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Thom Browne: «Non volevo fare lo stilista. Ma ora sono felice se mi copiano»

Il creativo (laureato in economia) rivela le fonti della sua ispirazione, dall’arte allo sport. E spiega come far parte del gruppo Zegna «è una garanzia in termini di alta moda e di qualità»

di Riccardo Barlaam per How to Spend it


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Thom Browne a New York (photo: Cass Bird)

3' di lettura

Confesso che prima di questa intervista non conoscevo affatto Thom Browne. Ho scoperto meglio chi era grazie a un’amica americana che lavora nella moda: «Thom è davvero una persona speciale, ti piacerà. È un innovatore. Anche nella moda femminile. È lo stilista che ha influito di più nella moda maschile dopo Armani. Le sue cose sono davvero preziose, oltreché molto costose». Nei giorni precedenti l'intervista ho cercato di prepararmi leggendo quello che è stato scritto su di lui. La collaborazione con Moncler e con Armani. L'incontro quasi casuale con la moda. Ralph Lauren il mentore, l'uomo che lo ha scoperto. E poi gli inizi, nel 2001 in un piccolo negozio al West Village dove tutto è cominciato a partire dalla giacca per l'uomo, il capo che lui ha rivoluzionato.

Premetto che non sono esattamente un giornalista di moda.
«Anche il mio background non è esattamente quello di uno che voleva lavorare nella moda. Io non volevo fare lo stilista. Sono entrato in contatto con questo mondo per caso: all'università ho studiato economia. Più che la moda mi interessavano l'architettura e l'arte. Paradossalmente anche ora, con le collezioni da lanciare due volte l'anno per l'uomo e la donna e tutto il lavoro che questo necessita, non penso alla moda quando devo ispirarmi. Non parto da un abito o da un'idea legata a un vestito, ma piuttosto mi ispiro ad altro, qualcosa che vedo, un'immagine che mi colpisce, un ricordo o un'opera d'arte che poi cerco di traslare in un particolare, un dettaglio che si ritrova in un abito».

Nell'ultima collezione donna, ritorna, in maniera ricorrente, il motivo di un delfino: per quale motivo?
«Era la mascotte della mia squadra di nuoto al college. All'epoca, gareggiavo nello stile libero sulle lunghe distanze: 400, 800 e 1.500 metri! Anche oggi corro tutti i giorni per una quarantina di minuti. Lo sport mi ha aiutato a essere vero, sincero. Insomma me stesso. È qualcosa che faccio perché mi piace, certo per tenermi in forma, ma più per un fatto mentale che fisico. Molta dell'ispirazione mi arriva quando corro».

Le sue sfilate sono divenute leggendarie, più simili a esperienze di performance art che a tradizionali passerelle di moda.
«Nel 2001 ho cominciato a presentare le prime collezioni uomo. Da subito il mio sforzo è stato quello di reinterpretare il classico con qualcosa di nuovo, un elemento diverso, importante. Ogni volta che pensiamo a una sfilata cerchiamo di costruire un'esperienza visiva con un carattere di unicità. All’inizio non venivo capito. Ho ricevuto tante critiche. Mi dicevano di cambiare strada. Io non sono stato a sentire nessuno e sono andato avanti con il mio linguaggio. Oggi mi copiano. Non è male se questo accade: vuol dire che hai aperto una strada nuova».

Ci racconti del recente passaggio all'interno del gruppo Zegna.
«Gildo Zegna ha capito quello che faccio. Essere entrato a far parte del suo gruppo è una garanzia in termini di alta moda e di qualità. I tessuti e i sarti di Zegna sono i migliori in circolazione, ma restiamo comunque due realtà separate».

La sfilata della collezione maschile AI 2019-20 a Parigi

Da dove provengono le sue creazioni artigianali?
«Gran parte della produzione viene da laboratori di sartoria in Scozia, Italia e Giappone. Cerco il meglio. Un certo tipo di qualità può arrivare solo dalle lavorazioni artigiane di questi paesi che hanno una grande tradizione. Amo il Giappone in particolare e trovo che la loro attenzione ai dettagli sia unica, sono i migliori al mondo in questo».

L'ispirazione le arriva con la corsa, ma quando disegna, di che cosa ha bisogno?
«Non ascolto musica. Preferisco il silenzio. Forse l’unica cosa di cui non posso fare a meno è un bicchiere di champagne».

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