IL DOSSIER DELLA GDF

Terrorismo islamico, così i fondi «bucano» la rete antiriciclaggio

di Marco Ludovico

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3' di lettura

Contro i finanziamenti al terrorismo internazionale l’attuale sistema di prevenzione antiriciclaggio si è rivelato «un fallimento». Lo mette nero su bianco la Guardia Finanza in un report chiuso a febbraio ma solo ora in circolazione. Il documento di 80 pagine curato dal Nucleo speciale di polizia valutaria aggiorna il livello della minaccia jihadista. Ed è, soprattutto, una radiografia delle fonti di flusso di denaro ai fondamentalisti, della loro movimentazione dei fondi, dell’evoluzione della finanza islamica.

Ma il capitolo più inquietante è quello intitolato «Il “fallimento” del sistema antiriciclaggio». Cifre ed esiti delle attività operative di polizia valutaria parlano da soli. Le «segnalazioni per operazioni sospette per presunti fatti antiterrorismo» del Nucleo Gdf sono state 421 nel 2013, 201 nel 2014, 433 nel 2015 e 610 nel 2016. Connesse sia «a fatti di terrorismo» sia a «riciclaggio ma risultate positive al terrorismo per origine, fenomeno o contesti investigativi» legati all’eversione islamista.

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Lo spettro più ampio possibile. La conclusione, tuttavia, è sconfortante: «Negli ultimi tre anni e mezzo il sistema di prevenzione esistente» scrive in grassetto il documento delle Fiamme gialle «sui milioni di transazioni che sono state passati al suo vaglio ha generato circa 1.300 segnalazioni per operazioni sospette in materia di terrorismo. Delle stesse nessuna ha portato alla scoperta di fatti di terrorismo o di finanziamento al terrorismo».

Così come oggi configurato, dunque, il sistema di prevenzione antiriciclaggio «non sembrerebbe deporre a favore della sua affidabilità quale forma efficace di contrasto al fenomeno». In sintesi è inaffidabile, inadeguato. Perché «intercetta i soli flussi di denaro che passano attraverso gli intermediari bancari e i money transfer». E l’allerta scatta sulla base di indicatorie e modelli di comportamenti anomali: ma è la stessa Banca d’Italia, ricorda la Guardia di Finanza, a notare come quegli indicatori «non sono da intendersi né esaustivi, né tassativi».

Per forza: gli analisti della Guardia di Finanza ricordano come le banche islamiche applichino la zakat, l’elemosina imposta dalla religione a tutti i musulmani su qualsiasi contratto o transazione. Gli istituti bancari islamici «deducono una somma pari al 2,5 % del patrimonio personale e la versano a organizzazioni filantropiche islamiche». Queste ultime «possono attingere a risorse di svariati miliardi di dollari» e «operano in tutto il mondo»: sono «oltre duecento negli Stati Uniti, migliaia in Europa, in Africa, nei paesi arabi e in Asia». C’è poco da fare: «Le somme destinate alla zakat non vengono registrate in bilancio e quindi restano irrintracciabili; inoltre, tutte le registrazioni contabili sono distrutte appena completate le transazioni».

Tra le fonti di finanziamento del terrorismo, il primo nell’elenco del report è il narcotraffico. «Un nome su tutti: Captagon - scrive la Gdf - un mercato sul quale lo Stato islamico ha messo le mani». Da notare due aree di riferimento: quella «pakistano-afghana» ma anche quella sub-sahariana «dove le rotte del narcotraffico di matrice sudamericana si intersecano con l’operatività di Al Qaeda nel Magreb, Is e gruppi criminali comuni».

Un’analisi, in definitiva, che va oltre il Comando generale della Finanza guidato da Giorgio Toschi e si confronta con i dossier aggiornati di continuo dei Servizi di informazione e sicurezza, del dipartimento di Ps guidato da Franco Gabrielli e sui tavoli dei ministri dell’Interno, Marco Minniti, e degli Affari Esteri, Angelino Alfano.

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