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Terzo settore, impacto ergo sum

di Paolo Tomasin

3' di lettura

Una nuova variante del celebre aforisma di Cartesio – cogito, ergo sum – si sta lentamente diffondendo tra gli Enti del Terzo settore (ETS): impacto, ergo sum. La possiamo tradurre così: sono in grado di dimostrare la mia esistenza solo se riesco a documentare e comunicare l'impatto sociale generato dalle attività che realizzo. Per la verità, questa variante circola già da tempo tra le società benefit che sono obbligate a predisporre annualmente un rapporto d'impatto. Consolidate sono anche le locuzioni di imprenditorialità d'impatto e di finanza d'impatto. E sono pure passati ormai diversi anni da quando si è iniziato ad effettuare delle valutazioni d'impatto in qualche intervento pubblico sperimentale. Insomma, una variante democratica che ha contagiato tutti i settori: nonprofit, for-profit e pubblico.

Ma lasciando agli storici la ricerca delle origini di questa variante espressiva e concentrandosi sul Terzo settore, è indubbio che sempre più spesso nei formulari che accompagnano i bandi di finanziamento ci si imbatta nella richiesta di descrivere, con adeguate metodologie e pertinenti indicatori, quale sarà l'impatto sociale dell'intervento che si andrà a realizzare. In altre parole, viene chiesto agli ETS di valutare come e quanto l'intervento progettuale sarà in grado di generare un miglioramento per la comunità. Gli enti finanziatori non si accontentano più di un'attestazione della performance, dell'efficienza e dell'efficacia raggiunta dagli ETS con le azioni intraprese, ma chiedono di dimostrare il cambiamento (migliorativo) delle condizioni originarie del contesto.

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La valutazione d'impatto sociale (VIS l'acronimo) è dunque il dispositivo che dovrebbe aiutare gli ETS a documentare il bene che generano, a dar effettivamente prova dell'utilità sociale prodotta con il loro operare. Dal luglio del 2019, anche un decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali supporta questo processo con le “Linee Guida per la redazioni di sistemi di valutazione dell'impatto sociale delle attività svolte dagli enti del Terzo settore”, una sorta di vademecum che si affianca ad un crescente numero di strumenti metodologici.

Non ci si lasci però ingannare dal termine “sociale” che ricorre in tutte queste espressioni: come sostengono gli studiosi si tratta di un termine ombrello, che può aprirsi racchiudendo al suo interno più dimensioni. Infatti, accanto agli effetti sulla comunità, che prende in considerazione il buen vivir delle persone, si estende e include anche quelli sull'ecosistema ambientale, sul capitale economico, sulle istituzioni, ecc. Si potrebbe anche dire che la VIS ha un'aspirazione olistica, che cerca di integrare dimensioni che di solito consideriamo separatamente, quando non le trascuriamo, preferendo come unica misurazione del valore generato quello economico-monetario.

Eppure, non possiamo esimerci dal constatare che l'adozione della VIS, nonostante le “Linee guida” ministeriali e gli strumenti metodologici esistenti, richieda competenze e capacità di analisi piuttosto sofisticate: gli effetti prodotti dalle azioni intraprese non sono sempre facilmente individuabili e, anche quando lo sono, emerge il problema di misurarli adeguatamente, con specifiche procedure, con indicatori attendibili. Alle volte è anche difficile attribuire in modo incontrovertibile il nesso di causalità fra azioni e risultati. Infine, come valutare gli effetti indesiderati e imprevisti? E quelli che maturano a distanza di tempo?

Per gli ETS la VIS potrebbe quindi rivelarsi l'ennesimo aggravio di impegno, il nuovo ostacolo che si frappone all'acquisizione di risorse, alla dimostrazione della propria ragione d'esistere. Accanto al bilancio sociale (altro strumento oggi reso obbligatorio per gli ETS con oltre un milione di entrate annue), ora anche la VIS, a complicare la vita di questi enti.

Tuttavia, senza ignorare le insidie implicite, crediamo che questa sia una sfida che opportunamente gli ETS (e non solo loro) devono affrontare. L'adozione della VIS, infatti, potrebbe addirittura aiutare a migliorare profondamente l'attuale sistema economico dominante. Infatti, se è vero che, in un tempo ormai lontano, la vera ricchezza consisteva nel bestiame (pecus da cui pecunia), l'impatto sociale ci reindirizza verso un valore composito, formato dalle varie dimensioni che contrassegnano la vita di una comunità, in cui il denaro è solo una delle sue componenti. Componenti che devono riflettere l'insieme di quello che siamo per gli altri più che per noi stessi: impacto, ergo sum.

Paolo Tomasin, Confinionline

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