Arte

Tesori salvati da guappi e ispettori

di Benedetta Gentile

 Uno degli spettacolari gioielli che rientrarono in modo rocambolesco nella città di Taranto alla fine del conflitto nel 1945, e che oggi si conserva nel Museo Archeologico della città

10' di lettura

La storia della protezione e del salvataggio delle opere d’arte in Italia durante la seconda guerra mondiale offre ancora capitoli poco esplorati che attendono di essere ricordati. Pian piano, per fortuna, spuntano studi e documenti che aggiungono nuovi tasselli a quest’epopea che soprattutto grazie al coraggio e all’abnegazione di singoli andrebbe celebrata come una delle belle pagine della storia del paese.

È grazie a un abate, un principe e anche a un intraprendente guappo che il Tesoro di San Gennaro continua a splendere di mille luci nella città partenopea. Lo si deve a funzionari di banca e un archeologo se gli Ori di Taranto sono oggi una delle meraviglie del «Marta», il Museo archeologico della città pugliese. Perché poco ci è mancato che di loro rimanessero solo testimonianze e foto del passato, ennesime illustri vittime di una guerra che tanto ha infierito sulle opere d’arte. Durante il secondo conflitto mondiale, entrambi hanno corso notevoli rischi: sia il Tesoro di San Gennaro che gli Ori di Taranto sono infatti fortunosamente rientrati a “casa” dopo una serie di peripezie a dir poco rocambolesche, spesso solo indirettamente legate all’orrore della guerra.

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Così, invece il 5 marzo si sono celebrati i 70 anni del ritorno del Tesoro a Napoli. È infatti il 5 marzo 1947 che le tre cassette che racchiudevano quanto di più prezioso era stato donato al santo nel corso dei secoli da sovrani e credenti hanno fatto ritorno nel museo attiguo alla Reale Cappella, dopo un periplo iniziato nel maggio 1943, quando venne deciso di metterli in salvo dai bombardamenti su Napoli affidandoli all’Abbazia di Montecassino, allora ritenuta come un rifugio sicuro. A ripercorrere le drammatiche ma anche pittoresche tappe del “salvataggio” ci ha pensato ora Nando Tasciotti, il giornalista cui si deve l’importante libro Montecassino 1944 , con il suo documentatissimo e assai godibile San Gennaro a Montecassino(ed. Youcanprint) con cui sfata molte “vulgate”. In particolare quella secondo cui il Vaticano avrebbe “nicchiato” a rendere le preziose cassette sbarcate tra le sue mura dopo essere miracolosamente sfuggite alla razzia della divisione Goering che nella seconda metà di ottobre del 1943 aveva ripulito di tutti i suoi tesori la venerabile abbazia fondata dal san Benedetto nel 529 d.C.

La prima parte del periplo del Tesoro è per lo più cosa nota: nel fervore che dallo scoppio della guerra anima chi ha sotto la sua responsabilità le opere d’arte del paese, anche la Deputazione della Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro si era posta il problema di come mettere al riparo i gioielli e le reliquie dai bombardamenti che con frequenza quasi quotidiana si accanivano su Napoli. A prendere la situazione in mano era stato don Stefano Colonna di Paliano nella sua veste di vicepresidente di questa istituzione laica nata nel 1601 per gestire e proteggere da spoliazioni i beni del Tesoro. Con l’avvocato Giovanni Orgera , che in quanto il podestà di Napoli era anche il presidente della Deputazione, il principe Colonna decise che di tutte le ipotesi prese in esame «non rimaneva altra migliore scelta di Montecassino». Così, dopo che l’abate Gregorio Diamare aveva assicurato che le tre cassette, in cui era stato riposto il meglio della leggendaria collezione, sarebbero state custodite «con le stesse cautele e lo stesso interesse con cui venivano tutelati i tesori della badia» fu deciso il trasferimento che avvenne il 26 maggio 1943. Il collare di San Gennaro, spille, anelli e croci donate dalle dinastie di mezza Europa furono collocati nella Biblioteca, accanto quanto di più prezioso si trovava nell’abbazia. Quando, il 14 ottobre, bussarono alla porta due ufficiali della Divisione Goering per imporre ai monaci lo sgombero della badia che, dicevano, ormai si trovava sulla linea fronte con grave pericolo sia per la vita dei monaci che le opere d’arte , i preziosi libri e documenti d’archivio, i monaci , non persero tempo. Assai diffidenti sulle reali intenzioni dei due, subito nascosero altrove le tre cassette come fecero anche con il prezioso Medagliere di Siracusa che aveva trovato rifugio tra le mura dell’abbazia nel luglio del 1943. Sempre grazie alla diffidenza nutrita nei confronti degli ufficiali nazisti, i monaci decisero di nascondere tra i loro beni personali le cassette di Napoli che così giunsero a Roma all’insaputa di chi aveva organizzato uno sgombero che, come temevano i monaci, doveva poi rivelarsi in un tentativo di rapina. (Rapina, va ricordato, paradossalmente provvidenziale perché salvò tesori che la distruzione dell’Abbazia nel febbraio 1944 sarebbero stati irrimediabilmente persi). I preziosi volumi della Biblioteca Monumentali, tutto l’Archivio e le decine di casse provenienti dalla Pinacoteca e dal Museo Archelogico di Napoli che contenevano capolavori come la Danae di Tiziano, non presero infatti la via di Roma, come assicurato ai monaci, ma quella del nord. Bloccati a Spoleto, furono portati in Vaticano solo dopo un lungo braccio di ferro all’interno della stessa compagine tedesca. Quindici casse però presero la via di Berlino come dono di compleanno a Goering ma per fortuna furono poi ritrovate nel giugno del 1945 dagli alleati nelle miniere di Altaussee. A Roma il Tesoro di San Gennaro giunge con don Tommaso Leccisotti, il vice archivista dell’abbazia incaricato dell’abate Diamare di dare subito l’allarme in Vaticano. In attesa di una decisione della Santa Sede, le tre cassette trovarono rifugio a San Paolo fuori le Mura per poi essere accolte in Vaticano il 7 dicembre del 1943.

Già dall’estate del ’44, Colonna riceve rassicurazioni sull’incolumità delle tre cassette assieme ad inviti a recuperarle. Dapprima è l’archivista di Montecassino, Don Mauro Inguanez a scrivere il 17 agosto del ’44,( cioè poco dopo la liberazione di Roma,) al principe Colonna di «venire a ritirarle quando si vuole, perciò se creda prenda gli accordi necessari per il trasporto»(lettera che si trova negli archivi della Deputazione). Da un verbale del 7 marzo 1945 si viene a sapere però che la Deputazione decide all’unanimità di soprassedere al ritiro delle tre cassette in quanto in Vaticano erano sicuramente più al sicuro che a Napoli.

Un invito più sollecito viene in seguito espresso da don Adeodato De Donà, il monaco che aveva le cassette in custodia da quando nel settembre 1946 erano state trasferite dalla Biblioteca Vaticana all’abbazia di San Paolo fuori le Mura e che, nel suo messaggio non nasconde le difficoltà di garantirne la sicurezza. Per Don Adeodato è urgente venirle a recuperare entro la fin dell’anno perché «molto si preoccupava dell’ambiente del rione, quasi tutto composto da operai e di qualche improvviso inconsulto movimento di ribellione e violazione della casa». Di nuovo la Deputazione prende tempo. Il principe Colonna fa solo un raid a Roma, nel novembre del 1946, per constatare, con grande sollievo, che le legature in fil di ferro ed i piombi con cui erano state chiuse le cassette «erano intatti».

Contrariamente alle voci che in passato hanno trovato ampio credito, se il ritorno del Tesoro tardò non fu come Tasciotti ben documenta, per colpa di un Vaticano poco restio a rendere a Napoli il suo Tesoro. Fu infatti la Deputazione a prendere tempo. Perché se Roma era poco sicura, Napoli lo era ancora meno e soprattutto in quegli anni del dopoguerra i duecento chilometri che separano le due città erano ad alto rischio, con un percorso che si snodava tra strade sbarrate, fiumi in piena e moltitudini di vagabondi affamati che facevano temere un ritorno del brigantaggio.

Passano così altri mesi. Colonna, assieme Giuseppe Buonocore, il neo sindaco, e come tale nuovo capo della Deputazione, cercarono di organizzare il ritorno del Tesoro. Un’operazione difficile che rischiava di essere anche molto onerosa. La Questura di Napoli aveva preventivato per la scorta un costo di 300mila lire, una cifra all’epoca quasi faraonica. A togliere le castagne dal fuoco ci pensò un grande elettore del sindaco, Giuseppe Navarra, un ex palombaro che aveva fatto fortuna con il mercato nero, un “guappo” in odore di camorra noto a Napoli come il «re di Poggioreale» che si propose di prendere in mano l’avventurosa spedizione . Dopo vari rinvii, dovute anche a condizioni metereologiche che rendevano quasi impossibili il tragitto su quelle strade dissestate, il primo di marzo fu deciso che l’ora ics sarebbe scattata quattro giorni più tardi, nella più assoluta segretezza. La spedizione fu ridotta all’osso: sulla lussuosa auto di Navarra presero posto solo il principe Colonna, il «re di Poggioreale» e l’autista cui fu detto che andavano a Roma a ritirare un carico di cravatte. Niente scorta e una sola macchina per non dare nell’occhio. Il viaggio all’andata fu senza storia, così come il recupero del prezioso carico. Secondo don Stefano Colonna anche il ritorno fu relativamente tranquillo «malgrado incidenti di macchina ed interruzioni stradali che hanno di molto allungato la strada ed obbligati ad attraversare strade solitarie e boscose, ritardando il nostro ritorno, previsto per le18 fino alle ore 21, non abbiamo avuto il più piccolo pericolo, non visi arcigni o facce sospette» annota in un documento dattiloscritto del 6 marzo 1947. Diversa è la versione di Navarra, anzi le versioni del «re di Poggioreale» che via via la rende sempre più avventurosa per poter magnificare il suo ruolo. Tra spacconate e imprecisioni, racconta di un ottuagenario Colonna che in lacrime recita il rosario per tutto il viaggio di ritorno, di blocchi di carabinieri che insospettiti vogliono verificare il contenuto delle tre cassette che ufficialmente contengono cravatte e fazzoletti, situazione che il nostro “guappo” risolve tirando fuori la sua tessera di vicesindaco di Poggioreale. Ci si misero anche le acque del Volturno in piena e poco mancò che le tre cassette sparissero nelle sue acque: anche qui fu la presenza di spirito di Navarra a salvare la situazione ordinando all’autista di tornare indietro e prendere la strada di Cassino. Sia come non sia, il Tesoro tornò sano e salvo come poterono constatare membri della Deputazione all’indomani del suo ritorno. Forse perché, come dichiarò don Stefano, bastava affidarsi al “maggiore interessato”. A lui si era affidato nella fatidica giornata dal ritorno delle cassette e il Santo «aveva ben provveduto». Subito però si chiesero se, dati i tempi, non fosse più prudente metterli al sicuro in una camera di sicurezza del Banco di Napoli. Secondo un verbale del 26 marzo Don Stefano ritenne infatti che «la mania pubblicitaria, esibizionista» di Navarra aveva attirato l’attenzione su quello ormai descritto come «un tesoro da Mille e una notte, miliardi, gemme, valore incalcolabile» mettendone a rischio la sua sicurezza. I suoi timori furono condivisi dalla Deputazione e così il Tesoro rimase a lungo nel caveau della banca per poi essere solo riesposto negli anni duemila. Per la cronaca va detto però che nessuno comunque cercò mai di rubare il tesoro, salvo in un film , Operazione San Gennaro di Dino Risi.

Nel frattempo l’ardimentosa impresa, già fatta lievitare a sua gloria da Navarra, si era arricchita di mille dettagli fantasiosi, tanto che si poteva leggere addirittura come le tre cassette avessero fatto ritorno su dodici autotreni con rimorchio scortate da centinaia di poliziotti. Il re dei guappi, le cui gesta ispirarono nel 1961 un film con E. Borgnine nei panni del «re di Poggioreale», non volle nessuna ricompensa per la sua meritoria azione. Che però alimentò la sua megalomania. La sua munificenza non ebbe più limiti tanto che da ricchissimo si ritrovò condannato a due anni di carcere come debitore insolvente.

Anche per gli Ori di Taranto il ritorno all’ovile fu una mini Odissea. Allo scoppio della guerra i magnifici cimeli aurei della Magna Grecia, cui si erano aggiunti nel ’41 i preziosi della principessa Opaka Sabaleidas provenienti dalla tomba degli ori di Canosa, erano stati riposti in una cassetta di ferro, murata nei sotterranei del museo. Ma con il precipitare degli eventi bellici, questo nascondiglio sembrò del tutto inadeguato al sovrintendente di Taranto, Ciro Drago. La città infatti era un’importante base navale che già dalla metà del 1942 era stata gravemente danneggiata da aerei alleati. Su consiglio del ministro Giuseppe Bottai, i 222 pezzi più belli, tra cui il diadema fiorito di Opaka, presero la via di Parma. Secondo il ministro infatti, non vi era rifugio più sicuro nel paese dei sotterranei blindati che la Banca Commerciale aveva costruito nella città emiliana. Il viaggio d’andata andò liscio: la responsabilità della missione venne affidata al giovane ispettore delle belle arti, l’archeologo Valerio Cianfarani che, scortato da un collaboratore e due agenti per garantire la sicurezza di un tesoro valutato all’epoca 5 milioni, lasciò Taranto in treno il 31 gennaio del 1943. Dal 2 febbraio gli ori furono al sicuro nei sotterranei del Centro Contabile della Comit. Dopo l’8 settembre però non furono i bombardamenti a mettere in pericolo gli ori, ma la Repubblica di Salò che li reclamò in tutti i modi, minacciando anche vie legali pur di ottenerli. Per fortuna i funzionari della banca presero tempo, nel timore anche che il tesoro prendesse la via della Germania. Si fecero dapprima scudo con il «verbale di consegna», secondo cui solo Cianfarani era autorizzato a prendere in consegna le due cassette, senza riuscire però a bloccare le mire della Repubblica Sociale che addirittura emanò un ordine di consegna immediata. Il temporeggiare della banca si rivelò provvidenziale perché arrivò il 25 aprile e gli ori rimasero al loro posto. Gli ori però dovevano superare ancora altri ostacoli prima di tornare a Taranto. Ne seppe qualcosa lo stesso Cianfarani che nel luglio del 1945 riprese la via di Parma. Questa volta però, tutto solo, senza scorta e con mezzi di fortuna. Per spostarsi da Parma a Bologna non trovò di meglio che una camionetta che trasportava soldati e partigiani , assai incuriositi dalle cassette che trasportava il giovane funzionario. Aiutato dagli alleati a Bologna riuscì a prendere un aereo militare che lo portò a Ciampino. Lì cominciò il bello. Si ritrovò come in una landa deserta, senza auto o mezzi pubblici all’orizzonte. Nelle sue memorie, citate dalla pubblicazione di Intesa San Paolo che ha ricostruito la vicenda attingendo ai suoi archivi, è lo stesso funzionario a raccontare come, facendosi coraggio, «si affacciò sulla strada che porta a Roma, in attesa della Provvidenza» che «comparve sotto forma di un carretto di verdure». Dietro un lieve compenso, l’ortolano accettò di trasportare Cianfarani e il suo prezioso carico fino alla Stazione Termini. Soltanto che man mano che il carretto procedeva verso Roma, la curiosità del contadino si manifestava con una insistenza sempre più minacciosa tanto che il povero archeologo, sempre abbracciato alle due cassette, «sudò più volte freddo», in quanto erano soli e in aperta campagna. Convinto che contenessero quanto di più prezioso si potesse sognare a quei tempi, e cioè «cose mangerecce», dalle «insistenze passò quasi alle minacce» ma come Dio volle la carretta giunse alla stazione e gli ori trovarono rifugio proprio a un passo dalla stazione, nel Museo delle Terme di Diocleziano dove rimasero fino al 1949 “salvi e intattissimi” come avevano lasciato Parma.

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