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«The Crown 3», la Corona britannica alla prova della sopravvivenza

Al terzo anno, la serie Netflix si presenta con un cast completamente rinnovato per riflettere la maturazione dei protagonisti. Nella nuova stagione il tema più urgente è quello della perdita del senso della monarchia. Ma l’affresco storico risulta parziale

di Gianluigi Rossini


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Olivia Colman interpreta una regina Elisabetta più matura e decisa

7' di lettura


Secondo Peter Morgan – la forza creatrice dietro a The Crown – la monarchia britannica è un’istituzione «indifendibile», ridicola al punto che è impossibile non provare una certa compassione per i membri della casa reale.

Eppure, dopo aver scritto la sceneggiatura di The Queen (2006) e la pièce teatrale The Audience (2013), la sua fascinazione per questa istituzione obsoleta e imbarazzante è ancora così viva da averlo spinto a farne la protagonista di una delle serie ammiraglie di Netflix, della quale è creatore, showrunner e sceneggiatore di tutti gli episodi.

The Crown, Season 3: la corona britannica alla prova del tempo

The Crown, Season 3: la corona britannica alla prova del tempo

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Per capire quanto Netflix tenga a The Crown basti pensare che è una delle serie più costose di sempre, al momento seconda solo a Game of Thrones, che il primo episodio della nuova stagione (online dal 17 novembre) sarà visibile gratuitamente anche ai non abbonati, e che per promuoverla in Italia abbiano scomodato Emanuele Filiberto di Savoia, ben sapendo – si spera – che il dubbio gusto dell’operazione avrebbe attirato molte attenzioni.

La terza stagione copre il periodo dal 1964 al 1977, cioè dall’elezione del primo governo laburista del dopoguerra alle celebrazioni del giubileo d’argento, i 25 anni del regno elisabettiano. Come Morgan aveva previsto sin dall’inizio, al terzo anno la serie si presenta con un cast completamente rinnovato, per riflettere la maturazione dei protagonisti.

Una mossa rischiosa ma vincente: ci mancheranno gli occhi blu spauriti di Claire Foy, ma Olivia Colman è perfetta per una Elisabetta più matura e decisa; Tobias Menzies è un principe Philip anche più credibile di quello reso da Matt Smith, ingessato e aspro, e così via. Dalla Margaret di Helena Bonham Carter al principe Carlo di un sorprendente Josh O'Connor, le magnifiche interpretazioni di alcuni tra i migliori attori britannici restano uno dei piaceri maggiori, insieme allo sfarzo dei costumi, ai set dettagliatissimi, alle location lussuosissime e a un esercito di comprimari e comparse.

The Crown-3, il trailer ufficiale

The Crown è un oggetto piuttosto particolare: la protagonista è una regina, ma non si fa che sottolineare quanto sia una persona poco brillante, ordinaria, perfino noiosa; tono e respiro sono epici, ma tutti personaggi principali sono costituzionalmente privati della possibilità di agire; è ambientata in luoghi sontuosi e stravaganti – Buckingham Palace! Lontane isole del Commonwealth! Castelli scozzesi! – ma è ossessionata dalle minuzie quotidiane; è un ambizioso ritratto storico della Gran Bretagna del dopoguerra, ma devia dalla realtà storica in maniera spesso spregiudicata ed è anche e soprattutto una soap opera sulla famiglia reale.

Al suo centro, però, resta chiaramente individuabile un tema preciso e culturalmente molto specifico: qual è la funzione della Corona britannica? Cosa vuol dire far parte della famiglia reale? Cosa pensa una regina che per legge non può avere un’opinione?

Mettendo in fila The Queen, The Audience e The Crown, emerge chiaramente un percorso di progressivo avvicinamento al mistero di Sua Maestà: nel film del 2006 i reali sono visti per lo più dall’esterno, in maniera straniata, sono degli esseri alieni, ridicoli, costantemente fuori luogo. Il vero protagonista è Tony Blair, ed è attraverso la sua mediazione che arriviamo, verso la fine, a capire il senso dell’apparente incapacità di empatia che caratterizza i Windsor. In The Audience invece la protagonista è già Elisabetta II, e Morgan individua un un luogo narrativo formidabile nei colloqui privati settimanali tra la regina e il primo ministro.

L’udienza del primo ministro (“the audience”, appunto) è una convenzione istituita durante la seconda guerra mondiale, iniziata da Churchill e Giorgio VI sulla base di una simpatia personale e proseguita senza interruzioni fino a oggi. Nessuna legge la regola, nessun atto la ratifica: i colloqui si svolgono senza testimoni e non vengono registrati né verbalizzati, nulla è dato sapere di quel che è stato detto.

La regina e il primo ministro, seduti l’uno di fronte all’altra, nessun pubblico, nessun testimone. È uno spazio vuoto interessantissimo, un invito a nozze per qualsiasi narratore. Come ha scritto lo stesso Morgan, è improbabile che si tratti solo di uno scambio di cortesie: immaginiamo Boris Johnson, conscio di essere il 14esimo uomo politico a sedersi di fronte a una donna che ha ricevuto settimanalmente Churchill, Thatcher e Blair.

Difficile credere che ci si limiti a frasi di circostanza e tazze di tè. Eppure la regina non deve influenzare il primo ministro. In The Audience, uno stra-paternalista Churchill illustra alla giovane Elisabetta (e al pubblico) come deve svolgersi il colloquio: «Il Primo Ministro viene a Palazzo tutti i martedì sera, e spiega ciò che di rilevante è accaduto nella settimana passata nel Governo, nel Parlamento e negli Affari Esteri. Poi dà una breve illustrazione di ciò che accadrà nella settimana successiva. Durante tutto ciò il Sovrano ascolta, prende appunti, in rari casi, forse, fa una domanda, e supporta incondizionatamente».

Alla protesta di Elisabetta «E se non sono d’accordo?» Churchill risponde, energicamente: «Il Sovrano è sempre d’accordo! Queste sono le regole!». La contraddizione strutturale insita nel ruolo della regina costituisce il nucleo drammatico di The Audience. Di nuovo nelle (fittizie) parole di Churchill: «La costituzione britannica è, a prima vista, un po’ strana. Ma è per questo che funziona così bene. È come una grande città antica […] e al suo centro, avvolta in un nodo di misteri e inconsistenze, c’è la relazione tra lei e me, Regina e Governo».

The Queen è ambientato nei giorni seguenti la morte di Diana, la regina è già settantenne e custode della tradizione; The Audience spazia dal 1953 al 2010, saltando avanti e indietro nel tempo: il primo colloquio che vediamo è con John Major, poi si torna indietro alle origini, alle spiegazioni di Churchill, poi si va di nuovo avanti. Morgan ha preferito questo approccio non cronologico per evitare una progressione storica “lineare e inevitabile”, per non essere ingabbiato nella prevedibile processione dei primi ministri.

Ma The Crown è una serie TV, progettata per espandersi in sei stagioni da dieci episodi, sessanta ore di racconto: c’è tutto il tempo per cominciare dall’inizio, e tutto lo spazio per andare molto oltre i colloqui e scoperchiare l’intero palazzo.

The Crown Season 3, parlano i protagonisti

Durante le prime due stagioni abbiamo assistito alla trasformazione di Elisabetta in regina, alla sua progressiva identificazione con la Corona, allo sforzo colossale di sparire dietro di essa. Abbiamo assistito dall'interno al mettersi in moto del meccanismo che l’ha costretta a frustrare non solo i propri desideri e aspirazioni, ma anche quelli del marito Philip, della sorella Margaret, dei propri figli. Elisabetta non è solo il sovrano ma anche il capofamiglia, come Tony Soprano, e come lui ha la responsabilità di tenere in piedi un delicato equilibrio sistemico che non ha riguardi per le individualità.

Ma per quanto la serie abbia approfondito i costi umani derivanti dal fare parte della famiglia reale e abbia costretto il pubblico a una discutibile identificazione con la sofferenza dei reali, per fortuna non ne ha mai dimenticato il lato ridicolo, il loro essere degli alieni: i Windsor sono tutti, dal primo all'ultimo, degli insopportabili snob, cresciuti nella convinzione che i loro privilegi siano un diritto inviolabile, ammirati senza meriti, impreparati a comprendere il mondo esterno.

Nella nuova stagione il tema più urgente è quello della perdita di senso della monarchia, e inizia a porsi la questione della sopravvivenza: proprio mentre una Elisabetta ormai matura e un Filippo finalmente addomesticato sembrano essersi saldamente impossessati del loro ruolo, viene eletto un primo ministro laburista, Harold Wilson, e tutto inizia a scricchiolare.

La Corona si è sempre retta sui due pilastri del mistero e dell’etichetta, ed entrambi sono sotto attacco: da un lato i media si fanno più audaci e pressanti, nutrendo un pubblico che non tollera più di avere la vista oscurata; dall’altro la rivoluzione dei costumi rende legnoso ciò che prima sembrava dignitoso, paternalista ciò che sembrava autorevole, ridicolo ciò che sembrava solenne.

Something is happening e nessuno dei Windsor ha idea di cosa sia. Ma come può rinnovarsi un’istituzione la cui funzione principale è conservare la tradizione? Nei colloqui la regina si trova per la prima volta a essere la retroguardia, l’antico di fronte al nuovo. In un episodio che presagisce gli eventi successivi alla morte di Diana, Wilson cerca di far comprendere a Elisabetta la necessità di presentarsi sul luogo del disastro di Aberfan, dove una frana ha investito una scuola e causato la morte di più di cento bambini, solo per sentirsi rispondere che la Corona «non fa queste cose». Nel nuovo ordine sociale che inizia a formarsi negli anni Sessanta, il dignitoso riserbo che Elisabetta ha appreso con fatica e sacrificio rischia di essere percepito come imperdonabile indifferenza.

The Crown soffre un po’ il binge watching, funzionerebbe molto meglio con una visione settimanale: ci sono delle linee narrative che si sviluppano per tutta la stagione, ma in sostanza ogni episodio affronta un evento storico principale ed è in gran parte autonomo dagli altri, molti potrebbero perfino essere comprensibili (almeno superficialmente) a chi sia digiuno della serie.

Questa struttura ha implicato una stretta selezione degli eventi storici, ovvia e necessaria per evitare l’effetto di progressione lineare da un fatto noto all’altro. Per quanto le esclusioni fossero indispensabili, tuttavia, si coglie una netta tendenza a eliminare gli eventi più controversi: non c’è un solo cenno a tutta la stagione terroristica, al conflitto nordirlandese e al bloody sunday.

In un episodio centrato sull’incoronazione di Carlo a principe del Galles vengono rappresentati abbondantemente gli indipendentisti gallesi, ma anche qui ci furono bombe e morti a cui non si fa cenno, e dunque la riconciliazione finale tra Carlo e uno degli indipendentisti suona come un lieto fine consolatorio e superficiale da TV generalista.

In sostanza l’unico elemento che colloca davvero la serie negli anni ’60 è la paura dell’URSS. Da un certo punto di vista c’è una certa coerenza in questo: le cose culturalmente interessanti di quel decennio accadevano ben lontano da Buckingham Palace.

Viene il sospetto però che dietro ad alcune delle scelte ci sia un tentativo di creare un parallelo tra le ansie di allora e quelle di oggi: la centralità della politica economica (crisi, disoccupazione, proteste dei lavoratori); la montante rabbia verso le élite; i barbari che arrivano al potere per la prima volta, per poi rivelarsi molto più istituzionalizzati del previsto (qui rappresentati dai laburisti); un tentativo di colpo di stato da destra, supportato dal sistema bancario: è rivelatorio che questo episodio, in sostanza marginale e poco conosciuto, sia al centro di una puntata intera, quando la stagione non trova posto per l’IRA, i Beatles o il tentativo di rapimento della principessa Anne.

Se, insomma, nella finzione la Corona soffre il passaggio del tempo, nella realtà anche The Crown inizia a mostrare qualche scricchiolio. C’è un limite all’interesse che è possibile mostrare per le vicende personali dei membri della famiglia reale, e l’affresco storico è terribilmente parziale.

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