ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùModa uomo a Parigi / 6

Thom Browne torna a sfilare con la consueta, energizzante, ironia

Da Celine lo stilista Hedi Slimane spinge sull’androginia

di Angelo Flaccavento

3' di lettura

La settimana parigina della moda che si è chiusa domenica ha alternato sorprese - poche - a sbadigli - non pochi. Il merchandising, da ultimo, ha surclassato il design, sicché sovente le sfilate, invece che racconti in forma di abiti sembrano campionari snocciolati in passerella senza troppo pensare. È cosí certamente da Kenzo, dove la seconda prova del nuovo direttore creativo, Nigo, poco si scosta dal debutto e manca completamente di energia e coesione. A parte l'ormai trita coesistenza di est e ovest, di Giappone e Parigi, tratto definente fin dalla fondazione, è difficile trovare una linea di pensiero. Dai regimental ubriachi ai dettagli marina, passando per le scarpe post-punk, non mancano i pezzi desiderabili, ma sono cose, roba senza aura, assemblata con scarsa verve. Il problema è lo stesso che si è riscontrato altrove di recente: manca un progetto di brand, perché la nomina di un direttore creativo dalla risonanza cool non è abbastanza nel panorama di oggi, soprattutto per un marchio che in passato ha avuto una identità cosí definita e giocosa.

Da Namacheko, Dilan Lurr opta per la tabula rasa, e resetta completamente l'identità del pur giovane progetto, spostandosi da territori di afasica secchezza ad una ricchezza di strati che omaggia, in modo astratto e rarefatto, le proprie origini curde e irachene. Il cambio di rotta è una sterzata felice e un momento di benvenuta sorpresa.

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Sorprende pure Doublet, più per la vena umoristica della presentazione tranche de vie che per il disegno degli abiti, mentre Kiko Kostadinov conferma un approccio progettuale astratto e a tratti freddo, ma affascinante. Parte dalle uniformi, intese come abiti da combattimento, e dalla loro solo parziale perdita di significato nel contesto civile, e da lí affetta, taglia e remixa, creando una iconografia composita e intrigante.

Dopo la lunga assenza causa Covid, Thom Browne torna nella Ville Lumière, energizzato come non mai (foto in alto). Lo show è una parodia delle sfilate couture - numeri in mano, clienti trafelate, tweed perbenista e bon ton color pastello - condotta alla Thom Browne maniera, ovvero con humor secco e gusto dell'assurdo. Come si è visto altrove questa settimana, centro dell'attenzione è il corpo maschile, snudato e rivelato con sprezzo di pudori ormai giurassici. Si scoprono le gambe, ma anche il fondoschiena, che occhieggia dai pantaloni a vita bassa, incorniciato dal sospensorio. È proprio questo accessorio, trait d'union tra il mondo dello sport e l'underwear feticistico, a reggere l'intera prova e a darle un carattere maschile nonostante l'intero guardaroba lambisca territori femminili. Il gioco dei contrasti convince e soprattutto diverte, e fa passare il messaggio con un sorriso e una risata. Manca l'erotismo vero, ma una certa freddezza, qui, è parte dell'idioma.

L'idioma di Hedi Slimane è secco, angoloso, ripetitivo e androgino, ed è lo stesso qualunque marchio tocchi. Lo si ama o lo si odia, ma di certo è coeso e coerente. Nella incarnazione di stagione, da Celine, accelera su androginia e luccichii. Il plotone di replicanti, a questo giro, è scheletrico come da copione, con la frangetta e il caschetto, con le gonne, gli hot pants e i tacchetti, e poi ancora con le frange danzanti, le paillettes, i cristalli e tutto l'armamentario da clubbing new wave. Per le generazioni che seguono Slimane, questa fantasia primi anni ottanta non è nemmeno nostalgica, tanto che è remota. Sa di nuovo, è fluida, ha ritmo, suggerisce un gran divertimento e schiva allegramente tutta la retorica un po' ipocrita che per ora impazza. Fare moda cosí è anacronistico o progressivo? L'interrogativo rimane aperto.

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