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«The Queen is dead», il controverso rapporto tra Elisabetta II e il rock inglese

Da inizio regno, la sovrana inglese ha dovuto fare i conti con il genere popolarissimo tra i suoi sudditi. La sua «politica» dai Beatles ai Sex Pistols

di Francesco Prisco

La regina Elisabetta sta male, eccola al balcone di Buckingham Palace per il Giubileo di Diamante

3' di lettura

Lasciate perdere la musica classica: se i 70 anni di regno di Elisabetta II hanno avuto una colonna sonora, è senza dubbio all’insegna del rock. Rock britannico, per la precisione: un genere long-seller almeno quanto i souvenir griffati con la Corona. Un genere che all’inizio della sua epoca la sovrana scomparsa giovedì 8 settembre ha dovuto «tollerare» perché, per quanto potesse apparirle rozzo e scostumato, fruttava importanti denari all’economia inglese. Un «movimento» che l’ha spesso e volentieri contestata, in quanto simbolo supremo dell’ordine costituito d’Oltremanica, e con il quale nell’ultimo ventennio di regno è scesa definitivamente a compromessi a raffiche di rockstar insignite di cariche nobiliari. Dal linguacciuto Mick Jagger a Mr. Slowhand Eric Clapton, fino all’imperturbabile Sting, tutti ricevuti a Palazzo e benedetti. Della serie: se non puoi batterli, mettiti dalla loro parte.

L’esplosione della Beatle-mania

Il rapporto di amore-odio di Elizabeth con il rock inglese scoppia quando aveva poco meno di quarant’anni. Colpa di quattro ragazzi della classe operaia di Liverpool che, a sorpresa, le strappano il primato di icona assoluta della «britannicità». Eggià: i Beatles. Chissà cosa ci troveranno i ragazzini inglesi in questi chitarristi, avrà pensato nel 1963. Fatto sta che non ci pensa due volte a farli invitare al Royal Command Performance, show benefico organizzato ogni anno da Buckingham Palace in cui i Fab Four conoscono la Regina Madre. John ripaga la cortesia poco prima di cantare Twist and shout, con una famosa battuta destinata a fare epoca: «Per l’ultimo pezzo dovete aiutarmi. Chi sta nei posti più economici può battere le mani. Gli altri basta che facciano tintinnare i gioielli». John è giovane, ha temperamento e soprattutto è un artista, quindi gli si possono perdonare anche queste irriverenze.

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«Sua Maestà è una ragazza parecchio carina»

Chissà cosa ci troveranno i ragazzini di mezzo mondo in questi capelloni, avrà pensato Elizabeth nel 1965. Poi ragiona su un dato di fatto: la British Invasion musicale è una formidabile testa d’ariete per la penetrazione dei prodotti inglesi nel mercato americano. La gente ascolta I want to hold your hand poi compra una Mini, una Jaguar, una Triumph, un completo cucito a Carnaby Street. E così Elisabetta II nomina i Beatles baronetti, facendo infuriare eroi di guerra già insigniti dello stesso titolo. I Beatles accettano l’onorificenza un po’ tiepidamente. Qualche anno più tardi sempre John alimenterà la leggenda metropolitana secondo la quale, prima di farsi appuntare la medaglia sul petto, i Fab si sarebbero fatti una canna nel bagno di Buckingham Palace. Gli altri smentiranno più volte l’aneddoto, Lennon restituirà il titolo nel ’69 in polemica con l’appoggio inglese alla guerra in Vietnam ma a commento del controverso rapporto tra i Fab e la Regina non c’è niente di meglio che Her Majesty, la traccia-fantasma inserita da Paul a chiusura di Abbey Road: «Sua Maestà è una ragazza parecchio carina/ ma non ha molto da dire».

Dall’omaggio di Hendrix all’imitazione di Freddie

Per quanto Amata-odiata, Sua Maestà è sempre Sua Maestà. E così un eccezionale inglese d’adozione, il mancino di Seattle Jimi Hendrix, nel 1970 farà alzare in piedi il pubblico dell’Isola di Wight sulle note dell’inno God Save the Queen. Che guarda caso sfuma nella Sgt. Pepper dei Beatles. Il rock britannico degli anni Settanta avrà comunque un’altra regina. Di importazione: Freddie Mercury, suddito della corona di Zanzibar, leader dei Queen, interprete di una graffiante Killer Queen e superbo imitatore con la testa coronata. Irriverenze argute ed eleganti pure queste.

L’anti-inno dei Sex Pistols

Tutt’altra roba l’attacco al cuore della Union Jack perpetrato nel 1977 dai Sex Pistols, perfidi capofila del punk albionico. Il loro secondo singolo ha proprio una sfregiata Elisabetta II in copertina. Titolo: God Save the Queen, lo stesso dell’inno di Sua Maestà. Questo è un anti-inno, però. E recita: «Dio salvi la Regina/ e il regime fascista/ Hanno fatto di te un deficiente/ una potenziale bomba H». Vilipendio? Forse. La Regina incassa senza scomporsi.

La regina è morta

Nel 1986 tornerà sul pezzo il signor Morrissey, frontman degli Smiths, un giovanotto di Manchester che con la monarchia inglese non è mai stato tenero, a tal punto da definirla «contro ogni nozione di democrazia». Una canzone e un album con lo stesso provocatorio titolo: The Queen is dead, la regina è morta. Il disco è una pietra miliare della storia del rock, denso di significati e scritto benissimo. E a 36 anni dalla sua uscita, la title track infila milioni di condivisioni social da un capo all’altro del mondo. Chissà quanti, tra quelli che condividono The Queen is dead, hanno riflettuto sull’ultimo verso della canzone: «Life is very long when you’re Lonely». La vita è lunghissima quando sei sola. Più che un verso, una profezia.

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