Effetti collaterali

Tim, il 5G allontana la conversione delle risparmio

di Antonella Olivieri

(REUTERS)

3' di lettura

Qualche giorno fa Carlos Winzer, il capo analista di Moody’s per le tlc europee, ha detto alla Reuters che l’asta per le frequenze del 5G non rischiava ancora di far pressione sul rating di Telecom Italia. La pressione è arrivata però sulle azioni in Piazza Affari, dopo un report di Barclays che ha messo il dito nella piaga, segnalando che la sola offerta (oltre 1,5 miliardi) per il lotto da 80 Mgz nella banda a 3.700 Mhz ha raggiunto il 15% della capitalizzazione di Borsa della società. E non è ancora finita, visto che l’asta (6,2 miliardi di euro la somma provvisoria) non si è chiusa nemmeno ieri.

Le azioni ordinarie non sono riuscite nemmeno a difendere l’argine dei 50 centesimi e sotto quella soglia si sono scatenati i volumi. Segno, secondo gli operatori, che sono scattati gli stop loss, la chiusura delle posizioni lunghe per evitare di perdere ulteriormente. L’ultimo prezzo è stato di 0,4953 euro, il livello più basso da oltre cinque anni: -5,3% rispetto alla chiusura di venerdì, con scambi che hanno interessato 215 milioni di pezzi, contro una media di 127 milioni nell’ultimo mese. Peggio è andata per le azioni di risparmio, che sono arretrate del 7,21% fermandosi a 0,43 euro: 61,7 milioni i titoli senza diritti di voto trattati, pari a due volte e mezzo la media dell’ultimo mese.

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Il problema è che piove sul bagnato. In una situazione già complicata, l’asta del 5G sta raggiungendo quotazioni impensabili. La parte realtiva alla banda 700 mhz si è conclusa con l’assegnazione dei lotti per 680 milioni ciascuno. Barclays ha calcolato che questo corrisponde a 0,57 euro per Mhz e abitante, rispetto a 0,78 euro in Francia e a 0,21 euro in Germania. Ma la gara si è infiammata sulla fascia tra 3,4-3,8 Ghz, “disponibile” da subito, a differenza delle frequenze a 700 mhz che saranno disponibili solo dal 2022 quando gli operatori televisivi che le occupano le libereranno.

Ai dati di venerdì sera, quando le offerte complessive per le frequenze in asta sfioravano già i 6 miliardi e quelle per della fascia alta erano arrivate a 3,8 miliardi, Barclays ha calcolato che il costo per Mhz e abitante era già salito a 0,31 euro, ben oltre il livello dell’asta spagnola - 0,05 euro - e persino di quella britannica, che finora era stata la più dispendiosa con un costo di 0,14 euro per Mhz e abitante. Nessuno è in grado di calcolare oggi i ritorni economici dell’utilizzo di queste frequenze per il 5G, ma chi resta fuori o si aggiudica i lotti più piccoli rischia di rimanere ai margini dei giochi. Fatto sta che, dopo Exane, anche Barclays ha abbassato brutalmente il target price di Telecom, portandolo da 70 a 46 centesimi per le ordinarie, e da 60 a 43 centesimi per le risparmio.

Quel che si è perso di vista comunque, indipendentemente da quale sia la causa, è che il crollo delle quotazioni ha reso impraticabile la conversione delle risparmio, un’operazione che rientrava nei punti programmatici del fondo Elliott e che restava una possibile “merce di scambio” per Vivendi, per cercare di tornare in sella. Promesse scritte sulla sabbia al momento, dato che il diritto di recesso per gli azionisti di risparmio a oggi sarebbe esercitabile a 59 centesimi (la media degli ultimi sei mesi) contro i 43 centesimi della chiusura di Borsa di ieri. Il recesso per gli azionisti sarebbe quindi molto allettante rispetto alla conversione, rendendo l’operazione troppo onerosa per la società. È un’ipotesi dell’irrealtà, ma a queste condizioni il recesso rischierebbe di costare a Telecom fino a 3,5 miliardi. Neanche da pensarci.

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