Agricoltura

Terreni agricoli, i prezzi più alti nel Nord Est: 40mila euro a ettaro

La crescita delle quotazioni delle materie prime non ha trascinato i valori che registrano una media nazionale stabile attorno ai 20mila euro. In calo le compravendite

di Alessio Romeo

(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

Le incertezze legate all’applicazione della riforma della Politica agricola comune rischiano di avere un impatto negativo anche sul valore dei terreni in Italia, bene rifugio per eccellenza che negli ultimi anni ha sempre mostrato una sostanziale tenuta a dispetto della congiuntura e ora dovrebbe anzi potenzialmente beneficiare del rally delle quotazioni agricole, giunte ai massimi degli ultimi dieci anni.

Secondo l’ultimo rapporto del Crea, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, sull’andamento del mercato fondiario in Italia, «la diffusa percezione di incertezza sull’evoluzione della situazione economica generale non ha impedito agli operatori di esprimere un cauto ottimismo sulla capacità del settore di cogliere i segnali di ripresa, che potrebbero riverberarsi anche sul mercato fondiario».
Mentre il Recovery Plan «potrebbe essere di aiuto in questo senso», le preoccupazioni sono però concentrate «sugli effetti incerti della riforma della Pac», che l’Italia si appresta a declinare con una sostanziale redistribuzione dei titoli per l’accesso ai contributi Ue.

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La stessa dinamica sembra caratterizzare le prospettive del mercato degli affitti. Per il futuro gli operatori non si attendono una modifica strutturale nei rapporti tra proprietari e affittuari causata dalla diffusione del coronavirus, quanto piuttosto una temporanea frenata nelle contrattazioni. Cosa che, in parte, si è già iniziata a verificare. Anche in questo caso, rileva l’indagine del Crea, «la maggior parte delle attese si concentra sull’evoluzione delle politiche per il settore e in particolare quelle relative ai pagamenti diretti, che potrebbero influenzare l’atteggiamento dei proprietari nel caso dei rinnovi contrattuali e di conseguenza anche sul livello dei canoni».

L’esplosione della pandemia nel 2020 ha lasciato dunque il segno anche sul mercato fondiario, con una significativa contrazione delle attività di compravendita, ma senza particolari conseguenze sul fronte delle quotazioni dei terreni. Gli effetti della pandemia sono stati comunque meno gravi di quanto ci si poteva aspettare, grazie alla ripresa delle compravendite successiva alla prima ondata pandemica.

Nel 2020 il prezzo dei terreni agricoli è rimasto sostanzialmente stazionario (-0,1% sul 2019), ma con flessioni generalizzate nelle regioni del Nord Est, dove l’aggiustamento delle quotazioni prosegue ormai da diversi anni. È qui, nelle aree collinari interne, che si registrano i valori top a livello nazionale, con una media di oltre 44mila euro a ettaro nonostante la flessione dello 0,8% registrata dal Crea, unico segno meno tra le macroaree analizzate con l’aiuto, da quest’anno, del Consiglio dell’ordine dei dottori agronomi e forestali. Un valore più che doppio rispetto alla media nazionale di 20.700 euro a ettaro, che nasconde grandi differenze, con all’ultimo posto le aree montane interne delle isole dove un ettaro di terreno costa meno di 6mila euro.

Va detto che il Nord Est è stata forse l’unica area del Paese dove si è investito con continuità negli ultimi 15 anni. Basti pensare ai diritti d’impianto dei vigneti comparati dalle Regioni del Sud (Puglia e Sicilia in particolare) e utilizzati per favorire la crescita delle grandi denominazioni, come a esempio Prosecco e Pinot Grigio delle Venezie, due Doc multiregionali che hanno trainato anche i prezzi dei terreni con picchi da oltre 500mila euro riscontrati prima in quell’area solo per l’Amarone della Valpolicella e, altrove, per Barolo e Brunello.

Oltre a Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna (e Liguria, altra Regione con valori record per le serre) che presentano le riduzioni più vistose, a livello di singole regioni si segnalano nell’ultimo anno contrazioni anche in Toscana, Molise e Campania. A incidere negativamente è stato come detto soprattutto il rallentamento delle attività di compravendita, come attestato anche dalle statistiche del Notariato (-29% nel primo semestre non compensato da una ripresa del 12% nel secondo). Per le produzioni più colpite dalle chiusure (come floricoltura, viticoltura e agriturismi) è stata la mancanza di liquidità a rallentare le compravendite, mentre un effetto contrario ha spinto gli operatori in difficoltà a vendere, accelerando il processo di dismissione delle aziende a bassa redditività, mentre gli investitori più dinamici restano alla finestra, in attesa di tempi migliori.

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