innovazione

Terrazze lancia la sfida degli spumanti vulcanici

L’azienda di Randazzo ha recuperato terreni fino a 950 metri d’altezza


2' di lettura

Erano terrazze e tali sono rimaste. Ma in oltre dieci anni quelle terrazze un tempo abbandonate sono diventate rigogliose e produttive: uno spettacolo da vedere, un patrimonio in quel patrimonio dell’umanità che è l’Etna, un terreno fertile per la produzione di vini e spumanti di alta qualità. C’è stato l’intuito di un uomo, Nino Bevilacqua, ma c’è stato e c’è l’amore di una donna, Alessia Bevilacqua, 28 anni, che si è invaghita della Muntagna attratta dal suo fascino e dal suo magnetismo: «Sono venuta per la prima volta sull’Etna quando frequentavo il quinto anno di liceo: accompagnavo mio padre, anche se inizialmente, devo dire, con una certa ritrosia - racconta Alessia, impegnata in vigna per la raccolta delle uve da spumante -. Col tempo tutto è cambiato: non avevo mai visto l’Etna e mi sono innamorata di questo posto e della sua energia».

L’azienda si chiama, appunto, Terrazze dell’Etna frutto del recupero di quei vecchi terrazzamenti in contrada Bocca d'Orzo nel territorio del comune di Randazzo, dislocati da 600 metri di quota fino a 950 metri: in totale 36 ettari tra vigneti, uliveti, boschi di castagne, ciliegi e querce e un palmento a 700 metri di quota. 

Da queste parti il vigneto è parte di un lavoro sul paesaggio con il recupero, per esempio, dei vitigni di oltre 60 anni che hanno dato vita «al Cirneco: un Etna Rosso il cui nome è un omaggio al cane da caccia autoctono del vulcano, che possiede uguali caratteristiche del vino in termini di eleganza e forza» Ma con la valorizzazione complessiva di quello che in azienda definiscono un «anfiteatro di terrazze che raccoglie come in un abbraccio i vitigni autoctoni dell'Etna: il Nerello Mascalese, il vitigno principe dell'azienda, e il Nerello Cappuccio, cingendo a sé anche altre varietà di carattere internazionale quali lo Chardonnay, il Pinot Nero e il Petit Verdot». Dalle vigne più giovani nascono il Carusu, un giovane Etna Doc, il Rosato Etna Doc e infine il Ciuri nato dalla vinificazione in bianco del Nerello Mascalese.

Oggi l’azienda produce 120mila bottiglie l’anno per un totale di 11 referenze e un fatturato di circa un milione di euro . Un risultato ottenuto con un piano di sviluppo fatto di passi ben ponderati e mai casuali ma soprattutto con una fortissima attenzione alla qualità che è, dice Alessia, «il nostro impegno quotidiano. L’attenzione al prodotto è massima - dice ancora Alessia -: se l’uva non è buona non la portiamo in cantina. C’è, dietro, un lungo lavoro di selezione». Una attenzione per la qualità che ha dato (e dà) risultati di eccellenza, in particolare per quanto riguarda gli spumanti: Terrazze dell’Etna ne produce 40mila bottiglie l’anno (20mila rosé e 20mila cuvée). Il progetto più immediato, intanto, riguarda un nuovo vino: l’Etna doc bianco Carricante che si chiamerà Cinniri (cenere) e dovrebbe uscire a fine settembre. Ancora un vino il cui nome comincia con la C: «Non c’è un motivo particolare - dice Alessia -. È una questione scaramantica: abbiamo visto che portava bene e abbiamo co0ntinuato. Del resto ci aiuta a trovare nomi che sono un omaggio all’Etna e alla sua bellezza».

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