INDUSTRIA

Termini, Blutec e poi il deserto

di Nino Amadore


(Mimmo Chianura / AGF)

4' di lettura

Un impegno quasi decennale che vale già un miliardo di risorse pubbliche. Ma a Termini Imerese , nel Palermitano, la luce in fondo al tunnel ancora non si vede. Anzi tutt’altro. Almeno a sentire gli imprenditori e i cittadini. I quali, quando si parla di quella che fu la gloriosa area industriale ai tempi d’oro della presenza Fiat, aggiungono subito la parolina “ex”. Dimostrando di fatto di aver archiviato, almeno culturalmente, il sogno industriale. Nutrono ben poche speranze e tirano dalla loro parte la definizione di area di crisi complessa come fosse un alibi per nascondere la convinzione che quella zona industriale non tornerà più a essere quella che era un tempo. I dati dell’Osservatorio di Unioncamere Sicilia ci dicono che, nell’intero territorio di Termini, oggi vi sono 165 aziende manifatturiere registrate, venti in meno rispetto alle 185 del 2010. Ma il dato, purtroppo, dice ben poco perché una breve ricerca sul campo dimostra che si tratta di imprese per lo più piccole se non minuscole il cui peso industriale è, si può dire, irrilevante.

La speranza, ormai, si chiama Blutec ma c’è chi punta a coinvolgere nel progetto di rinascita dell’area industriale di Termini Imerese tutti i soggetti presenti, come l’Enel. La sensazione è quella di trovarsi di fronte a un puzzle e che vi sia la necessità di mettere insieme i pezzi per creare un quadro omogeneo di sviluppo in un luogo della Sicilia che tutti definiscono strategico: servirebbe una governance unica che non c’è. Mentre ci sono le risorse economiche: in totale tra fondi regionali, Pac, statali e altro quasi 588 milioni. A parte gli oltre 400 milioni che, secondo stime, sono stati spesi per Cassa integrazione, mobilità e provvidenze a sostegno dei lavoratori. Il totale fa, come si diceva: un miliardo.

Il conto delle risorse pubbliche disponibili (Cig e altro esclusi) è stato fatto da “Rivediamo i termini”, il pensatoio che giusto il 4 marzo ha organizzato un incontro pubblico anche in vista delle elezioni amministrative che si terranno a giugno: proposte per recuperare il tempo perduto puntando su innovazione, ricerca, energia pulita, agroindustria ma non solo. Ma inutile nasconderlo: si guarda, anche se con una certa dose di scetticismo, a Blutec i cui vertici anche recentemente sono venuti fin qui per illustrare a sindacati e lavoratori i prossimi passi. Il programma di Blutec prevede l’assunzione di altri 30 lavoratori entro la fine del mese i quali si vanno ad aggiungere ai 90 che già da tempo sono rientrati in fabbrica. E non c’è solo questo: l’azienda ha annunciato l’accordo con Fiat per l’impianto dei motori elettrici in ottomila Doblò nell’ambito di un progetto che dovrebbe partire entro l’estate e porterebbe l’assunzione di cento persone. Entro dicembre invece dovrebbero essere assunte altre 120 persone grazie al contratto con  Poste italiane (che i sindacati dicono sia in fase avanzata di definizione) per l’impianto di motori elettrici in settemila motocicli a tre ruote. Ma l’attesa è grande per un altro evento annunciato perla fine di maggio: la presentazione della cosiddetta Fase B, il piano che dovrebbe portare entro pochi anni al totale riassorbimento dei circa settecento lavoratori ex Fiat passati a Blutec e all’avvio di nuove produzioni. Ci si aspetta un progetto industriale da 190 milioni per la produzione di auto ibride e elettriche e il reimpiego di ulteriori 350 operai entro il 2018. Intanto è già stato fissato un appuntamento a Roma al ministero per lo Sviluppo economico per la verifica dell’accordo: «La preoccupazione resta - dice Giovanni Scavuzzo, che per conto della Fim-Cisl di Palermo e Trapani segue la vertenza - . Non ci resta molto tempo ma dobbiamo aspettare la chiusura della Fase A».

Può bastare la rinascita del polo dell’auto per rilanciare l’area industriale? No, dicono in tanti, se non si comincia a ragionare su uno sviluppo integrato dell’intera zona. Mettendo al loro posto i vari pezzi del puzzle. Uno di questi è l’incubatore di imprese costruito da Invitalia e che può ospitare 26 startup: nel giro di un paio di settimane potrebbe essere firmato l’accordo tra il Parco scientifico e tecnologico, il Consorzio Arca che all’interno dell’Università di Palermo si occupa già di startup e Invitalia. Un altro pezzo del puzzle è l’Interporto di cui si parla ormai da 35 anni. All’Interporto si guarda per lo sviluppo delle attività ad alto valore aggiunto, legate sia all’intermodalità che ai servizi avanzati: è stata rilanciata la proposta della Svimez di puntare sulla logistica legata al polo dell’auto elettrica, e tornerebbero utili i benefici fiscali previsti dalla Zona franca urbana. «Noi - dice Alessandro Albanese, vicepresidente di Sicindustria e presidente della Società interporti siciliani - pensiamo che l’Interporto sia anche utile per attrarre nuovi investimenti. Possiamo dire di aver superato tutte le difficoltà ed entro la fine dell’estate pensiamo di arrivare all’avvio dei cantieri».

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