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Thomas Molnar e il divorzio tra scuola e cultura

“Il futuro della scuola”, è in libreria per i tipi di Oaks Editrice

di Armando Torno


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2' di lettura

Ritorna disponibile in italiano, dopo oltre cinquant'anni dall'uscita, un libro dell'americano (di origini ungheresi) Thomas Molnar (1921-2010), dal titolo “Il futuro della scuola” (Oaks Editrice, pp. 190, euro 15). L'aveva pubblicato la Sei nel 1968.

Presentato da Russell Kirk, con una prefazione di Marco Cimmino, il saggio – osserva, tra l'altro, quest'ultimo – consente di comprendere come è stata costruita la “catastrofica idea di istruzione-formazione, che ha sostituito quella di educazione”.

Una vicenda ancora in corso, grazie alla quale noi abbiamo a disposizione una scuola apparente, “tutta da verificare e che nessuno mai verificherà”.
Del resto, ogni società desidera la sua scuola e la nostra non fa eccezione. I capitoli di Molnar ponevano in luce quello che sarebbe successo, o stava succedendo: l'insegnamento declinato con l'ideologia, soprattutto il divorzio tra scuola e cultura.

Di tale aspetto c'è poco da dire e molto da piangere. Se si guarda il caso italiano, ci si accorge che il ministero preposto all'istruzione è tra quelli con il più alto numero di dipendenti, che da noi probabilmente si avvicina o forse supera il milione. Ebbene: ogni volta che si parla di riforma, o si rinnova semplicemente un contratto di lavoro, o si pongono in evidenza i problemi d'inizio anno con precari e cattedre da sistemare, la parola cultura è la grande assente. Tutto si risolve con manovre sindacali o ministeriali, scatti, trovate varie, punteggi di ogni genere, mai con un vero e duraturo progetto culturale per le future generazioni.

Certo, non è difficile aggiungere che oggi tutto è considerabile cultura e niente è tale; tuttavia se la scuola non aiuta l'alunno – usiamo le parole di Molnar – “a venire gradualmente a contatto con ciò che le menti migliori delle età precedenti hanno creato nel campo della scienza, della letteratura, della speculazione e delle arti” – tutto diventa vano.

O meglio, la scuola si trasforma in intrattenimento e aiuta ad avere una certa mentalità e non un'altra. Ora spende le sue risorse per rendere ogni cosa politicamente corretta. Domani chissà. Tanto, tutto è cultura; o almeno, sembra tale a chi non è stato educato a riconoscerla veramente.

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