L’OTTIMISMO E LA REALTà

Tesla ha bisogno di 2,3 miliardi, ma per crescere potrebbe servire di più

di Marco Valsania


Tesla Model 3, la nostra prova su strada

3' di lettura

NEW YORK - Elon Musk ci ripensa: la sua Tesla in realtà ha bisogno di nuovi capitali. Di risorse fresche dopo un bilancio trimestrale deludente (perdite per 702 milioni) che ha lasciato le finanze del leader dell'auto elettrica decisamente in qualche ambascia. In cifre: conti da pagare per 3,2 miliardi a fronte di riserve liquide per 2,2 miliardi, diminuite del 40 per cento. Così, dopo aver detto fino a pochi giorni or sono che in realtà non c'era urgenza di rastrellare nuovi fondi, ecco invece adesso il filing alla Sec per collocare azioni e obbligazioni convertibili per iniettare in cassa 2,3 miliardi, cifra che venerdì è già lievitata a 2,7 miliardi.

Wall Street ha tirato un sospiro di sollievo: analisti e investitori hanno applaudito la maggior trasparenza sulle necessità finanziarie e la decisione di non tenere sulle spine il mercato, grazie a un'operazione che, comprese le opzioni dei sottoscrittori, la vedrà vendere azioni per 738,7 milioni e bond a cinque anni per 1,55 miliardi. Il titolo, prono in questi mesi a scivoloni (ha ceduto oltre il 30% dai massimi del dicembre scorso), ha guadagnato nella seduta di ieri oltre il 4 per cento.

Musk e i suoi collaboratori, in una conference call con investitori orchestrata ieri dalle banche sottoscrittrici Citigroup e Goldman Sachs, ha anche usato la nuova mossa come trampolino per far decollare nuovo ottimismo: ha previsto che Tesla, forte di attività che dall'auto elettrica si spingono al self-driving e all'energia solare, è sulla strada che la farà diventare un colosso da 500 miliardi di market cap, vale a dire capace di un valore di Borsa più che decuplicato dai circa 40 miliardi odierni.

La nuova operazione è però rivelatrice di una sfida che non può essere esorcizzata con l'ottimismo - e neppure con i nuovi fondi. Il fatto è che quei fondi, ammoniscono gli osservatori più scettici, difficilmente basteranno a Tesla. Saranno sufficienti a tagliare il traguardo immediato di rimanere in carreggiata con il carburante di finanze adeguate. Ma non quello di rilanciare con convinzione la crescita di Tesla, che oltretutto ha sulle spalle complessivamente oltre dieci miliardi di debito (1,92 miliardi in scadenza quest'anno). Non saranno insomma abbastanza per restituire vero lustro a quella che viene definita, in gergo, la sua “growth story”. Pochi spiccioli, a conti fatti, rimarranno cioè da quei 2,3 miliardi per essere spesi nel costruire il futuro.

La “growth story” di Tesla - dati alla mano - si è oggi ammaccata e potrebbe aver bisogno di meccanici della strategia piuttosto che di ingegneri della finanza. Le consegne di auto nel primo trimestre sono scivolate del 31% rispetto ai tre mesi immediatamente precedenti. Sono stati citati ostacoli eccezionali, quali ritardi di produzione e di distribuzione all'estero. Ma nella gestione Musk simili eccezioni spesso sembrano diventare la regola. Tesla ha inoltre avviato tagli dei costi - chiusure di negozi, riduzioni nei dipendenti - che più che essere celebrate come segno di inedita efficienza hano finora sollevato nervosismo.

Tesla Model 3, la nostra prova su strada

Il nodo, per gli scettici, non è tanto la domanda di vetture elettriche e hi-tech. è piuttosto la capacità di Tesla e dei suoi vertici di rispondervi, di coltivarla e soddisfarla, affrontando una concorrenza ormai crescente. Nuovi test incombono per decifrare il rebus dell'azienda e della sua gestione: se vorrà rispettare il target medio degli analisti di 360.000 vetture nell'intero 2019 - e ancor più quello dell'azienda di fino a 400.000 confermato ieri - dovrà farne arrivare ai consumatori in media quasi centomila a trimestre durante i nove mesi finali dell'anno. Possibile. Ad oggi però il miglior trimestre dell'azienda guidata da Musk è stato il quarto del 2018, quando ha consegnato 91.000 vetture.

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