«KREMLIN REPORT»

Tesoro Usa sfida Mosca: lista nera di 210 oligarchi vicini a Putin

di Antonella Scott


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Made in Russia: Vladimir Putin in visita a uno stabilimento di motori industriali a Ufa, Bashkortostan

6' di lettura

«L’ironia - diceva tempo fa a Milano Daniel Fried - è che più siamo rigidi nell’imporre le sanzioni, più alta è la possibilità di poterle abolire, più avanti. L’obiettivo delle sanzioni è auto-eliminarsi. Non sono fatte per restare in eterno».

Da allora sono passati due anni: Fried coordinava la politica sulle sanzioni nell’amministrazione Obama, ed era in Italia per saldare la cooperazione tra Stati Uniti ed Europa verso la Russia, sanzionata per la crisi ucraina. Le sue parole non si sono avverate. Al contrario, l’era delle sanzioni contro Mosca sta entrando in una fase nuova, il loro raggio d’azione si allarga oltre il confronto bilaterale tra l’America e il Cremlino accusato di aver interferito nella campagna elettorale 2016, a vantaggio di Donald Trump e a detrimento della sicurezza nazionale americana. L’era delle sanzioni rischia di diventare uno scenario costante di medio-lungo periodo, a cui rassegnarsi.

Nella notte del 29 gennaio il dipartimento americano al Tesoro, ottemperando a una sezione della legge approvata a grandissima maggioranza bipartisan dal Congresso e firmata (malvolentieri) da Trump l'estate scorsa, ha diffuso il cosiddetto “Kremlin Report”. Una “lista nera” di politici e uomini d’affari (familiari compresi) e di enti parastatali accomunati dalla vicinanza a Vladimir Putin e al suo regime. Lui è il grande assente, e ha scherzato dicendosi «offeso» di non essere in lista.

Putin esclude rappresaglie (per ora)

Il presidente russo si è chiesto quale possa essere l’obiettivo degli americani, e ha confermato che Mosca si tratterrà dal rispondere a tono: «Cosa vogliono ? - si è chiesto Putin dopo la pubblicazione del rapporto - Noi sappiamo cosa vogliamo noi: costruire rapporti di lungo termine, stabili, basati sul diritto internazionale». Ci aspettavamo questa lista, ha detto ancora Putin, «e non nascondo che eravamo pronti ad adottare misure di risposta, anche serie, che avrebbero ridotto a zero i nostri rapporti. Per ora, ci asterremo da un passo simile».

Ci sono 210 persone, nella lista resa pubblica dal Tesoro. Un secondo elenco, rimasto classificato, contiene più dettagli sui loro interessi finanziari: il grado di vicinanza al regime, sospetti casi di corruzione, patrimoni di famiglia. A voler guardare da vicino chi sono i nomi della lista, che il grande oppositore Aleksej Navalny ha subito battezzato “la mafia di Putin”, si fa prima a guardare chi ne è stato escluso: la governatrice della Banca centrale Elvira Nabiullina, l’ex ministro delle Finanze Aleksej Kudrin. Nomi graditi in Occidente.

Tutti gli altri sono di fatto i 96 miliardari russi catalogati da Forbes, l’intero staff dell’amministrazione del presidente - portavoce Dmitrj Peskov compreso, il premier Dmitrj Medvedev, i grandi nomi del settore bancario - Gherman Gref, Andrej Kostin, i big dell’industria - Igor Sechin di Rosneft, Aleksej Miller di Gazprom, Roman Abramovic, Oleg Deripaska, Alisher Usmanov. Un “who's who” dell’élite di Putin che fa di ogni erba un fascio, includendo tutti indiscriminatamente, cosa che ha spinto Konstantin Kosachev - presidente della commissione Affari esteri al Senato - a ironizzare su Facebook: «Disperati di trovare prove, i servizi segreti americani hanno copiato l’elenco del telefono del Cremlino».

Il grande assente

«Dalla lista manca solo una persona: non hanno il coraggio di metterla - osserva da Mosca Mario Tessitore, dello Studio legale Atkp -. Mi lascia perplesso il fatto che abbiano incluso soggetti che sono amici del potere come lo può essere un imprenditore in qualunque Paese...ma il loro obiettivo è fare terra bruciata attorno a Vladimir Putin. Il paradosso è che questo avviene in un ambito elettorale: non sembra casuale, ma quali conseguenze può comportare? e non è forse questo un tentativo di intrusione nelle prossime presidenziali di marzo?».

Il Kremlin Report, aggiunge Vittorio Loi, partner dello Studio legale Pavia e Ansaldo, responsabile della Russian practice, «è qualcosa di molto più dettagliato e complesso di una semplice lista. È una sorta di fotografia dei soggetti che detengono le leve del potere economico in Russia con la compiacenza del regime politico».

Contro di loro, al momento, non scatteranno automaticamente nuove sanzioni: e tuttavia quell’elenco viene visto come la “banca dati” a cui attingere quando verrà il momento di considerare congelamenti di patrimoni o divieti di ingresso negli Usa «per indurre determinati soggetti influenti sul potere - continua Loi - a far sì che non ponga in essere azioni interferenti con la sovranità di altri Paesi. È la strategia della deterrenza, della “tensione” che gli Usa stanno portando avanti nei confronti dell’establishment russo. È difficile pensare che un rapporto di questo genere rimanga lettera morta».

Ora Fried sottolinea il panico che l’attesa del Kremlin Report aveva scatenato a Mosca e non c’è da stupirsi, dal momento che a Washington la lista viene descritta come un “muro della vergogna”, un dito puntato contro “oligarchi radioattivi” da tenere a distanza dalle istituzioni finanziarie occidentali, preoccupati ora di mettere in salvo le proprie ricchezze custodite in America. «Se un anno fa si intravedeva la prospettiva di un allentamento delle sanzioni - osserva Armando Ambrosio, resident partner a Mosca dello Studio legale De Berti Jacchia Franchini Forlani - dopo questa tornata dovremo prepararci a convivere con un allungamento dei tempi della distensione».

Le ricchezze offshore

La cifra a rischio è astronomica, se una ricerca del National Bureau of Economic Research di Cambridge, Massachusetts, calcola in mille miliardi i capitali nascosti all’estero dai ricchi russi. Una montagna di soldi pari al 75% del reddito nazionale: approfittando dell’allarme sanzioni, le autorità russe cercano per l’ennesima volta di riportarne a casa almeno una parte. A protezione dei suoi oligarchi,Putin è tornato a proporre loro un’amnistia sui capitali in rientro in patria, e l’emissione di un Eurobond speciale “anonimo” per dar loro uno strumento per reinvestire. A dire il vero, una precedente amnistia nel 2015-16 non venne accolta con grandi entusiasmi.

E i problemi non finiscono qui: il Congresso Usa ha ordinato al Tesoro un secondo rapporto per analizzare l’impatto di eventuali sanzioni sui bond governativi russi (Ofz) e ipotizzare un bando agli acquisti di debito sovrano da parte degli investitori americani (incoraggiati dagli alti tassi di interesse, gli stranieri detengono 34 miliardi di dollari su un totale di 200). Per le ripercussioni sul debito e sul costo del debito, questa è la parte del “pacchetto” che Mosca teme di più: nuove barriere agli investimenti stranieri nell’economia russa, alla capacità delle banche russe di far credito a governo e imprese, andrebbero ad aggiungersi alle restrizioni imposte dalle sanzioni legate alla crisi ucraina.

Secondo la Novaja Gazeta, quotidiano di opposizione, tanti businessmen russi avrebbero già iniziato a sbarazzarsi delle proprie proprietà negli Usa. Ufficialmente però la linea ricorda il 2014, quando essere inclusi nelle liste nere americane veniva patriotticamente considerato motivo di orgoglio.«Che devo fare? Scusarmi per ciò che sono o che non sono?», si chiede Andrej Kostin, il presidente della banca di Stato russa Vtb, già sotto sanzioni per la crisi ucraina. «Non ho paura di essere incluso nella lista - spiegava in un’intervista a Reuters -. La mia generazione è cresciuta non potendo andare da nessuna parte all’estero». Né, aggiunge Kostin, la nuova tornata di sanzioni riuscirà a creare attriti tra la comunità degli affari e il presidente, in corsa per essere rieletto il 18 marzo: «Con Putin il sostegno al business è diventato parte della nostra politica nazionale. Non penso che ora tutti cercheranno di scappare come scarafaggi che si nascondono tra le assi del pavimento. La comunità degli affari è tranquilla». «È una pia illusione - osserva l’avvocato Loi - pensare che la cerchia ristretta voglia prendere la distanze da Putin. In Russia il potere economico e quello politico vanno a braccetto, la caduta di uno comporta quasi automaticamente quella dell’altro: o cade giù tutto, o resta così com’è».

Le sanzioni che Putin ha bollato come illegittime sono, secondo il suo portavoce Dmitrij Peskov, un tentativo ostile di influenzare le presidenziali di marzo. E tuttavia, spiega Vittorio Loi, «la reazione russa alle sanzioni americane ed europee finora è stata molto limitata». Né si potrebbe pensare a contromisure speculari contro gli interessi americani di uguale portata, data l’asimmetria nel peso delle rispettive economie. «La Russia - sostiene Alex Brideau, direttore di Eurasiagroup - ha da perdere più di tutti da sanzioni davvero reciproche, perché ha meno carte economiche da giocare e non può permettersi di alienarsi gli investitori stranieri, di cui ha bisogno più di quanto l’Occidente ha bisogno di investitori dalla Russia».

Ma di certo la retorica anti-americana si accentuerà. Mentre, secondo l’avvocato Ambrosio, sul piano politico gli effetti delle sanzioni «saranno pressoché nulli: è difficile pensare che la Russia possa cambiare la propria politica estera in funzione di sanzioni verso privati. D’altronde, non sarebbe una potenza se cedesse a queste forme di pressione. Che destano in me, da giurista, dubbi di legittimità: non si capisce perché un soggetto privato, un oligarca con il suo patrimonio, debba essere punito per una vicenda di politica estera. Qual è il nesso tra queste persone e gli attacchi degli hacker? Personalmente credo che il vero motivo sia un altro: punire i soggetti che hanno sostenuto Putin nella lotta contro le sanzioni finanziarie della tornata precedente».

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