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Esami rapidi del sangue per tornare al lavoro: il Governo studia la fase 2, le aziende ci pensano

Si tratta di esami che identificano la presenza di anticorpi al virus e quindi se il contagio è già avvenuto con la conseguente immunizzazione.

di Marzio Bartoloni

Brusaferro (ISS): per stimare i contagiati servono test anticorpi

Si tratta di esami che identificano la presenza di anticorpi al virus e quindi se il contagio è già avvenuto con la conseguente immunizzazione.


5' di lettura

La fase due, quella della riapertura graduale dell’Italia, potrebbe passare per un test di massa per scoprire chi si è già immunizzato perché ha già avuto il Covid 19 e magari neanche se ne accorto. Il Governo ci sta lavorando e aspetta che i tecnici del Comitato scientifico possano validare i test sierologici, già nei prossimi giorni, visto che molti ancora non sono proprio affidabili. Si tratta di esami rapidi del sangue che identificano la presenza di anticorpi al virus e quindi se il contagio è già avvenuto con la conseguente immunizzazione.

Test in attesa di linee guida
Questi test potranno aiutare a comprendere per esempio quante siano state le persone hanno avuto il virus in Italia, oltre ai casi diagnosticati.
Soprattutto nella fase della riapertura diventa importante individuare chi ha avuto l'infezione, ma senza sintomi o con sintomi così lievi da non avere avuto la diagnosi. Lo scopo è quello di definire se una persona è stata colpita dal virus, anche inconsapevolmente, e quindi per un certo periodo di tempo è immune. Dati cruciali se si vuole ripartire.

Tanto è vero che il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia anche di fronte alle iniziative fai da te di varie Regioni ha chiarito che servono con urgenza delle linee guida chiare:  «È illusorio pensare a un mondo senza positivi tra un mese». «Le linee guida sanitarie devono essere decise dal Comitato scientifico - aggiunge Boccia - per cui auspico linee guida urgenti sui test».

Il Comitato in effetti ci sta lavorando e potrebbe esprimersi presto: «Grazie a questi test «sarà possibile avere un quadro completo dell’epidemia in Italia», avverte Franco Locatelli presidente del Consiglio superiore di Sanità e membro del Comitato che consiglia il Governo. Dati utili questi che «saranno utilizzati strumentalmente per la ripresa delle attività produttive in determinate aree». «Li faremo - ha aggiunto Locatelli - lavorando insieme alle Regioni e ai medici del lavoro delle fabbriche».

Il Veneto fa da battistrada
In attesa delle indicazioni del Governo le Regioni si sono portate avanti. E come già avvenuto con la campagna dei tamponi a tappeto anche questa volta è stato il Veneto a fare da battistrada partendo ufficialmente nei giorni scorsi. «Per noi in Veneto il test sierologico è l’ultima frontiera. Eravamo conosciuti come quelli dei tamponi (ne abbiamo fatti 105.000), poi per i test con i kit rapidi, e adesso avremo questa ulteriore evoluzione, più probante scientificamente, con la validazione delle Università di Padova e Verona», ha spiegato il governatore Luca Zaia. Che si dice convinto che una volta sperimentata e validata l’operazione «con i 54mila dipendenti della sanità e con le case di riposo» questi test sierologici siano estendibili «a tutti gli altri». « Pensate ai lavoratori - sottolinea Zaia - che possono avere la certificazione perché da immunizzati posso andare via tranquilli».

Le aziende pensano ai test del sangue
Favorevoli ai test, pronti a metterli a disposizione per i propri dipendenti, ci sono anche alcune grandi aziende italiane come la Ducati, che puntano a ripartire al più presto con la produzione in sicurezza all'interno delle proprie fabbriche. «È urgente riavviare la produzione il prima possibile al massimo della sicurezza», spiega in un'intervista al Corriere di Bologna l’ad di Ducati, Claudio Domenicali, spiegando come quella di sottoporre gli operai al test al momento dell'apertura sia «un'idea già condivisa, ma ovviamente aspettiamo il protocollo sanitario». Nel consiglio di presidenza di Confindustria Emilia, dalla Voilàp del presidente Valter Caiumi alla Bonfiglioli Riduttori, e poi Ima, Datalogic, Euroricambi si sono detti disponibili a supportare questa e ogni iniziativa per superare l'emergenza. E già alcune aziende anche artigiane in Piemonte avrebbero pensato ai test sul sangue per valutare se i proprio lavoratori hanno conquistato questa «patente di immunità»

Le altre Regioni
Nell’ultima frontiera, per battere il virus in tempi più rapidi, si è lanciata anche l’Emilia Romagna. Da Piacenza a Rimini, lo screening per il Covid-19 verrà effettuato su tutto il personale della sanità e dei servizi socioassistenziali. La Regione sta pensando al dopo pandemia: si farà un'indagine su un campione di popolazione per capire che percentuale di
cittadini ha avuto l’infezione e non se n'è accorta. Anche la sanità ligure ha iniziato i test sierologici sul personale sanitario e gli ospiti delle Rsa. E nei prossimi giorni saranno coinvolti anche i donatori di sangue.

E sempre per gli ospiti delle Rsa il Piemonte ha iniziato uno screening a tappeto col test sierologico. Una serie di monitoraggi sono in corso anche nelle Marche mentre in Puglia si è partiti dagli ospedali. «Siamo nella fase della validazione dei test, stiamo sperimentando diverse tipologie», spiega Pierluigi Lopalco, coordinatore scientifico della task force pugliese per
l’emergenza. Ma c’è chi frena come la Lombardia: «Ci atterremo alla scienza», dice il governatore Attilio Fontana.

La differenza con i tamponi
Ma che differenza c’è tra i tamponi utilizzati finora per la diagnosi di Covid e questi test sierologici: « Mentre i tamponi forniscono una diagnosi diretta, individuando i frammenti genetici del virus nei campioni prelevati da naso e gola, i test sierologici - spiega Francesco Broccolo, dell’università Bicocca di Milano e direttore del laboratorio Cerba di Milano - forniscono una diagnosi indiretta rivelando la presenza degli anticorpi, ossia se l'infezione sia avvenuta in passato o meno».

Esistono test sierologici più rapidi ed economici che danno la risposta in 10 minuti ma meno affidabili e che per questo hanno bisogno di essere validati (l’Oms ne sta valutando addirittura 200); ci sono poi altri test più complessi e costosi, ma più affidabili, per i quali sono al momento 36 i laboratori pubblici di almeno 11 regioni che si stanno organizzando. «Se i test non sono validati il rischio è di avere falsi positivi o falsi negativi. Per esempio il test può risultare falso positivo se una persona è stata infettata da altri virus, come i coronavirus responsabili del raffreddore perché l'analisi non è abbastanza sensibile per distinguere i due agenti infettivi», spiega l’esperto.

L’affidabilità ancora da verificare
I test rapidi consistono in una sorta di tavoletta di nitrocellulosa nella quale la presenza degli anticorpi viene rivelata dalla comparsa di una barretta colorata: «Sono test semplici ed economici, il cui costo può variare da 12 a 25 euro, ma la cui affidabilità è piuttosto bassa, pari a circa il 30%». La goccia di sangue che viene introdotta su questa sorta di fascetta di nitrocellulosa e, se contiene gli anticorpi, questi reagiscono con l'antigene, ossia con la parte del virus che stimola reazione immunitaria e che si trova sulla fascetta, producendo una striscia colorata. Più costosi (circa 70 euro) i test di laboratorio che risultano invece affidabili (oltre il 90%). Come detto sono 11 le regioni già in grado di eseguirli o che stanno richiedendo le autorizzazioni per farlo, per un totale di 36 laboratori.

Sono di due tipi gli anticorpi che entrambi i test sono in grado di rilevare, anche se con un livello di precisione molto diverso. Si chiamano Immunoglobuline M e G (IgM e IgG) e sono in grado di indicare se il contagio è avvenuto recentemente (da una settimana) o da più di un mese.​

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