economia e beni culturali

Terzo settore, l’impresa culturale ha bisogno di fare rete

di redazione

(Marka)

4' di lettura

L’impresa culturale ha bisogno di trasparenza, competenze e ricchezza privata e deve imparare a fare rete. Il terzo settore principalmente presente nel sociale oggi può essere volano per l’impresa culturale. Se ne è parlato ieri a Roma al CNEL in un incontro sulle imprese culturali e sulla necessità di fare fronte comune al fine di perseguire una public social responsability, una responsabilità sociale condivisa in cui il ‘pubblico' si fa motore di sviluppo. Promotore dell'incontro, a cui hanno partecipato anche Paola Passarelli, direttore generale biblioteche e istituti culturali al MIBAC, e Alessandro Lombardi, direttore generale del Ministero del Lavoro, è stata l'AICI (Associazione delle Istituzioni di Cultura Italiane) con il patrocinio del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili e del Consiglio Nazionale del Notariato e, in particolare è frutto di una collaborazione con il Gruppo Economia e Cultura del CNDCEC, volta alla corretta e piena attuazione della legge sul terzo settore, una legge importante e complessa da cui ci si attende un importante impulso in settori importanti della vita del nostro paese, oltre che allo sviluppo delle diverse forme di imprenditoria culturale e alla loro sostenibilità.
Marco D'Isanto ha evidenziato come «la Riforma del Terzo Settore per le organizzazioni culturali rappresenterà una sfida impegnativa ma anche una grande opportunità. Le donazioni dei privati e delle imprese, i nuovi finanziamenti previsti per gli ETS, le attività di social lending, la possibilità di ottenere immobili culturali in concessione saranno gli strumenti decisivi per collocarsi efficacemente nel nuovo Terzo Settore».
Per Irene Sanesi: «essere accountable, ossia rendere conto con trasparenza, rappresenta uno dei punti cardine della Riforma con modalità ed intensità diverse: dal rendiconto di cassa, alla relazione di missione, al bilancio sociale che diventa obbligatorio per l'impresa sociale. Quello che conterà sarà la capacità delle imprese culturali di esprimere un loro modello, anche alla luce di indicatori di impatto di valore intangibile e nel solco delle linee guida del bilancio di sostenibilità. Proprio la sostenibilità, infatti, qui da intendersi non riduttivamente sotto il profilo finanziario, diventa la traccia di valore e di senso per il futuro», mentre Franco Broccardi ha posto l'accento sul fatto che «l'ibridazione dei modelli, tra impresa sociale (in cui il non profit si apre al mercato), società benefit (dove lo stockholder value si trasforma in stakeholder value) e imprese culturali e creative (che come definite dalla norma approvata con la scorsa legge di bilancio abbattono i confini tra profit e non profit) indica una strada che al momento è stata percorsa ancora a metà in assenza di certezze fiscali e decreti attuativi».

Per il notaio Monica De Paoli, poi: «è necessario aiutare chi si occupa di cultura a crescere e crescere bene, per prendere il testimone di una pubblica amministrazione che non ha più fondi da investire, ma anche della secolare attività degli enti religiosi, che sono sempre meno in grado di gestire i propri beni e i propri carismi (non solo in ambito sociosanitario assistenziale ma educativo e museale). Garantire la continuità di questa azione e la sua impronta universalistica richiede una crescita e un adeguamento del privato sociale. La faticosa e incerta applicazione del Codice del terzo settore va interpretata e essenzialmente come un punto di partenza per questa transizione. I tempi dilatati dai decreti correttivi per l'adeguamento degli statuti devono essere utilizzati per una riflessione sull'identità e la progettualità dell'ente culturale, sulla scelta se diventare ETS, ripensando alla propria struttura, utilizzando schemi che consentano ad esempio un più facile accesso a fondi, attraverso finanziamenti e raccolta, o l'utilizzo di strumenti finanziari, o, per gli immobili, attraverso la costituzione di fondi immobiliari per una gestione accentrata e ottimizzata, o ancora approfondendo le relazioni con fondi di investimento impact e venture». Si è, infine, parlato delle opportunità di “fare rete”, in termini di sostenibilità e impatto. «Perché per rispondere a una situazione di assenza o carenza di risorse l'efficienza diventa un dovere, e fare sistema aiuta a crescere e a darsi nuove prospettive» ha concluso De Paoli.
Il direttore generale del Ministero del Lavoro, Lombardi ha presentato il quadro normativo della riforma puntualizzando l'opportunità di continuare a confrontarsi anche in vista dei decreti attuativi che dovranno essere pubblicati e ha ricordato che «secondo l'Istat, il 68% delle attività non profit sono rappresentate dalle due categorie cultura e turismo; istruzione e ricerca. Un dato, questo, molto significativo per quanto attiene all'importanza per la vita del nostro paese di questo settore in tema di identità, di coesione e di condivisione».
Nelle sue conclusioni Valdo Spini, presidente di AICI, ha infine proposto: «una riflessione sulla possibilità di una rete associativa, come prevista nella riforma sul terzo settore per cui l'AICI, al di là del fatto che essa possa immediatamente assumerne la veste giuridica, si offre come punto di riferimento e di stimolo per operare all'insegna della condivisione della cultura e delle attività culturali e tutto quello che si muove intorno all'attuazione della legge sul terzo settore perché la ricchezza privata italiana accumulata trovi la via dell'investimento e del sostegno alla cultura e alle sue attività».

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