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Test di medicina, la «via estera» per tentare la sorte con più successo

di Francesca Barbieri, Chiara Bussi, Marta Casadei


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(Fotogramma)

4' di lettura

Un sogno nel cassetto: diventare cardiologa. E uno scoglio da superare: il test di ammissione alle facoltà di medicina e odontoiatria, 60 domande in 100 minuti, un ammesso ogni sei candidati. Poi, la scelta: andare a Pilsen, Repubblica Ceca, una delle sedi della Charles university of Prague. Aiutata da un intermediario, ovviamente a pagamento.

Carmen Gagliardi, 22 anni, ha fatto proprio così, affidandosi a Medicor Tutor, società nata nel 2010 che collabora con università in Spagna, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria e Cipro. «Non ho superato il test in Italia – racconta – e ho scelto una carriera internazionale. Il questionario? Su biologia e chimica, senza domande di cultura generale». Non è certo l’unica italiana a frequentare il suo corso: «Ci sono circa 15 italiani su cento studenti», dice. E per molti - aiutati dai tutor - la carriera internazionale è peraltro la prima scelta e non il “piano B”.

Il 4 settembre saranno in 67.005 a tentare il test per entrare a medicina od odontoiatria, per un totale di 10.875 posti disponibili in tutta Italia. Chi non passa, spesso cerca di trovare un’altra via: qualche anno fa gli aspiranti medici si iscrivevano all’estero sperando poi di tornare in Italia bypassando il numero chiuso. Ora si punta direttamente sull’opzione internazionale, dalla Spagna alla Romania con mete e università non sempre scelte sulla base del ranking.

Gli intermediari
Chi punta su una facoltà straniera deve mettere in conto, innanzitutto, di impegnare una discreta cifra. Gli atenei esteri dove è possibile studiare sono spesso privati, con rette annue fino a 20mila euro. Se poi si fa rotta su un intermediario si devono mettere in conto cifre che partono da 3.500 euro per arrivare ai 10mila euro per la consulenza – di solito attraverso piattaforme di e-learning con lezioni interattive, slide e test di prova – o per i pacchetti all inclusive che assistono lo studente anche nel disbrigo delle pratiche amministrative e nella ricerca dell’alloggio.

I test d’ingresso - come detto - sono diversi da quello italiano e sono focalizzati su chimica, biologia, matematica e fisica. Più facile entrare? La risposta appare scontata, anche se numeri ufficiali non ce ne sono. «Oltre l’85% dei ragazzi che si rivolgono a noi hanno l’estero come prima opzione, già al 5° anno delle superiori – spiega Janina Holesovska di Medicor Tutor –. Dei 106 studenti che abbiamo seguito lo scorso anno 95 sono riusciti a entrare».

Una percentuale certo assai più allettante di quella nostrana. Il test, comunque, spesso si svolge in Italia, «a Milano, con la presenza dei docenti delle università straniere» dice Holesovska. Invece la società di intermediazione Tutor Medicina convoca i candidati al test direttamente a Napoli (20 domande di chimica e 20 di biologia) per entrare all’università di Pleven sul Mar Nero in Bulgaria. Il costo? 8.540 euro di agenzia e 7.500 euro di tasse universitarie all’anno.

Il ritorno in Italia
Chi si laurea può rientrare in Italia e con il riconoscimento delle qualifiche iscriversi all’Albo senza sostenere l’esame di Stato. In base ai dati della Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri), il fenomeno è più marcato tra i dentisti. Nel 2017, su 8.384 nuovi medici, 132 arrivavano dall’estero; mentre su 1.335 odontoiatri oltre un terzo (531) aveva un titolo straniero. Ma si può tornare anche prima. Se fino al 2015 si sono moltiplicate le cause presentate da aspiranti medici e dentisti “pendolari” per potersi iscrivere al secondo anno in Italia facendo leva sul principio della libera circolazione, e in tanti hanno dovuto comunque sostenere il test di ammissione italiano, le cose sono cambiate dopo la sentenza 1/2015 del Consiglio di Stato. La pronuncia ha, infatti, stabilito che negli atenei in cui si creano posti vacanti per rinunce o abbandoni dopo il primo anno, gli studenti stranieri possono concorrere all’assegnazione di tali posti. Alle università italiane la libertà di stabilire i criteri di valutazione.

Secondo i dati del ministero della Salute relativi al 2016 e 2017, a chiedere di tornare in Patria a lavorare sono stati soprattutto gli italiani laureati in medicina in Romania, ma anche in Austria, Spagna, Slovacchia, Gran Bretagna, Germania e Ungheria.

Una delle mete più battute, in effetti, è l’università di Targu Mures in Romania, dove è previsto un percorso in inglese. Gettonata anche la quotata Università di Vienna, la cui frequenza è aperta solo agli italiani con una buona padronanza del tedesco. Altre destinazioni la Charles University di Praga e la Masaryk University di Brno, oltre alle spagnole Universidad Europea di Valencia e di Madrid.

Ci sono giovani, insomma, che tentano la sorte in atenei “blasonati” per assicurarsi una carriera internazionale. Altri, invece, vogliono solo ritentare dopo il mancato ingresso nel sistema nazionale e quindi fanno rotta verso i campus stranieri dove trovano un posto e che hanno barriere d’ingresso meno rigide.

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