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Test sierologici, cosa ci si aspetta di sapere dall’indagine sul campione di italiani

Il monitoraggio di positività ad anticorpi IgM ed IgG consente di ridisegnare la mappa geografica del contagio. Indicazioni utili anche per il rischio professionale

di Nicola Barone

Coronavirus, tamponi e test sierologici

Il monitoraggio di positività ad anticorpi IgM ed IgG consente di ridisegnare la mappa geografica del contagio. Indicazioni utili anche per il rischio professionale


4' di lettura

Quindici giorni in tutto secondo le previsioni. Tanto dovrebbe durare la vasta indagine avviata per sapere come, su base statistica, stanno le cose tra gli italiani e il coronavirus. Ma già su una prima parte dei dati rilevati verranno offerte delle anticipazioni e così finalmente tecnici e decisori avranno a disposizione elementi solidi per modulare meglio politiche e misure di contenimento. Cosa capiremo? «Per esempio se esistono classi lavorative che hanno una maggiore percentuale di infetti. Sarà un dato fondamentale per correlare la probabilità di infezione con il ruolo professionale e ci consentirà di mitigare i rischi occupazionali in maniera mirata, magari mettendo in atto misure contenitive “personalizzate” al tipo di settore industriale o produttivo», spiega lo scienziato Ennio Tasciotti, esperto di nanomedicina e di tecnologie biomedicali. La quota di informazioni preziosissime è davvero ampia.

Gli squilibri territoriali e i cofattori
L'indagine porta la firma di ministero della Salute e Istat, in collaborazione con Croce Rossa Italiana che con i suoi volontari arriverà alle persone individuate. Nella sostanza si tratta di effettuare un prelievo di sangue su un campione di 150mila persone distribuite in duemila Comuni italiani. «Il monitoraggio di positività sierologica ad anticorpi IgM ed IgG permetterà di ridisegnare la mappa geografica del contagio. Scopriremo insomma se veramente l'infezione si è limitata alle Regioni settentrionali o se invece i numeri reali degli infetti sono simili tra Nord e Sud. Il dato ci permetterebbe di capire se esistono ulteriori concause legate alla condizione di salute degli abitanti delle diverse Regioni che giustificherebbero la diversa letalità osservata sul territorio», aggiunge Tasciotti. Il campione, elaborato con l'Istat, viene individuato sulla base del genere e suddiviso in sei classi d'età, per Regione ed attività lavorativa. La Lombardia ha il più alto numero di cittadini contattati, pari a oltre 30mila. La scelta tiene conto oltre che della demografia, anche delle stime sulla pervasività del virus a livello territoriale. Seguono il Veneto (13mila); Emilia Romagna (12mila); Campania, Lazio e Sicilia (oltre 11mila); Piemonte (10mila) e a seguire le altre Regioni, fino alla Valle d'Aosta dove saranno contattati oltre 4mila cittadini.

Strategie più efficaci in caso di nuova ondata
«Inoltre è tuttora poco chiaro per quanto tempo questi anticorpi restano in circolo negli individui che sono guariti dall'infezione e uno studio longitudinale basato su test sierologici potrebbe fornire una risposta a questa domanda», osserva lo studioso tornato in Italia dopo aver diretto il Centro di Medicina Biomimetica del Methodist Hospital di Houston. Una volta raccolte e catalogate, queste informazioni permetteranno ad istituzioni e centri di ricerca di fare un data mining esaustivo e di istruire in maniera appropriata i modelli matematici. Queste previsioni ci aiuteranno ad arrivare più preparati ad una futura ondata di infezioni, nel caso di un ritorno dell'epidemia nei mesi autunnali per esempio, e a prevenire errori futuri, mitigando il rischio nelle classi più esposte, e preparando i cittadini più vulnerabili.

Dalle stime troppe risposte elusive
Nei mesi scorsi sono circolate cifre roboanti di diffusione del virus elaborate da prestigiosi centri di ricerca internazionali, presumibilmente assai al di sopra della realtà. A giudizio di Tasciotti ora l’indagine «ci permette di correggere al ribasso tutte le stime inizialmente fatte sulla base dei modelli matematici e ci rimanda ad uno scenario completamente diverso dove l'immunità di gregge è lontanissima, i non infetti la stragrande maggioranza degli Italiani, il ruolo di un vaccino assolutamente centrale, e i rischi futuri legati alla diffusione del virus molto reali». Portando a quali conclusioni? «Se qualche punto percentuale di popolazione infettata ha mandato in tilt il sistema sanitario, cosa succederebbe se il tasso di contagio fosse a due cifre? Ulteriore motivo per non dimenticare i pericoli legati a questo virus e un incentivo a condurre i test sierologici per capire qualcosa di più sulla reale estensione di questa epidemia. Per come è stato costruito questo studio mi aspetto di poter finalmente affrontare domande a cui finora sono state date risposte elusive».

Il ricorso a modelli predittivi inesatti
Anche se gli studi sono stati eseguiti da prestigiosi esperti di modelli matematici sono stati commessi diversi errori di valutazione. «Per esempio i modelli non hanno preso in considerazione gli effetti mitiganti delle restrizioni applicate dai governi e si sono basati sulla proiezione del tasso di crescita senza includere come il cambiamento dei comportamenti della popolazione avrebbe impattato la diffusione del virus». Per Tasciotti «le iniziali previsioni offerte da questi modelli inglesi offrivano scenari apocalittici predicando un sommerso di cittadini infetti di enorme dimensione. La realtà è che questa metafora dell'iceberg ci ha portato ad immaginare moltissimi più casi di quelli realmente avvenuti. Insomma la base dell'iceberg era si nascosta, ma non era poi così grande». Si ragionava, in pratica, sulla base di modelli predittivi inesatti, basati su assunzioni ipotetiche che sovrastimavano abbondantemente il valore R0 di riproduzione del virus. «Una variabilità delle condizioni iniziali assurda, perché i modelli risultanti davano una stima del numero di infettati che fluttuava da 2 a 15 milioni di italiani. Insomma una follia affidarsi a certe previsioni se non si sa come leggere i dati in maniera accurata. Avrebbe avuto più senso seguire da vicino gli studi eseguiti nella città di Vo’ che avevano indicato come anche in uno dei primi focolai e in una delle zone geografiche più pericolose, l'infezione non era poi cosi diffusa. Il primo campionamento effettuato su circa il 90% degli abitanti si era concluso con un tasso di positività del 2,6% della popolazione di certo non un'enormità, mentre il secondo, effettuato sul 70% dei cittadini, aveva indicato una positività appena superiore all'1,2% della popolazione. Tanti ma non tantissimi».

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