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Tim-Open Fiber, un fondo estero per comprare azioni dell’Enel

di Antonella Olivieri


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3' di lettura

Non c’è niente ancora sul tavolo Open Fiber, ma c’è un’idea che sta prendendo piede per sbloccare l’impasse che si è venuto a creare sul nodo del prezzo della società della fibra partecipata pariteticamente da Cdp e Enel. Le stime di enterprise value (equity più debito) di parte Enel arrivano a valutare 2,5 miliardi la società che un paio di anni fa ha rilevato Metroweb - tuttora l’asset portante, perchè la rete di Milano è in sostanza completata - per meno di 800 milioni. Enel valuta invece il progetto, che è già assistito dal projet financing di tre banche di standing internazionale (UniCredit, Bnp e SocGen), dai 6 agli 8 miliardi, dove la differenza sono le sinergie che Telecom potrebbe sprigionare integrando Open Fiber.

Stime inconciliabili, ma c’è una transazione che fa da precedente e che risale alla fine dell’anno scorso, quando Altice, che fa capo a Patrick Drahi, ha trovato tre investitori di lungo periodo - Allianz, Axa e il fondo infrastrutturale canadese Omers - che hanno messo sul piatto 1,8 miliardi per il 49,99% di Sfr Ftth, valorizzando 3,6 miliardi dell’equity della società che è una sorta di Open Fiber transalpina, solo di scala più ridotta. Sfr Ftth, infatti, ha il progetto di collegare in fibra 5 milioni di abitazioni e ne ha collegate 3 milioni, Open Fiber ha un progetto da 19 milioni di abitazioni e ne ha collegate finora 6,5 milioni. Nè Telecom, nè Enel possono smentirsi perchè hanno entrambi azionisti a cui rispondere e sono entrambe quotate. L’idea, che è spuntata in Telecom un paio di mesi fa, è quella di coinvolgere un fondo infrastrutturale internazionale che, mettendoci il quattrino, faccia da “arbitro” imparziale sul nodo della valutazione. Perchè un fondo internazionale? F2i, che fa questo di mestiere e potrebbe mettere sul piatto anche le mille torri di tlc ereditate da Eitowers per le quali in passato c’era stato un interesse dichiarato da Inwit, ha Cdp tra i principali sottoscrittori e in questa partita potrebbe sembrare meno imparziale.

L’idea - che concretamene non è stata ancora spesa sul tavolo - potrebbe essere l’uovo di Colombo. Enel potrebbe ricavare sulla sua quota - che magari potrebbe non monetizzare del tutto - una valutazione più alta di quella che potrebbe pagare Telecom, perchè l’ottica e gli strumenti di intervento di un fondo infrastrutturale sono diversi da quelli di un operatore industriale. Cdp potrebbe concretizzare il proposito di svolgere un’azione stabilizzatrice nell’azionariato di Telecom, perchè scambierebbe la sua quota in Open Fiber con azioni Telecom, rafforzandosi nel capitale dell’incumbent. Per la Cassa guidata da Fabrizio Palermo, che è esposta su entrambi i lati, importa la valutazione relativa più che il valore assoluto, e dunque il concambio che ridefinirà i pesi nell’azionariato. Vivendi potrà dar prova di essere un investitore di lungo periodo interessato alla valorizzazione della società, come professato più volte da Arnaud de Puyfontaine. E l’ad di Telecom, Luigi Gubitosi, chiuderà un’altra partita atavica se l’operazione sarà in grado di creare valore. Il tutto chiamerà di fatto la conversione delle azioni di risparmio, che il mercato aspetta dai tempi della privatizzazione, e che lo stesso Gubitosi ieri in conference call con gli analisti ha detto di essere un progetto sul quale «tutti i principali azionisti» sono d’accordo e che aspetta solo le condizioni giuste per essere realizzato.

Oltretutto, diluendo il capitale ordinario, non dovrebbero esserci problemi si sforamento della soglia d’Opa. Dov’è il punto? Che il progetto industriale condiviso ancora non c’è e che necessariamente il tavolo dovrà essere allargato al potenziale partner finanziario, scelto da Telecom, perchè nessuno metterebbe sul piatto al buio una somma ingente senza aver chiare le condizioni. L’intervento di un fondo infrastrutturale condizionerebbe però in qualche modo l’architettura dell’operazione perchè implicherebbe che, pur con un diverso azionariato, Open Fiber dovrebbe restare una società a sé stante. E la valorizzazione della società della fibra di fatto potrà cambiare a secondo di quanto Telecom deciderà di conferirci, in termini di asset, di clientela e di progetto strategico.

I tempi perciò, come ha fatto capire Francesco Starace, non potranno essere brevi. Il rischio è che possa emergere un’instabilità governativa che potrebbe - anche se nessuno se lo augura - rinviare a tempi migliori la definizione di una questione rimasta aperta da anni, dai tempi in cui si immaginava di sottrarre a Telecom la sua rete, che è la ragione stessa di esistenza di ogni incumbent.

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