Giù dal lettino

Terapie e terapeuti on-line

Oggi, di fronte alla necessità di comunicare senza incontrarsi, anche gli psicoterapeuti più resistenti si sono adattati

di Vittorio Lingiardi e Guido Giovanardi

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Oggi, di fronte alla necessità di comunicare senza incontrarsi, anche gli psicoterapeuti più resistenti si sono adattati


4' di lettura

“Non sei forse tu, finestra, la nostra geometria, forma così semplice che senza sforzo circoscrivi la nostra vita immensa?”
Rainer Maria Rilke, 1927

Quando, un paio di mesi fa, abbiamo deciso di chiamare questa rubrica Giù dal lettino intendevamo valorizzare le aperture della psicoanalisi a ciò che sta “fuori” dalla stanza. Nuovi ascolti, nuovi discorsi, nuove letture. Mai avremmo pensato che stare “giù dal lettino”, al telefono o davanti a uno schermo, sarebbe d'un tratto diventata la condizione comune, oggi l'unica possibile, delle relazioni terapeutiche. La “vita immensa” dell'analisi incorniciata dalla geometria di una finestra virtuale.
Per anni la comunità degli psicoterapeuti si è interrogata sull'opportunità e le opportunità delle terapie on-line. Oggi, di fronte alla necessità di comunicare senza incontrarsi, anche i più resistenti si sono adattati. Molti hanno rivisto le loro posizioni critiche e hanno scoperto le potenzialità delle terapie via rete. In un articolo del 2013 pubblicato sulla rivista Psychoanalytic Psychology, Paolo Migone, direttore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane, scriveva che le discussioni sull'efficacia delle terapie on-line sono utilissime perché permettono di riflettere sugli approcci rigidi e stereotipati che spesso assumiamo nei confronti della terapia. Se un tempo tutto dipendeva dall'uso del lettino o dalla (elevata) frequenza delle sedute, oggi sappiamo che l'efficacia di una terapia è sì legata agli strumenti della sua tecnica, ma è soprattutto legata al rapporto che i pazienti stabiliscono con questi. Alcuni pazienti non “reggono” il lettino, altri patiscono il silenzio; alcuni necessitano di una seduta settimanale, altri di tre. L'importante è che la coppia al lavoro rifletta e “mentalizzi” l'uso che fa degli strumenti. È il suo assetto mentale lo strumento principale del terapeuta. Nel caso delle terapie on-line le cose su cui riflettere sono molte. Chi più fiducioso, chi più spaventato, ci stiamo ponendo tutti, terapeuti e pazienti, le stesse domande. Riusciremo a preservare il campo della relazione terapeutica? Sapremo mantenerci sintonizzati sul ritmo che abbiamo costruito tra silenzi, rotture e riparazioni? Che cosa significa non essere più “due persone in una stanza”, come ricordava sempre Luciana Nissim Momigliano, ma “due persone in due stanze” unite da un device? Insomma parlare di terapie on-line è anche parlare di terapeuti on-line.

Parlando di psicoterapia al tempo del coronavirus, e pensando all'apertura di una finestra virtuale così intima, ci è venuto in mente un film di Tsai Ming Liang, The Hole (1998). Taiwan è colpita da un misterioso virus, le persone vivono chiuse in casa. In due appartamenti di un grigio condominio, uno sopra all'altro, vivono, soli, un uomo e una donna. Due esistenze ritirate in un mondo inospitale, solitudini divise da una barriera (il pavimento/soffitto tra i due appartamenti) nella quale un idraulico maldestro produce una crepa (il buco, appunto). Una notte, la donna si sveglia di soprassalto. Ha avuto un incubo. Sta respirando affannosamente quando, dall'alto, dal buco, scende il braccio dell'uomo del piano di sopra. Le porge un bicchiere d'acqua. Poi la tira su piano, facendola passare attraverso l'apertura: è il momento del contatto e dell'incontro. Potremmo leggere questa scena come una rappresentazione poetica dei “now moments” descritti dallo psicoanalista Daniel Stern: momenti speciali in cui tra paziente e terapeuta si crea una connessione particolare, conscia e inconscia, che determina un cambiamento terapeutico. Si tratta di un contatto tra i due Sé, autentico e profondo. È possibile sperimentare una simile connessione anche on-line, via Skype? Secondo noi, sì.
Incominciamo col dire che, come da tempo documentato dalla letteratura clinica, per un certo tipo di pazienti l'altrove della comunicazione (email, sms, whatsapp) può facilitare la condivisione di contenuti psichici (ricordi, fantasie, pensieri) solitamente lasciati fuori dalla stanza della terapia. È anche possibile che la condizione attuale di quarantena condivisa (qualcosa che riguarda contemporaneamente paziente e terapeuta) fornisca il terreno per sintonizzazioni inattese. Per esempio cercare insieme nuovi significati personali per l'adattamento alla nuova realtà dell'isolamento (vissuta come al tempo stesso transitoria e interminabile), trovare nuove metafore e associazioni, in alternativa a quelle belliche più comunemente associate alla malattia. Sappiamo che con Skype paziente e terapeuta “entrano” nei reciproci spazi domestici. Nelle inquadrature si innalzano pile di libri, campeggiano quadri o soprammobili, può comparire un gatto o il muso di un cane. Indizi personali che, in condizioni normali, avrebbero fatto un ingresso diverso, per modi e per tempi, in seduta. Sarà un bene o sarà un male? È difficile dirlo. Per alcuni pazienti è intrusione, per altri intimità. A questo va aggiunto, ed è l'elemento che abbiamo più frequentemente riscontrato, che per molti pazienti non è facile trovare in casa la privacy necessaria per ottenere lo stato della mente che favorisce l'abbandonarsi nello spazio-tempo della terapia. Ma poi si trovano soluzioni alternative, sedute dalla cantina, dal terrazzino, dall'automobile parcheggiata sotto casa. Soluzioni impreviste che portano nuovi vissuti, pensieri, insight. Alternative feconde in attesa di poter tornare a essere “due persone in una stanza”.
L'importante è mantenere la fiducia nella relazione terapeutica cogliendo il valore di una terapia che, sapendo adattarsi alle richieste della realtà, sa umanizzarsi. Carl Gustav Jung ha descritto lo spazio condiviso da paziente e analista come abitato da un “corpo sottile”, un'entità organico-spirituale che favorisce la comunicazione inconscia; uno spazio intermedio dove l'immaginazione agisce e trasforma. Questa dimensione, per certi versi simile al concetto elaborato dallo psicoanalista statunitense Thomas Ogden di “terzo analitico” (per cui analista e analizzando creano insieme una dimensione intersoggettiva che permette a entrambi di trasformarsi), esiste in ogni caso. È così corporea, da manifestarsi anche a distanza. Così sottile da attraversare gli schermi.

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