ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùL’osservazione dei dati

Terza dose: se Germania e Francia dicono sì, altri aspettano. Ecco perché

Ancora controverso è quando e a chi farla. Gli scienziati guarderanno anche alle evidenze provenienti da Israele

di Nicola Barone

Vaccini, Oms chiede di sospendere richiami sino a fine settembre

4' di lettura

A partire da settembre in Germania e in Francia verrà offerta agli anziani e alle persone a rischio una terza dose di vaccino anti Covid. Le preoccupazioni per una ridotta o velocemente indebolita risposta immunitaria hanno spinto per una soluzione sovrapponibile a quella già adottata in Israele e Regno Unito, almeno quanto ai fragili. Se infatti entro qualche settimana le autorità britanniche diranno una parola definitiva sulla opportunità di un «booster» in autunno anche per tutti gli ultracinquantenni, il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato che dal mese prossimo il paese somministrerà la terza dose di vaccino ad anziani e fasce più vulnerabili da settembre. Fermi per ora rimangono gli Stati Uniti così come in attesa di evoluzioni sono gli organismi europei.

Iss, indicazione per immunodepressi

Il quadro relativo alla capacità di protezione nella popolazione generale cambia col tempo, lasciando al momento sul terreno più dubbi che risposte certe. «Diverso è il discorso per gli immunodepressi che hanno una risposta più debole e per i quali si stima opportuno un richiamo a sei o sette mesi dal completamento del ciclo vaccinale», ha spiegato il presidente dell’Istituto superiore di sanità (Iss) e portavoce del Cts Silvio Brusaferro. Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e Israele sono tra i Paesi più completamente vaccinati del mondo, eppure tutti hanno conosciuto impennate nei casi di Covid e di ricoveri legati al ceppo Delta. Il nodo non ancora sciolto è se sia necessario o meno procedere con un ulteriore richiamo nella popolazione generale in base a evidenze necessariamente provvisorie.

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Un aiuto anche dalla protezione di gregge

Per Massimo Ciccozzi, epidemiologo del Campus Biomedico, «una terza dose dà sempre comunque una stimolazione del titolo anticorpale però è da capire se, quando e a chi farla. Se farla, vuol dire aiutare la memoria immunologica a produrre anticorpi da subito e non dopo ventiquattr’ore ore dal contatto col virus. Quando, dipenderà se consideriamo i sei mesi di Pfizer/BioNTech dei loro trial o aspettiamo studi più grandi che sono in corso», precisa Ciccozzi. «A chi farla. sicuramente i soggetti fragili e over 65, un po’ come si fa con l’influenza». Il tutto con l’aumentare della vaccinazione estesa ai più giovani. «Questo fa circolare il virus sempre di meno e sarà sempre più adattabile a noi per evoluzione convergente. L’immunità di gregge aiuta, per questo la vaccinazione in terza dose può interessare solo i soggetti più esposti». Negli Stati Uniti si tenta qualunque soluzione per convincere gli “esitanti” a immunizzarsi in chiave di controllo della diffusione del virus con il pericolo di nuove e più pericolose mutazioni.

Nih ed Ema attendisti, per ora nessuna necessità

Al momento manca negli Usa una presa di posizione ufficiale sulla necessità di una terza dose, malgrado la situazione venga analizzata e discussa ogni giorno sulla base dei nuovi elementi in arrivo. Secondo il direttore generale dell’Istituto nazionale delle salute (Nih), Francis Collins per ora «è importante essere molto chiari nell’affermare che i vaccini utilizzati negli Usa ossia Pfizer, Moderna, J&J sono altamente efficaci contro la variante Delta». Neanche l’Agenzia europea per i medicinali considera opportuna allo stato una accelerazione, anche se Ema sta lavorando con le aziende produttrici per assicurarsi che possano fornire le cifre appropriate nell’eventualità. Gli scienziati guarderanno anche con attenzione ai dati sul terzo richiamo vaccinale provenienti da Israele.

Utile “tarare” i vaccini sulla variante Delta

Vista la capacità della variante Delta di infettare le persone con immunità attenuata, più il rischio aumentato di malattia grave, potrebbero servire in prospettiva vaccini disegnati ad hoc su quella. Secondo gli autori di un ampio studio inglese su circa 98mila persone, la terza ondata di casi nel Regno Unito è stata causata dalla temuta mutazione tra non vaccinati - soprattutto di età compresa tra i 12 e i 24 anni - ma anche tra immunizzati. L’efficacia dei vaccini nel fermare l’infezione durante il periodo di studio è scesa al 49% dal 64% di un mese prima mentre contro lo sviluppo dei sintomi la protezione è stata del 59%, in calo dall’83%. Dunque, ad avviso degli scienziati, lo sviluppo di vaccini contro la variante Delta può essere giustificato alla luce delle prove che la proteina Spike del ceppo è mutata a un punto in cui gli anticorpi prodotti dai vaccini attuali stanno diventando meno efficaci. Ciononostante i vaccini attuali continuano per fortuna a dare un grado relativamente alto di protezione. Le persone completamente vaccinate avevano tre volte meno probabilità di prendere la variante Delta rispetto ai coetanei non immunizzati, di avere una forma sintomatica o ancora di trasmettere il virus ad altri, se infettati.

Anticorpi predicono rischio contagio post iniezione

Gli anticorpi neutralizzanti presenti nel sangue possono predire il rischio di venir contagiati da SARS-Cov-2 dopo esser stati vaccinati e possono essere un marcatore predittivo affidabile per valutare la necessità di una terza dose per proteggere dalle varianti emergenti. A dirlo è uno studio basato sui dati di quasi 11.500 operatori sanitari in Israele, pubblicato sul New England Journal of medicine (Nejm). Tra gli operatori sanitari sono stati identificati 39 lavoratori che erano stati infettati da SARS-CoV-2 nonostante fossero completamente vaccinati con doppia dosa di Pfizer-BioNTech, andando incontro alla cosiddetta “breakthrough infection”. Tutti avevano sintomi lievi o nessuno. Per 22 dei 39 lavoratori gli autori sono stati in grado di ottenere misurazioni anticorpali effettuate il giorno in cui sono state rilevate le infezioni o nella settimana precedente. I ricercatori hanno anche esaminato i dati di 104 lavoratori completamente vaccinati che non sono stati infettati pur essendo stati a contatto con il virus. Il confronto ha mostrato che i livelli di anticorpi neutralizzanti erano più bassi tra coloro che sono stati infettati, fornendo la prima prova diretta di questo effetto. I risultati rafforzano i dati precedenti raccolti durante gli studi clinici sul vaccino AstraZeneca relativi a un legame tra livelli più elevati di anticorpi neutralizzanti e una minore probabilità di infezione.

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