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Tesla, il titolo precipita. Torna sotto 500 miliardi e la colpa è anche di Musk

La capitalizzazione del primo costruttore mondiale di auto (elettriche) arretra ai livelli di novembre 2020, quando era in piena ascesa. Superdollaro, tassi Usa, calo della domanda le ragioni. Ma anche la scalata a Twitter del suo imprevedibile ceo

di Alberto Annicchiarico

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3' di lettura

Tesla mai così in basso da novembre 2020, quando era in piena ascesa. Il 2022 si conferma un anno molto difficile, come per molti altri nel mondo automotive, alle prese con costi esorbitanti delle materie prime e difficoltà sulle supply chain. La casa di Austin, Texas, ha perso oltre il 54% del suo valore, il 40% dalla fine di settembre contro un + 12% dell’indice S&P500. Il titolo ha perso nella seduta di martedì al Nasdaq (l’indice dei titoli tech che quest’anno ha perso il 28%) fino al 10% scendendo sotto i 500 miliardi di capitalizzazione per poi recuperare in chiusura la soglia dei 161 dollari e chiudere a 504 miliardi di market cap. Soltanto ai primi di aprile Tesla valeva oltre un trilione.

Anche per questo il ceo Elon Musk, che detiene circa il 25% di azioni e opzioni, ha perso la prima posizione nella classifica delle persone più ricche del mondo (nel Bloomberg billionaires index) a vantaggio del patron di Lvmh, Bernard Arnault: 164 miliardi contro 171, ma soprattutto 107 persi nel 2022.

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Perché il titolo affonda? C’entrano sicuramente il superdollaro e il robusto aumento dei rendimenti a lungo termine negli Stati Uniti per i rialzi dei tassi decisi dalla Fed. Pesano su questo inizio di settimana nero anche le notizie smentite ma comunque trapelate dalla Cina sul taglio di produzione del 20% nella gigafactory di Shanghai a dicembre, dopo avere tra l’altro toccato un record di 100mila unità prodotte a novembre grazie all’allentamento della stretta dei lockdown. Calo della domanda è l’indicibile, ma è indubbio che perfino Tesla stia accusando la crescita vertiginosa dei brand concorrenti cinesi, su tutti BYD, che domina il mercato del Dragone sommando ibride ed elettriche pure con il 30% delle quote di mercato. Nelle ultime settimane il marchio made in Usa ha tagliato proprio in Cina i prezzi dei suoi modelli più venduti (Model 3 e Model Y) per avvicinarsi a quelli dei competitor. Ed ha spinto offrendo polizze assicurative.

Ma anche Musk è in buona parte responsabile di questa caduta verticale del valore della sua creatura a quattro ruote. Molto se non tutto è cominciato quando in aprile ha avanzato l’offerta da 44 miliardi per fare suo il social del microblogging Twitter, a lui molto caro visto che lo ha trasformato in un potente strumento di comunicazione industriale e personale e dove vanta addirittura 121 milioni di follower. L’impressionante spostamento di risorse nella battaglia per conquistare Twitter non è stato preso bene dal mercato, vista la quota azionaria del ceo in Tesla (era poco sotto il 20% a fine 2019, oggi è poco sopra il 13%), che da novembre 2021 ha venduto azioni per oltre 36 miliardi di dollari. E il titolo ha iniziato a perdere velocemente quota.

Il rally estivo è stato soltanto un’illusione perché la ripresa delle ostilità, l’apertura di un’indagine federale per la sua condotta nell'operazione e poi a fine ottobre la chiusura della stessa hanno coinciso con la discesa a precipizio della capitalizzazione di quella che resta tuttora la casa costruttrice di maggior valore sui mercati. Toyota è seconda a circa 200 miliardi, Porsche e proprio BYD seguono a 100 miliardi.

Musk con le sue decisioni discusse come i licenziamenti di massa a Twitter, poi in parte rimangiati, lo smantellamento (proprio oggi, via mail) dei 100 esperti del comitato per la sicurezza e la fiducia del social - creato nel 2016 per affrontare temi scottanti come i discorsi di odio, la propaganda terroristica, lo sfruttamento minorile - e gli endorsement politici altalenanti, sta ponendo un problema di reputazione per sé che finisce per ricadere anche sul brand Tesla. Nomi come Stephen King (che ha una Tesla) o il nobel Paul Krugman lo hanno criticato duramente. E perfino una pop star come Alyssa Milano ha scritto, proprio su Twitter, che aveva venduto la sua Tesla per protesta, passando a una Volkswagen. Elettrica.

E si stanno facendo sentire anche diversi gestori di fondi esposti su Tesla. Le loro voci sono state raccolte da un articolo del Wall Street Journal in cui si sottolinea che gli investitori in questo momento vedono un grosso problema: «Non esiste un ceo di Tesla».

«Musk è il cuore e i polmoni di Tesla, ma la sua attenzione è focalizzata esclusivamente su Twitter, e vendere continuamente azioni non è un bene per Tesla», ha commentato Dan Ives, analista di Wedbush da sempre bullish sul titolo per il quale i continui finanziamenti indirizzati a Twitter rappresentano un incubo. «Mentre il 20% del calo delle azioni Tesla è dovuto alle preoccupazioni sulla domanda e sulla crescente concorrenza dei veicoli elettrici, l’80% è dovuto all’attenzione di Musk per Twitter. Twitter ha bisogno di un ceo che non sia Musk».

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