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Terapie intensive occupate al 20%. Mancano 9mila medici e infermieri

Coronavirus: i letti disponibili nelle Regioni salgono a 6.960, ma con 1.284 ricoveri la soglia di allerta del 30% è vicina. E non si trovano rianimatori e personale per attivare altri 3mila posti

di Marzio Bartoloni

Coronavirus: il bollettino del 27 ottobre - I dati di oggi

Coronavirus: i letti disponibili nelle Regioni salgono a 6.960, ma con 1.284 ricoveri la soglia di allerta del 30% è vicina. E non si trovano rianimatori e personale per attivare altri 3mila posti


3' di lettura

Se nella prima ondata del Coronavirus era un corsa continua alla ricerca di ventilatori per aggiungere letti in terapia intensiva ora, nella seconda, è caccia a medici rianimatori e anestesisti e a infermieri specializzati in emergenza da impiegare per i nuovi posti che faticosamente si stanno attivando . Una ricerca che rischia però di andare a vuoto visto che di camici bianchi e operatori specializzati non ce ne sono o ce ne sono troppo pochi e infatti i bandi per il personale - dal Lazio alla Lombardia - vanno deserti e si comincia a guardare ai giovani specializzandi o ai medici pensionati.

Servono (almeno) 9mila operatori

Secondo le stime sul fabbisogno nelle corsie di rianimazione servono almeno 9mila operatori per poter attivare i 3mila letti in terapia intensiva che si punta ad aggiungere - grazie ai ventilatori nella disponibilità di Regioni e del commissario Arcuri - nei prossimi mesi ai 6960 attivati fino a ieri dalle Regioni (erano 5179 prima del Covid). Arcuri finora ha distribuito 3159 ventilatori e le Regioni ne hanno utilizzati 1781, e ne ha altri 1450 disponibili: in tutto dunque si possono aggiungere nelle prossime settimane altri 2828 letti.

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RICOVERI E TERAPIE INTENSIVE
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Ma per farli partire servono un medico specialista - ( si può scendere a 0,8) - e almeno 2-3 infermieri per ogni posto letto in terapia intensiva: dunque 2mila-2500 medici e circa 6-7mila infermieri specializzati. «Difficile se non impossibile trovarli e infatti alcune Regioni più in difficoltà come Lombardia Campania e mi hanno detto anche Puglia stanno bloccando alcune attività nelle rianimazioni, quelle per gli altri pazienti, per recuperare il personale», avverte Alessandro Vergallo, presidente dell'Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri.

Del resto per formare uno specialista per questi reparti servono 10 anni tra laurea in medicina e corso di specializzazione e oggi si paga il numero chiuso e le poche borse per specializzarsi del passato che hanno creato una grave carenza di questi medici. Così come degli infermieri.

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Oggi in Italia 18mila tra rianimatori e anestesisti

Oggi in Italia ci sono 18mila tra rianimatori e anestesisti di cui 12mila negli ospedali pubblici, quelli che hanno vissuto lo stress della prima ondata. Come uscirne? Per Vergallo bisogna innanzitutto «stabilizzare i precari che ancora ci sono e poi puntare sugli specializzandi, circa 1200 quelli al quarto e quinto anno, da assumere con procedure facili e contratti a tempo determinato e infine richiamare i pensionati per inviarli nelle rianimazioni non Covid». Il problema infatti è che ci sono tanti altri pazienti da ricoverare: da chi ha avuto un incidente grave alle vittime di infarti ictus o a chi ha avuto una operazione delicata.

Con i 76 ricoveri aggiuntivi di ieri in terapia intensiva la percentuale di malati Covid sul totale dei letti è salita a 1284,quasi il 20% dei 6960 posti disponibili. Una soglia molto vicina a quella di allerta per gli ospedali del 30% indicata dal ministero della Salute come asticella massima prima di dover fermare o rallentare al massimo l’assistenza agli altri pazienti che finiscono nelle rianimazioni. L’Umbria ha già superato la soglia del 30% di occupazione, ma ha pronto un piano per portare i letti a quota 124. La Campania è al 26,1% e ha già sospeso tutte le attività non urgenti, la Toscana al 24,3% sta già programmando una futura rimodulazione delle altre prestazioni, poi c’è la Lombardia al 23,6% che sta riattivando la Fiera.

Non decolla l’ipotesi dei tamponi rapidi dai medici di base

«La percentuale del 30% è stata immaginata come una riserva per il Covid, se si supera bisogna rivedere la riorganizzazione dei ricoveri», avverte Vergallo. Che non vede positivamente il ricorso ad altri medici non esperti di terapie intensive: «Rischiano di essere un intralcio, come facciamo a formarli in poche settimane? Meglio nel caso inviarli nei reparti intermedi, quelli di sub-intensiva dove si ricoverano i pazienti meno gravi che utilizzano i caschi Cpap per respirare».

Al di fuori degli ospedali invece sembra non decollare ancora l’ipotesi di affidare ai medici di famiglia la possibilità di effettuare i tamponi rapidi. I nodi sono stati discussi ieri al tavolo a cui hanno preso parte le Regioni e i sindacati dei medici di famiglia. Il primo riguarda la volontarietà da parte dei medici di base su cui i camici bianchi sono divisi: se infatti le indicazioni previste nell'Atto di indirizzo restassero così come sono, diventerebbe obbligatorio fare i test rapidi per tutti i medici e i pediatri senza possibilità di scegliere.

Le nuove disposizioni entrerebbero cioè nell'Accordo collettivo nazionale stralcio (il contratto di lavoro dei medici convenzionati) scavalcando l'adesione volontaria. Altro punto dolente sono le sedi dove fare i tamponi rapidi: molti studi medici non sono attrezzati per separare i sospetti Covid dagli altri pazienti. Su questo punto sembra esserci però un'apertura poiché potrebbero essere messi a disposizione locali delle Asl.

LA MAPPA DELLE TERAPIE INTENSIVE
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