veto russo sulla siria all’onu

Tillerson da Putin: non possiamo permetterci rapporti a livello così basso

di Antonella Scott


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Un rapporto da costruire: Serghej Lavrov accoglie Rex Tillerson a Mosca

4' di lettura

È stata una lunga giornata, ha esordito il ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov, concludendola in conferenza stampa accanto a Rex Tillerson, segretario di Stato di Donald Trump. Nessuno dei due ha nascosto la verità sullo stato dei rapporti bilaterali: come ha detto Tillerson, riprendendo parole dello stesso Vladimir Putin, il livello di fiducia tra Russia e Stati Uniti è a un livello bassissimo, e questo costituisce un rischio per il mondo intero. «Le due principali potenze nucleari al mondo non si possono permettere questo tipo di relazioni», ha osservato il capo della diplomazia americana. Il punto di partenza su cui costruire, nella consapevolezza delle grandi differenze che una giornata non è certo bastata ad appianare.

Così, le tracce positive di questo incontro sono impalpabili come l’incontro tra Tillerson e Vladimir Putin, che contrariamente alle previsioni c’è stato, ma non si è visto. Ma la conclusione, stando alle parole di Lavrov che ha sottolineato come la Russia sia «aperta non solo al dialogo con gli Stati Uniti ma anche ad azioni comuni», è che «le ore passate con il segretario Tillerson non siano trascorse invano: ora ci comprendiamo meglio a vicenda».

Parole non scontate, visto lo scenario che Mosca e Washington avevano alle spalle. Così come non era scontato, né obbligato dal protocollo, che Putin ricevesse Tillerson: dopo il raid missilistico lanciato da Trump sulla base siriana di Shayrat, venerdì 7 aprile - una ritorsione in risposta all’attacco chimico di tre giorni prima sul villaggio ribelle di Khan Sheikhun - Putin aveva accolto Tillerson con un’intervista durissima nei confronti degli Stati Uniti, alzando i toni per far pesare sull’ospite l’indignazione di Mosca: da quando Donald Trump è entrato alla Casa Bianca, aveva detto Putin, «il livello di fiducia non è migliorato, soprattutto sul piano militare, anzi con ogni probabilità è peggiorato». La sfida per Tillerson, che dopo gli anni alla guida di ExxonMobil tornava a Mosca per la prima volta come segretario di Stato, era ripartire da qui. «Abbiamo tante domande da fare», lo aveva accolto freddo Lavrov.  

Dopo cinque ore di colloqui, Lavrov e Tillerson sono andati insieme al Cremlino, per tornare al ministero degli Esteri per la conferenza stampa. Dove il nome di Putin ha accompagnato gli annunci più rilevanti: il presidente, ha detto Lavrov, intende ristabilire il memorandum per la sicurezza dei voli militari che americani e russi conducono in Siria, un canale di comunicazione che Mosca aveva sospeso dopo l’attacco missilistico americano. Inoltre, è stato stabilito di creare un gruppo di lavoro per affrontare le divergenze tra i due Paesi, le piccole e le più complesse. Una situazione che Lavrov ha parzialmente attribuito a eredità “irritanti” dell’amministrazione Obama: che però ora possono essere alleviati.

Tillerson e gli interlocutori russi hanno stabilito di cercare insieme una soluzione politica alla guerra siriana, ma qui la ricerca si fa difficile. Se Lavrov - un po’ sulla difensiva nel ripetere che non ci sono prove sufficienti a inchiodare Bashar Assad come responsabile dell’attacco chimico del 4 aprile - ha ripetuto la disponibilità ad affidarsi a un’inchiesta di esperti internazionali, sul nodo del futuro del presidente siriano è apparso irremovibile. Ricordando gli errori commessi in passato dall’Occidente quando ha cercato di rimuovere dittatori come Saddam Hussein o Slobodan Milosevic.

Mentre Tillerson, al suo fianco, non ha avuto dubbi. Il regno di Assad sta per finire, ha ripetuto. «Ne abbiamo parlato a lungo - ha detto il segretario di Stato americano -, e la Russia, in quanto alleato più vicino, è nell aposizione milgiore per farglielo capire. Nel futuro politico della Siria un posto per lui non è prevedibile».

Trump esclude altri interventi in Siria
Mentre martedì sera Tillerson arrivava a Mosca, in un’intervista a Fox News Donald Trump aveva chiarito qualcosa che dovrebbe aver aiutato molto l’andamento dei colloqui. L’America, chiariva Trump, «non sta andando in Siria». Quindi, il raid missilistico americano di venerdì scorso sulla base siriana di Shayrat è stato un segnale isolato, un avvertimento perché non si ripetano attacchi chimici come quello del 4 aprile sul villaggio di Khan Sheikhun, imputato a Bashar Assad. Questo è uno dei nodi su cui il Cremlino aveva bisogno di essere rassicurato, e il generale James Mattis, nuovo segretario Usa alla Difesa, lo ha confermato: «La nostra politica militare in Siria non è cambiata - ha detto Mattis al Pentagono -. La nostra priorità resta la sconfitta dell’Isis. Il raid non è stato un preludio a cambiamenti nella nostra campagna militare».

La posizione di Lavrov
Accogliendo Tillerson, Lavrov ha fatto subito capire quanto questo sia importante per Mosca. «È cruciale impedire ulteriori futuri attacchi americani in Siria», ha detto il ministro russo, aggiungendo che la visita di Tillerson a Mosca avviene nel momento appropriato, ed è «una buona occasione per chiarire le prospettive di cooperazione». Il collega americano si è detto d’accordo sull’opportunità di ridurre le differenze su vari fronti bilaterali, a partire dal destino di Assad, che nell’intervista a Fox Trump ha definito «un animale», una «persona diabolica molto negativa per il genere umano».

Putin, almeno ufficialmente, fino all’ultimo aveva continuato a difendere il leader siriano, ripetendo che l’attacco chimico su Khan Sheikhun - in cui sono rimaste uccise più di 80 persone - può avere solo due spiegazioni: jet siriani che hanno colpito depositi di armi chimiche in mano ai ribelli, oppure una fabbricazione progettata per rovesciare la colpa su Assad. È davvero convinto di questo? C’è chi sostiene di no, e che in realtà Putin sia furibondo con il presidente siriano per aver reso la sua posizione insostenibile: era stato Putin, in guerra al fianco di Assad dal 2015, a garantire lo smantellamento degli arsenali chimici da parte di Damasco. Ma anche umiliato, Putin non accetterà da Tillerson ultimatum sull’uscita di scena di Assad: lo difenderà finché qualcuno non garantirà alla Russia il ruolo che ha acquisito in Siria anche dopo l’uscita di scena del presidente siriano.

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