il riassetto di telecom

Tim, Governo in campo per la rete unica. Di Maio: chiudere entro l’anno

di Antonella Olivieri

Tim chiude in rosso per 800 milioni di euro

5' di lettura

Il Governo scende in campo per favorire l’unificazione delle reti di tlc e promuovere lo sviluppo della fibra che consente velocità di navigazione superiori. A quanto risulta a «Il Sole-24Ore» a giorni, verrà annuciata la creazione di una cornice normativa che aprirà le danze. L’operazione di Governo - che fa perno su Luigi Di Maio, vice-premier e titolare del ministero competente, il Mise - avrebbe già l’accordo della Lega - via Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio - e del ministro del Tesoro Giovanni Tria. L’obiettivo è creare una rete unica tra Telecom e Open Fiber in una struttura che sia in grado di raccogliere le risorse per accelerare la sostituzione del rame. Domenica, parlando a “Non è l'arena” su La7, Di Maio ha sostanzialmente confermato le indiscrezioni sulla volontà di favorire una fusione tra la rete di Tim e quella di Open Fiber. «Stiamo lavorando per creare le condizioni affinché si crei un unico player italiano che permetta la diffusione per tutti i cittadini di internet e banda larga», ha detto, assicurando che «non c'è nessuna volontà di fare espropri proletari, lo faremo dialogando con tutti e pensando ai posti di lavoro. Io credo che entro la fine dell'anno anche il dossier Tim vada chiuso».

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Il Governo, che non può intervenire direttamente su Telecom - dal momento che si tratta di una società privatizzata - è consapevole che - per come sono messe le cose oggi - ci sono 22mila posti a rischio che, secondo le stime fatte, potrebbero salire a 30mila nell’arco di un paio d’anni . E c’è preoccupazione che l’incumbent, con una capitalizzazione di Borsa delle ordinarie scesa sotto gli 8 miliardi, possa diventare facile preda di appetiti esteri: il timore è che si allunghi su Tim l’ombra di Orange (l’azionista di riferimento dell’ex monopolista transalpino è lo Stato francese), che già in passato ha mostrato più volte di essere spettatore interessato.

A Palazzo Chigi sono convinti che sia il momento di agire, considerata la situazione di stallo in cui versa Telecom e la problematicità non risolta del progetto Open Fiber (che deve finanziare la costruzione dell’infrastruttura in fibra senza avere certezze sul numero di clienti, prevalentemente ancora in mano a Telecom), con l’Antitrust in via di rinnovo del vertice.

Cdp è destinata ad avere un ruolo centrale in partita, dal momento che dalla primavera è azionista di Telecom con una quota che sfiora il 5% e in Open Fiber è azionista paritetico al 50% con Enel. La Cassa depositi e prestiti, oggi guidata dall’ex direttore finanziario Fabrizio Palermo, aveva già in tasca - con la precedente compagine governativa - l’assenso a raddoppiare la sua quota nell’ex monopolista tricolore, ma finora non si è mossa né ha mai spiegato perché è entrata in Telecom. In settimana (si veda il giornale di venerdì 9) «Il Sole-24Ore» aveva raccolto indiscrezioni da Roma, secondo le quali Cdp, appunto, parteciperebbe con un ruolo centrale alla costituzione di una newco per le reti unificate con l’ingresso di fondi infrastrutturali come F2i e il disimpegno di Enel, che non ha mai fatto mistero di non gradire «accrocchi societari».

Vivendi non è in cabina di regia, ma c’è la consapevolezza generale che con la sua quota del 23,94% in Telecom, la media company transalpina che fa capo a Vincent Bolloré è in grado di bloccare qualsiasi operazione straordinaria, non fosse altro perché dispone di una pressoché sicura minoranza di blocco nelle assemblee straordinarie dove le delibere sono valide con il sì dei due terzi del capitale presente. E dunque qualsiasi soluzione dovrà trovare anche il gradimento dei francesi, o perlomeno non incontrarne l’ostilità.

Come questo sia possibile senza che a farne le spese sia Telecom è tutto da vedere. I dettagli non sono in questo caso una variabile irrilevante. Fa la differenza infatti che Telecom conservi o meno il controllo della rete, che è il principale asset fisico a garanzia del suo ingente debito. La rete d’accesso che dovrebbe essere scorporata ha un valore implicito nel bilancio Telecom di 15 miliardi, ma poiché non è più in monopolio e gli allacciamenti in Ftth, la fibra fino all’utente finale, vanno a rilento (per quanto a fine anno sia prevista la copertura di 3,5 milioni di unità immobiliari), secondo le stime, senz’altro poco generose, dei concorrenti potrebbe anche valere meno della metà. E fa la differenza che Cdp cresca in Telecom piuttosto che nella newco della rete. Secondo indicazioni che provenivano da Roma - riportate sul «Il Sole-24Ore» di venerdì scorso - un’ipotesi sarebbe quella di far uscire Cdp dal capitale Telecom con la cessione a un terzo soggetto non ostile a Vivendi, recuperando così in parte le risorse per rilevare Sparkle, la società dei cavi internazionali di Telecom che, come la rete d’accesso domestica, è interessata dal golden power.

I sindacati, che il 22 novembre incontreranno il ministro Di Maio, sono già da tempo in allarme per il rischio di uno spezzatino che mortificherebbe l’incumbent nazionale dal glorioso passato (sotto l’egida pubblica era la terza compagnia telefonica al mondo) condannandolo probabilmente a un ruolo di comparsa. D’altra parte la situazione che si è venuta a creare in Telecom sta diventando giorno dopo giorno sempre più insostenibile. I due blocchi azionari - Vivendi da una parte e Elliott dall’altra - non si parlano. Elliott ha provato più volte ad avviare contatti, ma Bolloré è convinto che sia colpa del fondo di Paul Singer se ha dovuto subire la gogna del fermo giudiziario per l’accusa di corruzione internazionale relativa alle attività del gruppo di famiglia in Africa, e dunque non ne vuole proprio sapere. Questo spiegherebbe come mai non si incrocino gli appetiti finanziari dei due azionisti che, almeno nel breve, sarebbero soddisfatti dallo spezzatino.

In questo quadro conflittuale le variabili economiche di Telecom stanno mostrando segni di cedimento. Tant’è che il gruppo è stato costretto a una svalutazione straordinaria di 2 miliardi degli attivi immateriali, che restano comunque una mina vagante da 27 miliardi. La proiezione dei flussi di cassa - effettuata con l’impairment test curato dal professor Enrico Laghi - hanno infatti mostrato uno scostamento di qualche centinaio di milioni sull’Ebitda che era previsto per quest’anno, con un’accelerazione negativa l’anno prossimo. Di quanto lo si vedrà quando sarà presentato il budget 2019 al consiglio Telecom che si terrà a Torino il prossimo 6 dicembre e che sarà preceduto il 26 novembre da un comitato strategico nel quale verranno illustrate le linee-guida. I consiglieri scontenti dei risultati della gestione dell’ad Amos Genish, che era stato scelto dai francesi ma riconfermato dal nuovo board formato Elliott, potrebbero tornare a porre la questione il 6 dicembre. Nel caso in cui Genish fosse sfiduciato, Vivendi sarebbe pronta a convocare l’assemblea per ribaltare un’altra volta il cda. Ma l’entrata in scena del Governo potrebbe rimettere tutto in discussione.

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