via libera del senato

Tim-Open Fiber, il governo punta alla rete pubblica unica e nazionale

di Carmine Fotina


Il progetto di Open Fiber: banda ultralarga in 7000 comuni

2' di lettura

Via libera dell’Aula del Senato all’emendamento al decreto fiscale, già approvato in commissione Finanze, che favorisce con incentivi la creazione di una rete unica tra Tim e Open Fiber. Ma, più del testo che ha avuto il via libera, a colpire è la relazione preparata dai tecnici del governo per spiegare l’impatto delle varie modifiche e contromodifiche presentate in questi giorni prima dai Cinque Stelle poi dalla Lega. Per la prima volta in un documento elaborato dagli uffici governativi - un testo illustrato al Sole 24 Ore da parlamentari della maggioranza - si parla dell’obiettivo di approdare a una rete «pubblica».

Finora si è parlato di un’infrastruttura con una proprietà diversa o sotto controllo di terzi indipendenti rispetto all’«operatore non verticalmente integrato» che potrà nascere dall’aggregazione. Ma in nessun testo finora era comparso l’aggettivo «pubblica», che potrebbe preludere - anche se non viene citata direttamente - al controllo di Cassa depositi e prestiti. Attualmente la Cassa è azionista di Tim con una quota che sfiora il 5% e in Open Fiber è azionista paritetico al 50% con Enel.

Nel documento illustrativo degli emendamenti circolato tra i senatori il carattere pubblico della rete in fibra ottica a banda ultralarga, insieme alla sua unicità e all’efficienza, è considerato l’obiettivo cui deve tendere l’aggregazione volontaria delle infrastrutture. Per farlo, secondo gli uffici del governo, occorre uno schema di intervento che non porti ad accumulare ritardo nello sviluppo della banda ultralarga nel Paese. Per questo era giunto un parere negativo ad alcuni correttivi proposti dalla Lega, ad esempio l’idea di condizionare gli incentivi sulla remunerazione del capitale all’effettiva conclusione del processo di aggregazione e alla verifica da parte di Agcom e Antitrust dei reali vantaggi per il mercato. Un meccanismo ex post come questo, secondo il governo, avrebbe potuto scoraggiare gli operatori interessati.

È rimasto nel testo dell’emendamento finale, invece, l’obbligo per l’Agcom - se dovesse imporre una separazione funzionale - di indicare alla Commissione europea anche i tempi di realizzazione dell’operazione. Così come sono rimasti i due controversi criteri per la determinazione - sempre da parte dell’Agcom - di adeguati meccanismi di incentivo per remunerare il capitale (che secondo vari esperti rischiano di tradursi in aumenti delle tariffe di accesso alla rete). Il primo è il «costo storico degli investimenti effettuati in relazione alle reti di accesso trasferite». Il secondo è la «forza lavoro dei soggetti giuridici coinvolti».

Intanto l’accelerazione sull’emendamento rischia di frenare l’esame che l’Agcom ha avviato sul progetto volontario di separazione legale della rete di accesso presentato da Tim lo scorso marzo(sotto la guida dell’ex ad Amos Genish) ai sensi dell’articolo 50 ter del Codice delle comunicazioni elettroniche.

All’ordine del giorno di domani, 29 novembre, c’è la prosecuzione delle valutazioni sull’analisi di mercato relativa all’accesso ma è difficile pensare che l’iter possa andare avanti come se nulla fosse mentre avanza verso l’ok definitivo una norma che riscrive, per ampia parte, la procedura prevista proprio dall’articolo 50 ter del Codice.

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