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Terapia intensiva, il virus si vince facendo squadra

In Lombardia la presenza di una rete è stata fondamentale. Solo così si è potuta creare una risposta unitaria da parte delle strutture sul territorio regionale, con la distribuzione dei casi in base alla disponibilità dei letti dei diversi servizi

di Federico Mereta


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(Ansa)

4' di lettura

I numeri fanno paura. E non si vede, all'orizzonte, il picco dell'infezione da Sars2-CoV-2019, il coronavirus che sta creando una situazione di vero e proprio stress non solo per le strutture di terapia intensiva, ma anche e soprattutto per gli operatori sanitari, dai medici fino agli infermieri.

«Aiutateci: è fondamentale che le persone rispettino le norme stringenti di questi giorni, rimanendo a casa perché solo così possiamo rallentare la diffusione del virus e quindi essere in grado di rispondere alle necessità di tutte le persone: non esiste solo la CoViD-19, ma ci sono soggetti che soffrono anche di altre condizioni che richiedono la terapia intensiva e abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti per poter aiutare davvero – spiega Maurizio Cecconi, direttore del dipartimento Anestesia e Terapie intensive dell'Irccs Humanitas di Milano -. Al momento in Humanitas sono presenti più di 120 pazienti affetti da Covid-19, di cui 18 ricoverati in terapia intensiva. Da oggi iniziamo a dimettere i primi pazienti guariti».

L'appello alla responsabilità di Cecconi è la chiave di volta per poter continuare a lottare, da parte di sanitari che con sforzi eroici continuano a dare le risposte a tutte le persone, in una dinamica che ha visto le terapie intensive della Regione trovarsi subito in prima linea nella risposta sanitaria all'infezione virale fin dal paziente 1, il 38enne di Codogno.

«Pareva impossibile che una persona di quell’età, sportiva e in piena forma fisica, potesse sviluppare un quadro di questo tipo e questo ci ha ovviamente messo in allarme – riprende Cecconi -. La risposta è stata quindi immediata, vista la pericolosità dell'infezione anche grazie alla presenza di una rete che già esisteva, grazie al lavoro dei professori Pesenti e Zangrillo, binomio che rappresenta anche la consolidata collaborazione pubblico-privato per l'emergenza in Regione».

La risposta della rete terapie intensive per questa emergenza è coordinata operativamente anche dal professor Grasselli. «Abbiamo dovuto reagire immediatamente perché ci siamo trovati in pochi giorni di fronte a un numero elevato di persone che necessitavano di un trattamento meccanico invasivo, ovvero della necessità di “mettere a riposo” il polmone attaccato dal virus attraverso un supporto respiratorio invasivo, che può essere garantito esclusivamente all'interno delle Unità di Terapia Intensiva» precisa Cecconi.

In questo percorso, temporalmente iniziato solo qualche settimana fa, la presenza di una rete è stata fondamentale. Solo così infatti si è potuta creare una risposta unitaria da parte delle strutture sul territorio regionale, con la distribuzione dei casi in base alla disponibilità dei letti dei diversi servizi.

«Ovviamente questo è stato solo il punto di partenza – riprende Cecconi -. La svolta importante, nell’ambito dell'organizzazione, è stata la creazione di terapie intensive di coorte, ovvero dedicate esclusivamente ai malati con CoViD-19. Questo è un passaggio fondamentale, sia per gli operatori, siano essi medici o infermieri, sia per i pazienti. Il virus si trasmette per via respiratoria, e quindi potrebbe passare da un paziente all'altro, per cui si è resa necessaria la separazione fisica delle unità dedicate ai malati del coronavirus. Ma avere personale dedicato a questa emergenza è importante anche per gli operatori, per limitare i rischi di possibili contagi tra il personale sanitario».

Insomma: fin dai primi passi dell'infezione la risposta è stata immediata, di pari passo con la crescita del numero dei casi. Per questo si è impostata una strategia di ottimizzazione delle risorse dei letti di terapia intensiva che ha previsto di bloccare i ricoveri non urgenti per pazienti che avrebbero potuto richiedere un'assistenza di questo tipo, magari in seguito a un intervento chirurgico complesso. Ma oltre a “destinare” risorse mirate su quanto era già disponibile, lo sforzo organizzativo è stato quello di disporre di nuovi letti dedicati.

«In questo senso, in poche settimane, si è riusciti ad aumentare di circa il 50%, ad oggi, i posti letto per questi pazienti – conclude Cecconi -. Tutto questo, ovviamente, sta inducendo un grandissimo sforzo per tutti gli operatori, siano essi medici o paramedici. Vista la complessità di un quadro come quello che stiamo affrontando, dobbiamo anche necessariamente operare con un rapporto “infermiere-paziente” in terapia intensiva che non si può ridurre oltre un certo limite. In Italia normalmente si viaggia su un rapporto di 1 a 2 o 1 a 4, già inferiore a quello di altre nazioni, ed è ovvio che queste dinamiche debbono essere mantenute nel tempo. Per questo torno all'appello iniziale: per “resistere” le strutture debbono essere in grado di rispondere a chi necessita di terapia intensiva per questa infezione, che rende basilare il ricorso a queste cure nei casi “medio-gravi” in cui occorre un supporto respiratorio esperto. Solo controllando la curva dei nuovi casi, tra cui ci sono anche quelli che richiedono il ricovero nelle nostre strutture, potremmo continuare a fronteggiare il virus in questa fase d'emergenza. E solo con l'aiuto di tutte le persone sarà possibile raggiungere questo risultato».

Conclusione: non usciamo di casa, freniamo i contagi e soprattutto non prendiamo il rischio di far ammalare il personale sanitario. I rischi, e non solo in Lombardia, saranno enormemente ampliati dal mancato rispetto delle regole.

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