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“The Fabelmans”, quando il cinema è citazionista e omaggia i più grandi

Una riflessione sui tanti riferimenti cinematografici dell'ultimo lungometraggio di Steven Spielberg

di i Stefano Biolchini e Andrea Chimento

4' di lettura

“The Fabelmans”, l'ultimo lungometraggio di Steven Spielberg, è il film che abbiamo più amato tra tutti quelli usciti nel 2022 ed è una pellicola capace di crescere a ogni visione e di raccontarci ogni volta qualcosa di nuovo sulla sua storia e sullo stile del regista che l'ha pensata e diretta.
Senza dubbio l'ispirazione arriva dalla vita dello stesso Spielberg, ma all'interno di “The Fabelmans” c'è anche un vero e proprio percorso in tanti passaggi della storia della Settima Arte.

Non è certo un caso che il film si apra proprio “in fila” per andare al cinema: è la prima volta che il piccolo Sammy assisterà a uno spettacolo davanti a un grande schermo e i suoi genitori (uno da una parte e uno dall'altra del bambino, quasi a suggerire una possibile futura divisione, quando lui si troverà in mezzo a mamma e papà) provano ad anticipargli quello che si troverà davanti.La pellicola è “Il più grande spettacolo del mondo” del 1952, film perfetto sia per il titolo (simbolicamente in quel “greatest show on earth” possiamo vedere proprio la passione per il cinema), sia perché diretto da Cecil B. DeMille, regista per eccellenza dei grandi kolossal americani dai tempi del muto in avanti (si pensi a “I dieci comandamenti” del 1923, di cui poi dirigerà un remake nel 1956), anche citato nel proseguire della narrazione e memorabile nei panni di se stesso in “Viale del tramonto” (1950) di Billy Wilder, uno dei massimi capolavori sul mondo di Hollywood.

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Il treno e il cinema muto

Non è neanche un caso che Spielberg abbia scelto l'incidente del treno come sequenza de “Il più grande spettacolo del mondo”: il treno ci rimanda infatti subito al cinema delle origini, a partire da “L'arrivo del treno alla Stazione de La Ciotat”, una delle prime vedute realizzate dai fratelli Lumière che avevano da poco inventato il Cinematografo.Un riferimento simile a quello proposto da un grande amico di Spielberg come Martin Scorsese, che in “Hugo Cabret” aveva omaggiato il cinema muto raccontando la figura di Georges Méliès e realizzando una sequenza che riprendeva proprio quella dei Lumière.

Il trenino giocattolo sarà così la base per Sammy Fabelman per iniziare a sperimentare con la prima macchina da presa: curioso che, una volta cresciuto, il suo primo “film” sarà però un western, il genere fondativo del cinema narrativo americano che aveva come suo assoluto pioniere il celebre “La grande rapina al treno” di Edwin S. Porter del 1903.Attraversare i generi“The Fabelmans” attraversa tanti generi passando dal cinema di guerra (anche su questa corrente le produzioni a stelle e strisce, fin dai tempi del muto, sono sempre state fondamentali) e arrivando a raccontare quel filone giovanile (relativo al periodo del liceo per il protagonista) che può rimandare a tante pellicole degli anni Cinquanta e Sessanta, compreso quel “West Side Story” di cui Spielberg ha fatto un ottimo remake nel 2021.C'è anche però una gag puramente da slapstick comedy degli anni 10 e 20 del secolo scorso, quando compare in famiglia quella scimmietta che può far venire in mente “Il cameraman” (guarda un po'… un altro film sul cinema) di Buster Keaton del 1928.Il cinema diventa uno specchio della vita di Fabelman/Spielberg e diventa anche un mezzo per provare ad arrivare alla verità («il cinema è verità 24 volte al secondo», diceva Jean-Luc Godard): la meravigliosa sequenza di Sammy alla moviola, che scopre il “tradimento” materno, può ricordarci capolavori come “Blow-up” di Michelangelo Antonioni, film del 1966 fondamentale per riflettere sulla natura metafisica della fotografia e di conseguenza anche dell'immagine cinematografica.

Il metacinema: John Ford e David Lynch

Per queste e tantissime altre ragioni si può davvero inserire “The Fabelmans” tra quelle grandi pellicole metacinematografiche e in generali capaci di mettere proprio la Settima Arte al centro di ogni discorso: dal già citato “Viale del tramonto” a capolavori come “La palla nr. 13” dell'altrettanto già citato Buster Keaton, senza dimenticare film del calibro di “Cantando sotto la pioggia” o “Mulholland Drive”.Quest'ultimo titolo lo sfruttiamo inoltre come aggancio per parlare di David Lynch, uno dei maestri assoluti del cinema contemporaneo, che regala in pochi minuti un'interpretazione memorabile nei panni di John Ford, colui che nel film viene definito il più grande di tutti.La cinepresa che scruta le locandine dei suoi lungometraggi più celebri per poi soffermarsi su quella del monumentale “L'uomo che uccise Liberty Valance” (1962), film che Sammy e i suoi amici sono andati a vedere al cinema tempo prima, è uno di quei momenti che ogni cinefilo non può che amare follemente.Nei panni di Ford, Lynch prima gioca con il sigaro (il “fuoco” è da sempre uno degli elementi centrali del suo cinema, basti pensare all'inizio di “Cuore selvaggio” o ai tanti riferimenti nella saga di “Twin Peaks”) e poi con poche parole – come soleva fare proprio Ford – spiega al giovane Fabelman cos'è il cinema e, forse, cos'è la vita intera.Lo insegna a lui e lo insegna a tutti noi: basta capire qual è la giusta prospettiva per viverla in maniera piena e mai banale.Un po' come Charlot nel finale di “Tempi moderni”, Sammy Fabelman si allontana e noi lo vediamo camminare verso il futuro o, meglio ancora, verso l'orizzonte. Basta solo inquadrarlo nel modo giusto…


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