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Terremoto dell’Aquila 10 anni dopo, la ricostruzione “tradita”

di Raffaella Calandra

L’Aquila dieci anni dopo il terremoto

5' di lettura

L’Aquila - Dieci anni dopo, una porta si apre ancora su un soggiorno, coperto di macerie. E un mobiletto da bagno resiste su un brandello di muro. Dieci anni dopo, superate altre transenne, si torna indietro alla notte del 6 aprile 2009. A quella devastante scossa, che alle 3.32 schiacciò 309 vite, lasciò 80mila persone senza casa e rase al suo interi borghi dell’Abruzzo. Dieci anni dopo, il ritorno a L’Aquila è un viaggio in un’emergenza ancora aperta e in una ricostruzione a velocità diverse. Da un lato quella privata, dall’ altro quella pubblica; da un lato il centro storico, dall’altro vicoli e frazioni. Così palazzi restaurati, splendidi nei loro ritrovati decori barocchi, convivono con edifici, ancora ingabbiati in corazze di tubi, o con case, ancora pregne delle loro macerie. E 6.300 persone ancora vivono nelle casette d’emergenza e il centro fatica a ritrovare la sua anima. Dieci anni dopo.

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La ricostruzione
«Noi camminiamo con la torcia in borsa e gli stivali da cantiere». Dopo un’estenuante lotta con la burocrazia insieme al suo consorzio di residenti, Roberta Gargano è tornata nella sua casa dagli stucchi azzurri. Di fronte a quel Palazzo del Governo, che con la sua scritta spezzata divenne il simbolo della ferita. Ora è anche il più avanzato cantiere di una ricostruzione pubblica, che arranca più della privata (per la prima, sono stati erogati 2 miliardi; per la seconda, 5 miliardi e mezzo: 8.264 i cantieri conclusi su 24.947 pratiche).

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Accanto c’è un agglomerato ancora fermo nei suoi ponteggi ad un decennio qua. E questa diventa l’immagine a più facce di L’Aquila oggi. Ma quando a sera, si interrompe il rumore di gru e scavatrici, il silenzio avvolge tutto. È la voce dell’assenza. Anche se i numeri dell’anagrafe non lo registrano del tutto, perché molti hanno conservato la residenza, per non perdere finanziamenti, in tanti non sono mai più tornati dalla costa. Così una successione di “vendesi” e “affittasi” pende dalle facciate rimesse a nuovo, con soldi pubblici. Nella voragine di quella che fu la Casa dello Studente, dove morirono 9 studenti, presto sorgerà un memoriale, progettato da studenti dell’ateneo cittadino.

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Onna e le frazioni
Ad Onna, le macerie di 10 anni fa sono ancora quasi tutte qui. In questo borgo, raso al suolo dal terremoto, la ricostruzione è per ora solo una via. E il futuro non sta tanto nei bracci delle poche gru in azione, quanto nei banchi dell’asilo, che tutti sono mobilitati a difendere dal rischio chiusura. Perché «altrimenti- sospira Antonella Foresta - ci resta solo il dolore». Il dolore delle case diroccate, delle macerie ancora ferme e del piccolo cippo funerario lasciato nel vuoto di un’abitazione demolita, a ricordare a tutti i 40 morti, su 350 abitanti. Seduta davanti alla sua casetta provvisoria, un’anziana fissa quel che resta della vecchia frazione e denuncia: «È il colmo che non siano stati ancora approvati neanche i progetti». È stata invece ricostruita, col supporto della Germania, la chiesetta del paese. Ma anche in altre frazioni de L’Aquila, da Paganica, a San Gregorio, a Bazzano, non sembrano passati due lustri: la ricostruzione procede con lentezza, così Lucia e Cristina vivono ancora in quelle che qui chiamano «le casette di Berlusconi», le residenze d’emergenza. «Ma da quando è andata via la protezione civile - denuncia la giovane parrucchiera- siamo abbandonati. Ci sono infiltrazioni, immondizia, topi, ma a nessuno importa». Ognuno ormai, dopo il terremoto, sembra vivere chiuso nel suo piccolo circuito. E intorno a L’Aquila si è creata come una galassia di piccoli nuclei sparsi. Che al massimo si ricompongono in qualche centro commerciale, mentre nel centro si raccolgono firme contro l’apertura di una nuova area periferica di vendite.

L’Aquila, 10 anni dopo il terremoto

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Le attività economiche
«Il centro storico è deserto, resistere qui è dura», concordano due pensionati a spasso sull’asse centrale del centro storico. Le vie con i palazzi più belli, restaurate, aristocratiche, ma vuote. Come quei negozi, che sono tornati all’interno della mura civiche. Dove i clienti sono la merce più rara, tranne che per i locali della movida che nel weekend si riempiono di studenti, una voce importante della vita e dell’economia cittadina. Le altre botteghe invece fanno fatica e per questo molte sono restie a rientrare nella sede originale. Per ora l’hanno fatto 87 su mille, per ora, calcola Confcommercio. «Il tessuto commerciale ormai è strappato e molte botteghe sono restie a tornare nelle loro sedi storiche, perché – spiega il direttore di Confcommercio Abruzzo, Celso Cioni – nel frattempo si sono ricreate un circuito e poi in centro sono venuti a mancare quegli attrattori, che portavano migliaia di persone ogni giorno intorno al mercato». Ossia scuole, uffici, poste, tuttora sparsi su un territorio «più ampio del racconto anulare, oltre 32 km», calcola Cioni.

E sulle imprese incombono anche le preoccupazioni della vertenza, ancora aperta con l’Europa, che ha considerato aiuti di Stato la quota di tasse non pagate nel 2009, in base alla norma che tutti qui chiamano legge Letta. Questione ancora aperta, che se si dovesse concludere nel modo più negativo per le imprese aquilane, «significherebbe la perdita di almeno un migliaio di posti di lavoro, nelle aziende più piccole», stima Ezio Rainaldi, delegato Confindustria per la ricostruzione. E gli enti locali sono ora impegnati ad evitare che questo non accasa. Per reclamare più attenzione, il sindaco a marzo ha riconsegnato la fascia, per poi ritirare le dimissioni davanti alla garanzia di 10 mln, per il bilancio di previsione. «Ma servono norme speciali, per questioni ordinarie», sintetizza il primo cittadino Pier Luigi Biondi, secondo cui è stato «un errore la fine dello stato d’emergenza». E con le vie ordinarie e con lo scarso personale per una mole di pratiche, la ricostruzione pubblica ne risente.

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I beni culturali
La ricostruzione de L’Aquila è anche quella del suo grande patrimonio culturale: 2mila immobili di interesse, per cui fin da subito è stato chiaro che «ricostruire il patrimonio culturale volesse dire ricostruire L’Aquila», sintetizza la sovrintendente alle Belle Arti, Alessandra Vittorini.

E dieci anni dopo, è innanzitutto la visita del centro storico, con le facciate cinquecentesche, i decori e gli stemmi barocchi, di nuovo splendidi, e poi la riapertura di alcune basiliche simbolo – da San Bernardino, a Collemaggio – dove sono stati ricostruiti 6 dei 14 pilastri con tecniche da scavo archeologico - alle Anime Sante - a confermare quello che i numeri dicono: 25 i monumenti restaurati in città, 320 gli agglomerati approvati, per un totale di 1.300 mln di euro. Ed entro fine anno è attesa la riapertura anche di S.Maria del Soccorso, S.Silvestro, S.Pietro Coppito, S.Filippo e Palazzo Ardinghelli. Un lavoro titanico, portato avanti con un numero a volte risibile di esperti. Tra tanta distruzione, il terremoto ha anche portato dei piccoli preziosi doni: la riscoperta di affreschi, di dorature originarie, di volte che nei secoli erano state coperte. Sorprese, tra le macerie.

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