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Terzo settore in campo nella sfida alla povertà

di Valentina Melis

4' di lettura

Abbattere la percentuale di popolazione a rischio di povertà, ridurre il tasso di abbandono scolastico, garantire l’accesso a servizi sanitari e di cura efficaci, contrastando i divari territoriali. Sono tre degli obiettivi cardine della Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile, presentata dall’Italia alle Nazioni Unite, nell’ambito delle azioni legate alla «P» di persone, la prima delle 5 aree tematiche intorno alle quali ruota la strategia (pianeta, prosperità, pace e partnership le altre).

In cima ai target c’è la riduzione del numero di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale in Italia. In base agli ultimi dati diffusi dall’Istat (riferiti al 2016), 4,7 milioni di persone vivono in condizione di povertà assoluta e 8,4 milioni sotto la soglia di povertà relativa (per una famiglia di due persone, significa una possibilità di spesa sotto 1.061,35 euro mensili).

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Un’altra sfida è quella di ridurre la povertà educativa, ovvero incidere sui più giovani per interrompere una spirale di scarse opportunità, anche scolastiche, che si traduce facilmente, negli anni successivi, in deprivazioni economiche e fenomeni di devianza.

Anche per far fronte a queste sfide, il legislatore sta attribuendo un ruolo sempre più rilevante al settore non profit: un reticolo di oltre 300mila organizzazioni nel territorio, con entrate per 64 miliardi di euro (ultimo censimento Istat).

La riforma del terzo settore avviata con la legge 106 del 2016, alla quale hanno dato attuazione, tra gli altri decreti, la disciplina di revisione dell’impresa sociale (in vigore dal 20 luglio) e il Codice del terzo settore (in vigore dal 3 agosto), oltre a fare un riordino generale delle regole, coinvolge gli enti del privato sociale nei servizi di welfare, nella ricerca, nella formazione dei lavoratori e nei percorsi di reinserimento nel lavoro. Il Codice del terzo settore, all’articolo 2, riconosce il ruolo dell’associazionismo e del volontariato nel perseguire finalità di utilità sociale, anche in collaborazione con lo Stato, le Regioni, gli enti locali. Per accedere ai nuovi regimi fiscali di vantaggio, gli enti non profit devono svolgere una delle attività di interesse generale previste dal Codice all’articolo 5 (che vanno dai servizi sociali alle prestazioni sanitarie, dal reinserimento lavorativo di persone svantaggiate alla riqualificazione di beni confiscati alla criminalità). E saranno considerate di natura non commerciale, a determinate condizioni di “prezzo”, le attività di interesse generale svolte in accreditamento, su contratto o in convenzione con le pubbliche amministrazioni (articolo 79). Gli enti non profit potranno contare su nuove forme di finanziamento, dai titoli di solidarietà emessi dalle banche al social bonus (un credito d’imposta fino al 65% per le donazioni a favore delle organizzazioni che recuperano immobili pubblici inutilizzati o beni confiscati alla criminalità), dall’aumento delle detrazioni e delle deduzioni per chi dona alle agevolazioni fiscali per chi investe nelle imprese sociali.

Un altro intervento chiave sul piano sociale che chiama in causa gli enti del terzo settore è l’introduzione del reddito d’inclusione (Rei), approvata dal Governo il 29 agosto per attuare la legge delega 33/2017 sulla lotta alla povertà. Il Rei, al quale saranno destinati 1,76 miliardi nel 2018 e 1,84 miliardi dal 2019, prevede un assegno per le famiglie a basso reddito, che può arrivare fino a 485 euro mensili per i nuclei con cinque o più componenti. All’aiuto monetario si affianca un “progetto personalizzato” per l’inclusione lavorativa e sociale, con l’obiettivo di far superare alla famiglia la condizione di povertà. Nella costruzione dei percorsi di inclusione la regia è dei Comuni, che lavoreranno con i Centri per l’impiego e con gli enti del terzo settore.

Un’iniziativa da giudicare positivamente secondo Claudia Fiaschi, portavoce del Forum nazionale del terzo settore: «È fondamentale - spiega - aver avviato un percorso che sia basato non solo sul contributo economico ma anche sui percorsi di inclusione dei nuclei familiari. Quanto al coinvolgimento del terzo settore, già la riforma ha previsto per gli enti non profit un ruolo di coprogettazione degli interventi sociali. Un’esperienza simile di collaborazione sta avvenendo con le fondazioni bancarie nell’attuazione degli interventi finanziati dal Fondo nazionale per il contrasto della povertà educativa minorile». Il riferimento è al Fondo introdotto con la legge di Bilancio 2016 (legge 208/2015) e alimentato dai versamenti delle fondazioni bancarie (che beneficiano di un credito d’imposta del 75% del valore versato). Il Fondo ha già raccolto 120 milioni di euro per il 2016 e 120 per il 2017, con i quali è previsto il finanziamento di progetti messi in campo dalle organizzazioni non profit a beneficio dei bambini da zero a sei anni e da 11 a 17 anni. I beneficiari dei primi finanziamenti (80 progetti per bambini da zero a sei anni) sono stati appena selezionati. L’attuazione dei programmi del Fondo è gestita dall’impresa sociale «Con i bambini», interamente partecipata dalla Fondazione con il Sud, nata dieci anni fa dall’alleanza tra fondazioni di origine bancaria ed enti del terzo settore per favorire lo sviluppo del Mezzogiorno.

Mette l’accento sulla necessità di fare rete Giuseppe Guerini, presidente di Federsolidarietà, l’organizzazione delle 6.200 cooperative sociali aderenti a Confcooperative: «È essenziale - sottolinea - che nei percorsi di inclusione previsti con il Rei siano stati coinvolti, in una logica di prossimità, gli enti locali e del terzo settore. È necessario aiutare anche i professionisti del sociale a interagire tra loro. La riforma del terzo settore - aggiunge - è una grande occasione per far convergere le intelligenze e le risorse: cooperative e imprese sociali possono rappresentare l’anello di congiunzione tra il non profit e il volontariato da un lato e l’impresa profit dall’altro».

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