la storia

Test a tutti i dipendenti del gruppo Agrati: uno su dieci ha gli anticorpi

L’esame - condotto su 1.250 addetti del gruppo tra i leader mondiali dei sistemi di fissaggio per l’automotive - nasce da un progetto di ricerca in collaborazione con l’università di Milano

di Luca Orlando

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(IMAGOECONOMICA)

L’esame - condotto su 1.250 addetti del gruppo tra i leader mondiali dei sistemi di fissaggio per l’automotive - nasce da un progetto di ricerca in collaborazione con l’università di Milano


3' di lettura

Uno su 160. Quasi un ago nel pagliaio, fortunatamente. Soggetti Covid-positivi che il gruppo Agrati è riuscito a individuare applicando un test a tappeto ai propri addetti italiani, 1.250 tra diretti ed esterni, nella prima esperienza nazionale portata a termine per aziende di queste dimensioni. Esito di un progetto di ricerca in collaborazione con la Cattedra di Microbiologia dell’Università degli Studi di Milano, il cui obiettivo è definire un modello di prevenzione dell’infezione da Sars-CoV2 nella popolazione di dipendenti del gruppo. Risultato da raggiungere attraverso un controllo epidemiologico che permetta di tracciare il livello di esposizione al virus, seguendo nel tempo l’evoluzione degli anticorpi presenti in soggetti asintomatici.

Il protocollo ha previsto anzitutto test sierologici rapidi a tappeto, che per il gruppo brianzolo hanno dato un primo responso: il 10% degli addetti, 125 persone, è risultato essere entrato in contatto con il virus. Soggetti a cui è stato praticato un primo tampone, che ha dato un risultato positivo nel 6% circa dei casi, lo 0,6% del totale in azienda. Persone ora poste in quarantena, che a cascata hanno fatto attivare in azienda altri controlli su potenziali contatti interni, verifiche che hanno dato esito negativo.

Intervento non episodico quello di Agrati ma inserito in un progetto semestrale, che prevede monitoraggi a più riprese per seguire l’evoluzione della situazione nella popolazione aziendale, monitorando nel tempo la presenza degli anticorpi e il loro dosaggio.

«Questa iniziativa non vuole certo essere un modo per sostituirsi al ruolo della sanità pubblica – spiega l’ad di Agrati Paolo Pozzi – ma piuttosto il tentativo di dare da un lato un contributo di conoscenza per comprendere al meglio l’evoluzione del contagio, così come di rasserenare l’intero ambiente di lavoro, offrendo certezze a tutti sulla reale situazione in fabbrica. Procedura che non può garantire una patente di immunità e nemmeno annullare il rischio di trasmissione del virus ma riteniamo lo possa ridurre in modo significativo nel periodo di transizione, in attesa di vaccini e antivirali efficaci. Attivare i controlli per individuare i pochi soggetti positivi è cruciale, un modo per lavorare in sicurezza evitando di ricadere in un altro lockdown».

Tra due settimane la prossima tornata di test, che resta comunque su base volontaria, in un percorso di ricerca che nei sei mesi richiederà ancora la collaborazione di dipendenti e Rsu, con le quali si è condiviso il progetto. «E questo - aggiunge Pozzi - credo sia un tema chiave. Perché non tutte le imprese, a maggior ragione in questa fase di emergenza e ricavi in caduta, sono in grado di mettere in campo risorse economiche ma anche un clima sociale senza conflitti. E tuttavia credo sia per tutti la strada da seguire, un modo per aumentare i livelli di sicurezza in azienda riducendo i rischi e in parallelo anche i comprensibili livelli di ansia delle persone».

Agrati, tra i leader mondiali dei sistemi di fissaggio per l’automotive (634 milioni di ricavi nel 2019, 12 siti produttivi, oltre 2500 addetti nel mondo), ha provato ad implementare la stessa procedura anche altrove, trovando per ora negli Usa un primo stop in attesa di chiarimenti, un blocco insormontabile nella normativa in Francia. «Al contrario - aggiunge Pozzi - dal punto di vista del supporto finanziario il confronto con Parigi è abbastanza imbarazzante: a due settimane dal varo del maxi-prestito da 300 miliardi garantito dallo Stato la nostra consociata (3 plants e 700 dipendenti) ha definito finanziamenti con tre banche: dal 20 aprile sui conti abbiamo i primi 12 milioni. Mentre in Italia siamo ancora lontani, visto che solo ora iniziamo a ricevere qualche proposta. Chiediamo un’accelerazione, che non può ridursi solo alla richiesta del Governo di “un atto d’amore delle banche”, che per ora continuano a prendere tempo in attesa di direttive non chiare. Il rischio è la paralisi e la morte della manifattura italiana». Il gruppo, presente nei tre maggiori mercati dell’auto mondiale (Europa, Usa e Cina), ha già intanto potuto valutare l’efficacia dei diversi piani di contenimento e supporto. In Cina Agrati è tornata sui livelli di business normali, con previsioni positive per i prossimi trimestri. In Francia si attende la ripartenza la prossima settimana, negli Usa avverrà il 18 maggio. In Italia l’attività è ripresa da due settimane con livelli di attività sotto il 50%, visibilità limitata e alta volatilità delle previsioni. «Dal punto di vista delle scelte politiche - conclude Pozzi - credo che il nostro Governo abbia gestito bene la fase iniziale ma poi ha perso di efficacia, lasciando imprenditori e cittadini confusi dagli oltre 760 atti prodotti. Peraltro non in grado di creare un protocollo univoco sui test. Noi, infatti, abbiamo dovuto agire in modo autonomo».

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