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Tesori sommersi, mille siti archeologici subacquei in Italia

In Puglia Tap ha recuperato reperti ceramici corinzi a 780 metri di profondità nel Canale d'Otranto e ha finanziato il loro restauro

di Domenico Palmiotti

5' di lettura

Sono circa mille i siti archeologici subacquei mappati sinora in Italia. «Ma quelli sommersi sono molti di più. I mille sono solo quelli schedati all'interno del Gis del ministero della Cultura e della carta del rischio» afferma Barbara Davidde, alla guida da un anno della Soprintendenza nazionale del patrimonio culturale subacqueo. Un vero e proprio tesoro di storia e di civiltà perchè «sott'acqua - aggiunge Davidde - troviamo resti dell'età preistorica, pensiamo ai ritrovamenti nei laghi e nei fiumi, per andare poi all'età fenicia, greca, romana, rinascimentale, sino ai resti della seconda guerra mondiale».

Tutto questo ha avuto un focus importante a Taranto (sede della Soprintendenza nazionale) dal 16 al 18 dicembre nel simposio internazionale del patrimonio culturale subacqueo con la presenza di archeologi subacquei italiani, europei e anche dell'America Latina. Un focus che è coinciso con tre date simbolo: il primo anno di attività della Soprintendenza nazionale italiana, istituita dal ministro della Cultura, Dario Franceschini; i venti anni di un progetto italiano, “Restaurare sott'acqua”, ideato da Roberto Petriaggi, dell'Istituto centrale del restauro, e poi diretto per altri dieci anni dalla stessa Davidde quando era all'Istituto, progetto che ha permesso di sperimentare metodologie e tecniche del restauro “in situ” delle strutture architettoniche sommerse; infine, terza data simbolo, i venti anni della convenzione Unesco (2001) per la protezione del patrimonio subacqueo.

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Oggi i problemi con i quali si misura questo enorme giacimento culturale riguardano la conoscenza e la catalogazione dei reperti, ma anche la loro conservazione e valorizzazione attraverso il restauro. In Puglia ci sono però esempi virtuosi.

Cosa ha fatto la società del gasdotto

Tap, la società del gasdotto che da Grecia e Albania, attraversando il Mare Adriatico, arriva sulla costa di Melendugno, nel Salento (gasdotto che ad un anno dall'avvio ha già trasportato 7 miliardi di metri cubi di gas), ha contribuito al recupero di reperti ceramici dell'età corinzia trovati a 780 metri di profondità nel Canale d'Otranto e sta finanziando con 200mila euro il loro restauro appena partito nel laboratorio della Soprintendenza nazionale di Taranto. «Sono 22 reperti datati all'inizio del settimo secolo Avanti Cristo - afferma Davidde -, quindi una testimonianza di una nave commerciale che da Corinto, perché si tratta di ceramica corinzia, arrivava in Puglia. A bordo della nave oceanografica usata da Tap, erano già gli archeologici che, per il regolamento dell'archeologia preventiva, devono seguire tutte le operazioni. Cominciamo il restauro e in primavera-estate 2022 pensiamo di poter aprire la mostra».

«Siamo orgogliosi di aver contribuito a questa eccezionale scoperta e di proseguire la collaborazione con la Soprintendenza nazionale per il patrimonio culturale subacqueo e il ministero della Cultura per valorizzare e mettere a disposizione del pubblico un patrimonio che appartiene a tutta la comunità che ci ospita», dichiara Luca Schieppati, managing director di Tap.

«Tap - aggiunge Schieppati - è da sempre impegnata, oltrechè negli aspetti di tutela ambientale, anche nella salvaguardia del patrimonio culturale dei Paesi attraversati dal gasdotto. Abbiamo impiegato circa 600 archeologi nelle operazioni di gestione e messa in sicurezza dei numerosi siti e manufatti trovati lungo il percorso della condotta». Che solo in Grecia si snoda per 550 chilometri.

Una ventosa speciale per il recupero in sicurezza

Soprintendenza e Tap spiegano che nel 2018, durante l'indagine sottomarina lungo il corridoio offshore di 105 chilometri tra Albania e Italia, il team di Tap ha individuato elementi ceramici di elevato valore archeologico dispersi sui fondali. In coordinamento con le Soprintendenze (prima con quella locale per l'archeologia, belle arti e paesaggio, poi con la quella nazionale del patrimonio subacqueo), Tap ha effettuato un'indagine strumentale. È emerso che le ceramiche presenti sul fondale - circa 241 oggetti in totale - erano per lo più anfore corinzie di tipo A, oltre a hydriai, pithoi e vasellame di piccole dimensioni (coppe, brocche trilobate, etc.) dei primi decenni del settimo secolo Avanti Cristo. Così, per evitare rischi di interferenza del gasdotto con i reperti, una nave attrezzata si è occupata del recupero. La nave aveva un Rov (Remotely Operated Vehicle), a sua volta dotato di moderni sistemi di rilevamento acustico e sismico.

Per il prelievo in sicurezza dei beni archeologici, è stata impiegata una ventosa in neoprene e silicone collegata ad una pompa aspirante, evitando così il contatto con le parti meccaniche del Rov. In particolare, 3 anfore, 4 hydriai, 4 brocche trilobate e 1 pithos contenente un set di 22 coppe, disposte all'interno di uno dei pithoi, sono stati recuperati e sottoposti a un processo di desalinizzazione preliminare al restauro e alla successiva conservazione. Inoltre, in una delle anfore sono stati rinvenuti dei noccioli di olivo.

Davidde: ricerche da Capo Rizzuto alle Cinque Terre

«Le attività di tutela e ricerca in alto fondale costituiscono uno degli scenari operativi in cui la Soprintendenza nazionale dovrà cimentarsi sempre più spesso - evidenzia Davidde - e le nuove tecnologie estendono le capacità operative degli archeologi a contesti sinora inaccessibili».

«Attualmente stiamo lavorando su vari fronti - prosegue Davidde -. Stiamo studiando un relitto che si trova nell'area marina protetta di Capo Rizzuto, il cosiddetto relitto della campana, con un carico di cannoni, e durante le ultime ricerche abbiamo individuato la campana della nave e stiamo cercando di capire la datazione, ancora incerta. Abbiamo intenzione di avviare ricerche nei siti di altre aree marine protette italiane: le isole Tremiti, l'area di Baia, quella di Crotone, quella di Capo Testa in Sardegna e le Cinque Terre».

La realtà virtuale a disposizione di chi non è sub

Il patrimonio che giace in fondo al mare non è precluso a chi non s'immerge. «Abbiamo molti sistemi per consentire una visione allargata - spiega ancora la soprintendente nazionale -. Il progetto Musas di archeologia subacquea ha messo a punto delle tecnologie per presentare ai non subacquei i siti sommersi attraverso la realtà aumentata, la realtà virtuale. Nei musei le tecnologie permettono di fare questo facilmente. Si realizzano sott'acqua dei rilievi tridimensionali che poi vengono lavorati dagli ingegneri con programmi appositi. Gli archeologi - rileva Davidde - danno i consigli e indicano come questi siti potevano essere in età antica, penso ad una villa romana o ad un relitto. Si ricostruisce così il modello virtuale nel quale il visitatore, in un museo, può “navigare” ed esplorare come se stesse sott'acqua».

L’esperienza dei francesi e le alleanze internazionali

«Stiamo studiando a livello nazionale un sistema di catalogazione del patrimonio culturale subacqueo» annuncia Davidde. «Schederemo e incrementeremo - prosegue - il Gis del ministero della Cultura nel quale sono inseriti tutti i relitti e i siti sommersi. Per la catalogazione dei reperti subacquei, l'Italia non detiene un primato, è una cosa che viene già svolta da molti Paesi e c'è la Francia che, da molti più anni, dagli anni ‘60, ha una direzione generale dedicata all'archeologia subacquea che cataloga e studia. Anche come numero di siti, quelli catalogati dai francesi sono più dei nostri. Ma non è una questione di chi ne ha catalogati di più. Si tratta, invece, di lavorare in modo sistematico».

«L'idea - conclude la soprintendente nazionale - è quella di entrare in rete con tutte le altre istituzioni internazionali di ricerca per condividere le buone pratiche e conoscere quello che gli altri fanno negli altri Paesi. Vogliamo incrementare sempre di più lo studio e la valorizzazione del patrimonio subacqueo ampliando il panorama dei siti che possono essere visitati».

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