il fondatore ribadisce il delisting

Tesla: Elon Musk alle corde tra tweet, denunce e sogni di fuga da Wall Street

di Marco Valsania

Elon Musk vuole ritirare Tesla dai mercati per 85 miliardi di dollari

6' di lettura

L’ultima tegola su Tesla e il suo deus ex machina, Elon Musk, è caduta in un’aula di tribunale. Due denunce presentate alla magistratura federale di San Francisco che accusano Musk esplicitamente di violazione delle leggi che regolano i mercati, perché avrebbe effettuato dichiarazioni deliberatamente false allo scopo di gonfiare il prezzo delle azioni. Le dichiarazioni manipolatorie in questione sarebbero quelle che hanno ormai fatto il giro del mondo: l’intenzione di riportare l’azienda americana leader nell’auto elettrica, che ha adesso una market cap vicina ai 60 miliardi di dollari, in mani private.

Con tanto di garanzia d’aver già trovato i finanziamenti necessari per farlo a 420 dollari per azione - vale a dire per un’operazione da quasi 82 miliardi una volta tenuto conto di debito e opzioni. Il titolo era inizialmente salito proprio sull’onda delle parole di Musk, affidate a un tweet. Anche se è però poi tornato rapidamente sui suoi passi, compiendo un giro di rialzi e ribassi superiori all’11% (in dollari: 360-380-355) proprio a causa della bufera esplosa attorno ai cinguettii sui social media. La Securities and Exchange Commission ha a sua volta aperto un’indagine per valutare la veridicità delle informazioni date da Musk e la correttezza di averle diffuse attraverso Twitter.
Il visionario imprenditore Usa ha confermato sul blog Tesla che il fondo sovrano saudita resta la fonte principale per il delisting del titolo, precisando però che l'accordo non è ancora stato fatto. E ha poi ribadito che sta lavorando al progetto con Goldman Sachs e la società di private equity Silver Lake, cercando di dare più credibilità al potenziale affare valutato a più di 70 miliardi.

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Il board del gruppo rimane in ansiosa attesa di chiarimenti mentre potenziali protagonisti della «privatizzazione» - un fondo sovrano saudita che gia possiede il 5% di Tesla e la giapponese SoftBank che controlla un enorme fondo tech dedicato agli Usa - hanno già fatto sapere di non essere interessati a simili scommesse. Musk, da solo, può contare su una ragguardevole fortuna personale da 22 miliardi, insufficiente tuttavia per simili propositi.

Momento della verità
I ricorsi legali sono così diventati anzitutto i simboli del «momento della verità» che attraversa Tesla, a otto anni dalla fondazione (in realtà non da parte di Musk, che però ne divenne rapidamente l’uomo forte). Il primo è a firma di Kalman Isaacs e contiene la richiesta di diventare class action, una causa collettiva, a nome di tutti gli investitori che hanno comprato titoli Tesla tra i 7 e l’8 agosto. Il secondo, depositato da un certo William Chamberlain, contiene una richiesta simili e ancora più estesa, a nome di chi si è gettato sulle azioni tra il 7 e il 10 agosto. I danni, stando a entrambi i documenti legali, sarebbero stati sofferti in particolare da short sellers, investitori che scommettono sul ribasso delle quotazioni, un vero e proprio esercito nel caso di Tesla, l’azienda con la maggior quantità di puntate short a Wall Street.

La saga del gruppo nato nel 2003 e quotato nel 2010, come accennato, ha tuttavia risvolti sia industriali che finanziari con profonde radici. Più volte agli albori è parso sull’orlo di un crack e bisognoso di salvataggi; più volte in seguito alle corse del suo titolo in Borsa e agli entusiasmi sulla rivoluzione delle auto elettriche, hi-tech e autonome, si sono susseguite perplessità e delusioni. Oggi queste sfide a caccia di risposte senza più sconti si sono intensificate: sotto il primo «ombrello», quello delle problematiche industriali, ricade la crescente sfida che giunge dalle case automobilistiche di lusso, che minacciano di erodere il suo appeal. A cominciare dai marchi europei: sulle strade arrivano o stanno per arrivare modelli più che competitivi - per qualità e prezzo - targati Porsche e Jaguar, Mercedes e Audi. La Porsche sta sfoderando l’elettrica Taycan, per la quale riceve significativi ordini. Jaguar sta già consegnando la I-Pace, un Suv elettrico forte di recensioni che hanno «doppiato» Tesla. E nella prima metà del 2018 Tesla ha sicuramente risentito di frenate in piazze europee chiave, con cali stimati da IHS Markit nel 30% in Germania e Gran Bretagna.

I ritardi produttivi
Tutto ciò mentre la società di Musk rimane afflitta, da sempre e tutt’oggi, da irrisolte difficoltà e gravi ritardi di produzione oltre che da perplessità sulla qualità. Le nuove Model 3, il modello di «massa» di importanza strategica che dovrebbe trasformarla in grande società da azienda di nicchia, hanno ancora bisogno di essere sfornate sotto una provvisoria tenda nel maggior stabilimento del gruppo, a Fremont in California (l’altro grande impianto domestico Gigafactory 1 è a Reno in Nevada per sfornare batterie). Il gruppo è poi reduce da molteplici indagini aperte dalle autorità federali della Ntsb su incidenti avvenuti a bordo delle sue vetture con tecnologia di guida automatica. E da defezioni eccellenti negli ultimi due anni di dirigenti e tecnici chiave, dal direttore finanziario all’ingegnere capo, a volte passati alla concorrenza.

Sul fronte finanziario ci sono dubbi sulla sostenibilità del business, sulla necessità o meno di nuovi capitali e sulla promessa del magnate di arrivare presto a generare profitti

Dubbi sulla sostenibilità del business
Sul fronte finanziario ci sono dubbi sulla sostenibilità stessa del business, sulla necessità o meno di nuovi capitali - negata da Musk - e sulla promessa del magnate di arrivare prestissimo a generare profitti e un cash flow positivo che finora invece sfugge. Nel secondo trimestre le perdite sono state peggiori delle attese, 717,5 milioni - raddoppiate dall’anno scorso - seppur controbilanciate da entrate per 4 miliardi, migliori dei pronostici, e da obiettivi di utili nel terzo e quarto trimestre dell'anno in corso. Tesla ha anche riportato riserve liquide per 2,2 miliardi che ha previsto di aumentare, grazie a ristrutturazioni e tagli gli investimenti a 2,5 miliardi nel 2018 dai 3,4 miliardi del 2017. Musk ha persino cercato di correggere il tiro del suo noto e volatile comportamento, che ha cominciato a stancare Wall Street, tanto più davanti alle sfide aperte. Nella conference call del precedente trimestre aveva insultato gli analisti, apostrofando alcune loro domande come «sciocche» e «noiose» e evitando di rispondere.

Nell’ultima occasione si è scusato e ha risposto senza obiezioni. Provando a mettere a tacere quel paragone, men che benigno, con il leggendario quanto controverso magnate tech-aeronautico degli anni Trenta Howard Hughes (Musk appare a molti un ibrido tra un «barone» onnipotente del capitalismo d’altri tempi e l’hi-tech del Ventunesimo secolo).
Né Tesla si arrende alla paralisi delle polemiche per i suoi progetti. Solo negli ultimi giorni è venuto alla luce che sta studiando la possibilità di offrire ad altri produttori i propri codici sorgente, legati a software e tech nelle vetture, con l'idea di accelerare il generale sviluppo futuro di sistemi di veicoli a guida autonoma più sicuri.

La tentazione del delisting
E nello sforzo di rinnovare e migliorare il design ha da poco arruolato l’ex guru Volvo Ian Kettle. In questo clima arriva anche il disegno - o la boutade - sul ritiro dal mercato azionario. La logica di Musk sembra impeccabile: forse Tesla potrebbe davvero fare meglio nell’affrontare le frontiere del futuro senza la pressione - e la trasparenza - richiesta dall'essere società quotata. Meno impeccabile appare però fino ad oggi il piano suggerito, ricco anzitutto di incognite. La sua fattibilità è men che sicura e ostaggio della natura del soci oltre che delle prospettive del business. Musk ha detto che vorrebbe mantenere una quota del 20% nel gruppo, simile a quella che detiene attualmente e invitato tutti i soci esistenti a partecipare. Investitori istituzionali hanno circa i 64% e piccoli investitori individuali il 12 per cento.

Ma tra gli istituzionali, l’8% sono index funds, tenuti a investire solo in aziende quotate, e potrebbero quindi uscire. Il 24% sono fondi comuni o Etf, spesso con rigidi limiti del 15% alle quote complessive di titoli illiquidi che possono avere in portafoglio. Sono di questo genere il secondo e terzo socio di Tesla, T. Rowe Price, con oltre il 9%, e Fidelity, con oltre l’8 per cento. Non è chiaro, dunque, come si comporteranno. Senza contare che ad oggi altri grandi investitori o finanziatori non si sono fatti apertamente avanti.

Alcuni analisti hanno indicato che Musk potrebbe convincere soci strategici a utilizzare le loro quote di equity nell’ambito dell’operazione di «privatizzazione», riducendo automaticamente la necessità di reperire nuovi finanziamenti. Musk ha inoltre vinto ad oggi molte difficili scommesse e non difetta di ambizione e fidati fan tra gli stessi azionisti. Gli interrogativi sono tuttavia pesanti e la tensione alta. L’unica certezza sarebbe il bottino per banche e consulenti di una eventuale «privatizzazione»: le commissioni sono stimate fino a 170 milioni e, qualora un’operazione includesse ricorso all’indebitamento, ad un altro mezzo miliardo. A quel punto rimarrebbe soltanto la domanda di fondo: la sopravvivenza e il successo - industriale, tecnologico e di mercato - di Tesla.

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