Nave (Brescia)

Terzo stabilimento per Ai e un futuro nell’aerospaziale

Automazioni industriali

di Camillo Facchini

 La società produce macchine che gestiscono la manipolazione dei pezzi (da sinistra Franco Gussalli Beretta, Giuliano Baglioni e Elisa Torchiani)

3' di lettura

«Se c’è chi le costruisce, perché non lo posso fare anch’io che so come si riparano?». Stava attraversando Lumezzane con la cassetta degli attrezzi sul pianale di una Vespa 50 Giuliano Baglioni – imprenditore bresciano dell’automazione industriale– quando, a metà anni Novanta, si pose questa domanda dandosi al contempo la risposta, convinto che il suo futuro di imprenditore avrebbe potuto avere orizzonti più ampi e che la nascente Automazioni Industriali di Nave, un tempo una delle due capitali bresciane della siderurgia, avrebbe potuto anche volare.

La società oggi progetta, produce ed esporta macchine che gestiscono la manipolazione dei pezzi nei processi produttivi arrivate anche in Australia, confermando al suo fondatore che la condizione di tecnico apprezzato e richiesto dalle imprese della Valle Trompia gli stava stretta e che quell’azienda avrebbe potuto diventare un’impresa.

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Nei giorni scorsi AI (Automazioni industriali) ha compiuto ora altri due balzi: l’acquisto di un nuovo immobile industriale (il terzo in dieci anni) e l’avvio della partnership commerciale con il gruppo svizzero Georg Fischer Machining Solution con il quale svilupperà macchine dedicate alla fresatura, alla microlavorazione laser per componenti di dimensioni ridotte oltre che alla lavorazione delle palette di turbina per l’impiego aerospaziale, in cui le conoscenze dell’hi tech si mescolano a quelle storicamente solide della meccanica pura espressa da una impresa manifatturiera anche se piccola.

Quanto è avvenuto con la partnership commerciale tra Georg Fischer (725 milioni di franchi svizzeri di ricavi nel 2020 e 3.192 collaboratori nel mondo) e Giuliano Baglioni (80 collaboratori con un’età media di 36 anni «che abbasseremo ancora» commenta l’imprenditore, 16 milioni di ricavi previsti quest’anno con una produzione di 75 celle robotizzate prodotte ogni anno di cui 50 per il mercato italiano e 50 per quello mondiale) non è accaduto per caso, ma è la sintesi di una storia d’impresa che ha visto uscire dagli impianti di Nave 1.200 macchine vendute in quattro continenti.

Per meglio comprendere come una piccola azienda possa esser arrivata in Australia (ma anche in Bielorussia, piuttosto che in Giappone, Israele o Cina) ed incontrare l’apprezzamento di un colosso mondiale della meccanica come quello svizzero, occorre allora guardare all’interno di Automazioni Industriali, in cui ogni anno vengono messe a disposizione dei singoli programmatori di robotica 200 ore di formazione ciascuno, cui si aggiungono altre 75 ore per meccanici, elettricisti e progettisti: è dentro questa attenzione al cambiamento che stanno la crescita e lo sviluppo dell’azienda che all’impianto storico di Nave, rilevato nel 2009, ne ha aggiunti altri due.

È su questo campo che AI gioca la sua partita con due divisioni: Robotic service e Forging Division, la prima – quella storica che fa riferimento ai tempi in cui il futuro imprenditore effettuava le manutenzioni – e che si occupa prevalentemente di service, la seconda nata nel 2009 che ha dato vita a Forge Tronic, pressa elettrica per lo stampaggio a caldo in cui tutti gli assi della macchina sono azionati da motori elettrici grazie ai quali è possibile controllare e regolare le variabili del processo attraverso un monitor touch che consente la regolazione dei ciclo di lavoro.

«Con un impianto in cui – spiega Baglioni – tuteliamo l’ambiente grazie ad una tecnologia azionata unicamente dall’energia e da sistemi di recupero dell’energia stessa».

All’esterno di AI c'è invece un volto diverso di Giuliano Baglioni imprenditore, quello del cittadino impegnato che, attento alle trasformazioni della tecnologia, ha scelto di lavorare per la diffusione dell’istruzione tecnica, convinto che le imprese sarebbero cresciute se – prima – sarebbero migliorate le competenze delle persone che nelle imprese sarebbero poi andate a lavorare, intervenendo con la Fondazione Castelli, onlus nata per adeguare i laboratori degli istituti tecnici di Brescia e Lumezzane alla tecnologia che i futuri periti avrebbero trovato nelle imprese.

Da inventare c’era poco, occorreva fare cultura e replicare modelli collaudati come quello tedesco dove ogni anno sono disponibili 800mila tecnici contro i 30mila dell’Italia: senza contare le ore, Giuliano Baglioni, iniziando ad impegnarsi a cavallo tra il primo e il secondo decennio del 2000, ha lavorato insieme a organizzazioni d’impresa e colleghi imprenditori per diffondere l’importanza della formazione tecnica prima nelle famiglie e poi nei giovani, forte della propria esperienza personale e di una domanda diffusa tra le aziende affamate di diplomati tecnici. Che ancora non bastano.

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