Mercati e ambiente

Tinteggiare di verde la propria reputazione può costare caro

di Massimo Greco

(Ap)

3' di lettura

Greenwashing deriva dall’unione di due parole inglesi: green, verde e, per esteso, ecologico; e whitewashing, imbiancatura e, per esteso, il coprire qualcosa da sguardi indiscreti: un camuffamento, insomma, grazie a una bella mano di... verde. È una strategia di comunicazione adottata da un ente per segnalare al mercato una reputazione ecologica delle proprie attività, senza che ciò corrisponda a verità. Il greenwashing può integrare diversi tipi di illeciti: negli ultimi anni ha dato luogo a ipotesi di pubblicità ingannevole, pratiche commerciali scorrette o atti di concorrenza sleale.

Il greenwashing può anche comportare un illecito verso il mercato, dove gli investimenti sostenibili, che hanno per obiettivo la tutela dell’ambiente e del contesto sociale, sono sempre più di moda: secondo alcune ricerche, gli asset di finanza sostenibile sono aumentati di un terzo tra il 2016 e il 2020, con una quota oggi di 35mila miliardi di dollari.

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L’illecito nei confronti del mercato si può configurare quando il greenwashing coinvolga enti con titoli quotati in Borsa e il loro valore crolli a seguito della notizia del comportamento illecito. È successo a settembre quando alcune autorità di controllo dei mercati hanno aperto un’indagine nei confronti di una società di asset management, controllata da una grande banca, con l’accusa di aver dato informazioni non corrette sulle credenziali ambientali e sociali di alcuni prodotti di investimento con etichetta Esg (Environmental, social, and governance).

Negli ultimi anni si è assistito a un proliferare di normativa in materia di Esg di difficile armonizzazione. Queste fonti individuano le modalità di comunicazione delle informazioni c.d. di carattere non finanziario.

Nel nostro ordinamento queste informazioni sono regolate dal D. Lgs. 254/2016 che impone a enti di interesse pubblico (tra cui banche, società emittenti e assicurazioni) di considerevoli dimensioni, di pubblicare una dichiarazione – c.d. di carattere non finanziario – circa le politiche adottate in materia di «temi ambientali, sociali, attinenti al personale, al rispetto dei diritti umani, alla lotta contro la corruzione attiva e passiva che sono rilevanti tenuto conto delle attività e delle caratteristiche dell’impresa…». A livello europeo, il Regolamento (Ue) 2019/ 2088 impone a determinati partecipanti ai mercati finanziari e ai consulenti finanziari di dare un’informativa precontrattuale sui prodotti finanziari con etichetta Esg.

Una pratica di greenwashing – o più in generale la diffusione di un’informazione non finanziaria non corretta – può integrare la violazione degli obblighi di informativa nei confronti degli investitori; e potrebbe configurare – a carico degli organi di gestione e controllo – una responsabilità penale per false comunicazioni sociali ex artt. 2621 e 2622 c.c. e manipolazione del mercato ex art. 185 Tuf. L’investitore che ha subìto un deprezzamento del valore dei titoli per il greenwashing, potrebbe promuovere un’azione di danni nei confronti degli organi di gestione e controllo, ex art. 2395 c.c., e della società stessa, responsabile per i danni arrecati dai suoi organi ex artt. 2043 e 2049 c.c. ed in via diretta ex art. 94 Tuf.

Il danno è il cosiddetto danno da “alterazione informativa” che si basa su alcuni presupposti: una società diffonde, od omette di diffondere, informazioni che abbiano un effetto alterativo sul prezzo del titolo; un investitore acquista il titolo a un prezzo maggiorato rispetto a quello che avrebbe pagato in presenza di un corretto quadro informativo; successivamente al disvelamento al mercato delle informazioni occultate, o alla correzione delle false informazioni divulgate, il prezzo del titolo diminuisce e con esso il valore dell’investimento.

Il danno non sembra potersi ricondurre semplicemente alla differenza di valore del titolo prima dell’alterazione dell’informativa e il valore del medesimo dopo il disvelamento: occorrerebbe tenere presente alcuni metodi, tra cui quelli dell’event study e dei confounding event, che valutano altre circostanze – oltre alla falsa informazione – che possano avere influito sulla perdita di valore del titolo in Borsa.

La giurisprudenza si è occupata di queste vicende e il criterio di liquidazione è stato talvolta indicato nella minusvalenza risultante dalla differenza tra il prezzo d’acquisto del titolo e il prezzo che l’investitore avrebbe conseguito se avesse venduto nei 15 giorni lavorativi successivi al disvelamento: questo tempo permette al mercato di “digerire” nel prezzo di Borsa del titolo le conseguenze del disvelamento dell’informazione non corretta. La sfida si giocherà nel provare l’effettiva violazione dell’obbligo informativo, considerando che al momento non è stata ancora emanata la normativa che disciplinerà i parametri che devono essere rispettati per fornire informazioni Esg: oggi è ancora piuttosto rischioso affidarsi ai rating Esg ed è difficile comprendere quando un parametro Esg è stato violato. La capitalizzazione di Borsa di società di asset management di cui sopra è crollata di un miliardo di euro: il greenwashing può costare caro.

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