CONCORRENZA SLEALE

Ti “distacco” e ti pago di meno: come funziona il dumping nella Ue

di Alberto Magnani


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4' di lettura

In inglese si chiamano posted workers: i lavoratori distaccati, inviati dalle aziende in un altro paese Ue per svolgere un servizio temporaneo. In teoria per poche settimane o mesi, di fatto con la possibilità di prolungare il soggiorno fino a due anni. Il vantaggio o il trucco, a seconda dei punti di vista, è che le aziende pagano i dipendenti all’estero ma continuano a versare i contributi nel paese d’origine, evitando di sobbarcarsi (ad esempio) tredicesime o trattamenti previdenziali in loco. L’unico obbligo è di rispettare il salario minimo nazionale, quando ne è stato fissato uno, senza uniformarsi però alla regolamentazione prevista dai paesi di destinazione su eventuali bonus, premi e tasse. Qualche esempio? Secondo un paragone tracciato dall’Unione europea, un’azienda portoghese che distacca un dipendente nei Paesi Bassi può risparmiare il 19% rispetto a un’impresa locale: anche a parità di salario netto (ad esempio, 1.600 euro), l’azienda olandese dovrà pagare uno stipendio lordo superiore di circa 400 euro a causa del diverso peso dei contributi sociali (496 euro per un lavoratore autoctono, 81 euro per il suo collega dal Portogallo). Un vantaggio competitivo tanto notevole quanto unilaterale, nel senso che favorisce solo l’azienda che invia e non il paese che riceve. A cavalcare il fenomeno sono soprattutto economie dell’Est europa, dalla stessa Polonia all’Ungheria, ma la pratica è diffusa anche più a ovest. Italia inclusa, visto che il saldo tra lavoratori distaccati inviati e ricevuti è negativo per oltre 30mila unità.

La riforma proposta dai ministri Ue
L’argomento scotta da anni ed è tornato in augedopo che i ministri europei sono riusciti a trovare un accordo per modificare una direttiva risalente al 1996. Secondo la riforma proposta, ora in attesa delle negoziazione con l’Europarlamento, i neo-distaccati dovranno ricevere lo stesso trattamento previsto per i lavoratori locali e non quello fissato “a casa” dalle aziende. Insomma, il principio «percepire lo stesso salario per lo stesso lavoro nello stesso luogo», come hanno sintetizzato i rappresentanti della Commissione europea. Le nuove regole incrinerebbero il meccanismo di concorrenza sleale sotteso, sempre che riescano a superare lo scoglio del voto in aula e l’opposizione dei paesi più sensibili al fenomeno. Il compromesso ministeriale è riuscito anche ad accorciare il periodo di distacco massimo da 24 a 12 mesi (con chance di prolungamento per altri sei mesi) e ha escluso dalle trattative un segmento decisivo come i trasporti, già protagonisti di un pacchetto di riforme ad hoc (Mobility package) sempre in chiave antidumping. Prima dell’applicazione effettiva passeranno comunque quattro anni, un periodo di transizione che lascia già intendere la complessità dei negoziati.

Pochi, ma in crescita
Il fenomeno è marginale, ma in crescita. Secondo dati dell’Europarlamento, si contano 2,05 milioni di lavoratori distaccati: l’equivalente di appena lo 0,9% della forza lavoro Ue, a fronte però di un aumento del 41,3% dal 2010 al 2015. A preoccupare la Ue non sono comunque i numeri momentanei ma la concentrazione di distaccati in una nicchia ben definita di settori: il 42% è occupato nell’edilizia, seguito da industria manifatturiera (21,8%), salute e servizi sociali (13,5%) e la categoria più generica dei business services, i servizi per il business (10,3%).

Il flusso è diretto quasi esclusivamente da Est a Ovest dell’Europa. Le aziende polacche inviano 463.174 lavoratori distaccati contro i 17.897 ricevuti nell’arco di un anno. Un rapporto simile a quello che si registra in Slovenia (126.902 distaccati in entrata contro 5.685 in ingresso), Slovacchia (98.383 lavoratori inviati contro 8.141 ricevuti) e, sia pure con cifre ridottissime, Bulgaria: 15.839 lavoratori “mandati” dalle aziende fuori dal paese d’origine a fronte di appena 3.325 dipendenti altrui ricevuti. Viceversa, le economie di destinazione preferite sono Germania (418.908 distaccati in ingresso contro 240.862 in ingresso), Francia (177.674 ingressi e 139.040 in uscita) e Belgio (156.556 figure in entrata contro 86.218 in uscita). In genere la durata del soggiorno è inferiore ai quattro mesi, ma può variare da minimi di circa 30 giorni a massimi di oltre 200 a seconda del paese di destinazione.

Dove vanno gli italiani
L’Italia, e le sue aziende, non fanno eccezione. Secondo dati del Parlamento europeo, il bilancio tra lavoratori distaccati in uscita e in ingresso è negativo di 32.375 unità: 91.740 partenze contro 50.095 figure in entrata. I nostri “distaccati” rappresentano lo 0,4% della forza lavoro e, all’interno dei confini Ue, si dirigono soprattutto in Germania 9,7% e Francia (16,4%). Viceversa, i circa 50mila lavoratori ricevuti incidono sullo 0,3% della forza lavoro e riservano qualche sorpresa sui paesi di provenienza. In cima a tutti non svettano infatti paesi dell’Est ma Germania e Francia (entrambe al 19,5%) e Spagna (12,2%), seguite da Romania e Slovenia (entrambe intorno all’11%).

Il nodo dei trasporti
In attesa del verdetto del parlamento, l’accordo ha escluso uno dei segmenti più toccati dalla questione del dumping salariale: i trasporti. Conftrasporto, l’associazione di categoria, sostiene che la quota di mercato dei «paesi nuovi entranti (cioè principalmente dell’Est, ndr)» sia cresciuta nel periodo 2005-2015 dal 15% al 55%. Nello stesso lasso di tempo, le aziende italiane sono scese dal 36,4% al 13,4%, con una perdita pari al 69% delle tonnellate di merci trasportate da veicoli immatricolati. Eppure l’accordo dei ministri ha tenutoall’esterno il settore, già affidato al cosiddetto“mobility package”: un pacchetto di riforme che si propone di modernizzare l’industria e contrastare i meccanismi di concorrenza sleale. La scelta , come era prevedibile, ha deluso le associazioni di categoria. «Il nostro commmento? Non può che essere negativo - commenta Giovanni Uggè, presidente di Conftrasporto - Qui il costo del lavoro incrementa e le aziende dell’est continuano a guadagnare quote: mentro il nostro traffico è sceso di quasi il 70%, il loro è cresciuto del 198%».

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