NuStar Energy, sull'isola di Saint Eustatius, e starebbe tentando di pignorare combustibili di Pdvsa a Curaçao.

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Per contenere i rischi Pdvsa venerdì aveva ordinato l'immediato rientro in porto di alcune petroliere. Gli ultimi sviluppi hanno contribuito a spingere le quotazioni del petrolio ai massimi da 3 anni, oltre 70 dollari al barile nel caso del Wti e oltre 76 dollari nel caso del Brent.

Il mercato era già in forte tensione in vista dell'appuntamento di sabato, quando il presidente americano Donald Trump deciderà se ripristinare le sanzioni contro l'Iran. Lunedì gli Stati Uniti annunceranno nuove misure anche contro Caracas: lo farà il vicepresidente Mike Pence, in un discorso all'Organizzazione degli Stati Americani in cui chiederà anche un rinvio delle elezioni presidenziali, convocate per il 20 maggio, che vedono di nuovo in corsa Nicolas Maduro.

Non è chiaro se nel mirino di Washington ci sia l'industria petrolifera venezuelana. Questa tuttavia è già al collasso. La produzione del Paese sudamericano, travolto da una gravissima crisi economica e umanitaria, è oggi ridotta ad appena 1,5 milioni di barili al giorno.

Dal 2015 il calo è stato di circa 1 mbg: secondo molti analisti ben più di quanto si perderebbe con il ritorno delle sanzioni americane contro l'Iran.
L'Unione europea questa volta non dovrebbe infatti accodarsi agli Usa nel prendere misure contro Teheran: Francia e Germania hanno detto chiaramente di non aver rilevato violazioni dell'accordo del 2015 sul nucleare e di essere disposte solo ad eventuali integrazioni.

D'altra parte Washington, per costringere il resto del mondo a collaborare, potrebbe anche imporre sanzioni extra-territoriali, come ha fatto di recente nel caso della russa Rusal. In alternativa potrebbe complicare le transazioni finanziarie con Teheran, al punto da scoraggiare anche gli europei. Sono anche queste incertezze a complicare le previsioni sul potenziale impatto in termini di esportazioni petrolifere: le stime degli analisi vanno da una perdita di 300-400mila bg fino a 1 mbg e più nelle ipotesi più pessimiste.

L'Iran, il terzo produttore dell'Opec alle spalle di Arabia Saudita e Iraq, oggi estrae 3,8 mbg e ad aprile ha esportato un record di 2,6 mbg, secondo stime di Kpler: più del doppio rispetto a quando era sottoposta a sanzioni internazionali.
In passato Riad aveva compensato le perdite di petrolio iraniano. Oggi come oggi tuttavia potrebbe non essere interessata a farlo. Il Governo saudita, secondo indiscrezioni lasciate filtrare alla stampa, punta a far correre il prezzo del barile oltre 80 dollari. E finora non ha aperto i rubinetti di fronte a nessuna emergenza. Anzi, ha continuato a tagliare la produzione oltre gli obiettivi assegnati nel patto tra Opec e Russia

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