mirabilia italiae

Tintoretto torni a San Marco

di Salvatore Settis

. La Sala Capitolare con la pala originaria di Palma il Giovane sull’altare e le pareti laterali prive delle tele di Tintoretto, oggi divise tra Milano e Venezia

5' di lettura

Leggendo l’ultimo volume della collana «Mirabilia Italiae», ma anche solo sfogliandone l’Atlante fotografico, la Scuola Grande di San Marco di Venezia mostra luminosamente l’unità della sua concezione e della sua esecuzione. Unità che si dispiegò attraverso più generazioni, come un canto corale nel quale le sculture della facciata, i teleri delle due grandi sale, i soffitti e ogni altra decorazione interagivano fra loro, nonostante le differenze di data, di tecnica e di mano. La ricomposizione del gran partito decorativo che caratterizzò per secoli la Scuola, proposta in questi volumi, rende ancor più evidenti e dolorose le lacune attuali. La facciata che - nonostante danni minori risalta tuttavia nella sua originale partitura di esemplare eleganza - contrasta duramente con le dispersioni e svuotamenti degli interni. La Sala dell’Albergo, fotografata nel suo allestimento presente secondo la formula di questa collana, consente di ripercorrere il programma iconografico d’origine, ma solo grazie alle riproduzioni fotografiche a colori in scala 1:1 collocate pochi anni fa al posto delle sette tele originali, delle quali due sono oggi nella Pinacoteca di Brera a Milano (il Battesimo di Aniano di Giovanni Mansueti e la Predica di San Marco ad Alessandria di Gentile e Giovanni Bellini) e le altre cinque si trovano nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia (la Burrasca di mare di Palma il Vecchio e Paris Bordon, la Guarigione di Aniano di Giovanni Mansueti, le Tre storie di San Marco di Giovanni Mansueti e Vittore Belliniano, il Martirio di San Marco di Giovanni Bellini e Vittore Belliniano e la Consegna dell’anello di Paris Bordon).

Un disorientamento ancor maggiore ci coglie quando entriamo nella Sala Capitolare, dove sull’altare della cappella troviamo - è vero - la pala originaria di Palma il Giovane, ma dei grandi teleri che erano tutto intorno ne vediamo solo quattro originali, tutti di Domenico Tintoretto, appesi però in un ordine del tutto arbitatrio. Gli altri teleri originali, dipinti da Jacopo Tintoretto, si trovano oggi anch’essi divisi tra Brera (i Miracoli di San Marco) e l’Accademia di Venezia (il Miracolo dello schiavo, il Trafugamento del corpo di San Marco e San Marco salva un saraceno). Il Sogno di San Marco di Domenico Tintoretto, infine, fu anch’esso collocato all’Accademia, ma solo perché allora (1924) era attribuito al padre, Jacopo.

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Come si vede, i vasti e coerenti cicli della Scuola, alta testimonianza d’arte e di pietà, furono trattati come articoli di magazzino da cui pescare liberamente, prima per il Musée Napoéon (ma quei quadri poi rientrarono a Venezia), poi per Brera, e infine per l’Accademia. Alla Scuola sono tornati finora solo la pala d’altare (che era finita in una chiesa del Bellunese) e i quattro Domenico Tintoretto (che erano finiti in una chiesa di Murano). Le collocazioni museali a Brera e a Venezia sono state considerate più prestigiose, mentre i quadri lasciati nelle sale della Scuola finiscono con l’essere non tanto segmenti del ciclo originario bensì un casuale salon des refusés. Il contesto originario delle tele, quello per cui furono create e che ne dichiara la concezione unitaria custodita di generazione in generazione, e per così dire di pennello in pennello, è dunque diventato nel tempo meno importante dei processi di musealizzazione e decontestualizzazione delle opere d’arte.

Si pone dunque una domanda decisiva: dobbiamo continuare ad accontentarci di guardare i teleri della Scuola Grande di San Marco divisi nelle tre collocazioni e nelle due città in cui sono oggi dispersi, osservandoli uno per uno come fossero quadri da cavalletto? Tale domanda evoca due temi importanti: quello della repatriation delle opere e quello della riproduzione di originali assenti. Se non si vuole lasciare passivamente le cose come stanno, nel caso della Scuola Grande di San Marco tre potrebberoo essere le alternative. Prima alternativa: si può provare a rimettere in situ tutte le tele, anche quelle dell’Accademia e di Brera, visto che in questo caso tutte sono di proprietà pubblica, e nessuna si trova più fuori dai confini nazionali. Seconda alternativa: si può immaginare una ricostruzione “mista” aggiungendo ai cinque quadri originali che già ora sono nella Sala Capitolare la copia di tutti gli altri, e realizzando le copie dei sette teleri della Sala dell’Albergo (o portando qui le tele dell’Accademia, e aggiungendovi in copia quelle di Brera). O ancora (terza alternativa), secondo una concezione purista che rifiutasse ogni mescolanza di originali e copie, si può pensare di museificare le cinque tele originali ora nella Sala Capitolare, ricostruendo poi quel ciclo e quello dell'Albergo esclusivamente con copie.

Dopo trattative iniziate nel 1936, il ministro Giuseppe Bottai e il direttore delle Gallerie dell’Accademia Vittorio Moschini avevano concordato nel 1942 un progetto di riallestimento delle tele originali nelle due Sale della Scuola, e fu solo il precipitare degli eventi bellici che impedì di porre in opera una ricostruzione da tanti auspicata. Uno studio accurato delle trattative allora condotte (comprese quelle con Brera e la Soprintendenza lombarda, che certo vi furono) e dei progetti allora compilati o iniziati sarebbe utile per valutare meglio quelle iniziative e le cause del loro fallimento. Ma un punto è chiaro comunque: se ripensiamo alle tre alternative sopra descritte (pieno ripristino degli originali, totale sostituzione con copie, allestimento misto di originali e copie), la prima, il totale risarcimento con gli originali dei due cicli-cardine della Scuola Grande di San Marco, si presenta come perfettamente praticabile, come già lo era nel 1936.

La pubblicazione del volume Panini sulla Scuola Grande di San Marco può essere l’occasione per riaprire su questo punto una seria discussione. La piena fattibilità tecnica e giuridica di questo tardivo risarcimento non è di per sé sola un argomento sufficiente. Chiediamoci piuttosto se l’opportunità di curare oggi le ferite al patrimonio della Scuola sia opportuna e tempestiva in termini di politica culturale. La domanda è dunque: in una città come la Venezia di questi anni, che ha perso centoventimila abitanti in pochi decenni e continua a perderne mille ogni anno, e che rischia di smarrire la sua memoria storica e il senso del proprio destino, non sarebbe forse un gesto di speranza nel futuro restituire alla Scuola intitolata a San Marco (il Santo di Venezia) lo smalto e il prestigio che essa aveva saputo costruire per se stessa e per la città? I forti principi di etica e solidarietà sociale che, intrecciati con le pratiche della pietà, formarono la vita della Scuola e ne generarono le espressioni artistiche non possono forse valere, oggi e domani, come una riserva di energia civile? Le tele che nelle sale per cui furono dipinte potrebbero riannodare, fra loro e col pubblico, un dialogo che pareva spento, non sono forse messaggeri sufficienti, da tanto passato, per un futuro che ne sia degno?

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