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Tlc, la guerra delle tariffe pesa su bilanci e alleanze

di Andrea Biondi

Tlc, Spada(CFWA): col fixed wireless banda ultralarga per tutti

8' di lettura

Non si è scomposto qualche giorno fa il ceo Tim, Amos Genish, alla richiesta di un commento sullo sbarco di Iliad in Italia. «Offerta aggressiva, ma non rivoluzionaria», ha detto pur aggiungendo: «Nei prossimi mesi vedremo cosa succederà».

Il 29 maggio 2018 – giorno dell’avvio delle attività della compagnia francese in Italia – non è una data qualsiasi per le tlc nel Paese. Settore che deve fare i conti con un contesto competitivo che può far felici i consumatori, ma un po’ meno il business delle compagnie, alle prese con un ambito produttivo maturo (nel mobile in Italia Agcom ha censito 84 milioni di schede “human”: più della popolazione italiana) e capital intensive, con necessità di elevati investimenti per stare al passo.

Prezzi giù, alti investimenti
Sugli investimenti l’associazione di categoria Assotelecomunicazioni-Asstel ogni anno alla presentazione del suo Rapporto non manca di sottolineare l’impegno delle telco: 6,5 miliardi nel 2016 (ultimo dato disponibile) con un’incidenza del 20% sui ricavi. Dato in linea con quello del mercato francese e superiore a quello dei principali operatori in Gran Bretagna, Spagna, Germania e Stati Uniti. A questi numeri ora andrà aggiunto lo sforzo per le frequenze 5G, con un conto non inferiore ai 2,9 miliardi. Insomma un impegno finanziario in più in un contesto diventato maggiormente competitivo con l’ingresso del nuovo operatore Iliad. E comunque se l’impatto della compagnia francese in Italia sarà tutto da verificare sul campo – e non certo a un mese dall’avvio – è altrettanto vero che alcuni effetti non hanno tardato a palesarsi. Vodafone, per esempio, ha lanciato venerdì il suo second brand low cost «ho.», seguendo l’esempio di Tim con la sua «Kena» partita a marzo 2017. Il panorama si è poi affollato di offerte «winback» per recuperare i clienti andati via, o «operator attack» appositamente pensate per strappare clientela a operatori mirati.

MONDO

(Fonte: Bloomber; Key4biz)

MONDO

Sfida all’ultima tariffa
L’approdo in Italia di questo quarto operatore “infrastrutturato” e quindi dotato di rete propria – voluto dalla Ue come “rimedio” per dare l’ok al matrimonio fra Wind e 3 Italia – è avvenuto con qualche mese di ritardo. Era previsto nel corso del 2017 ed è invece a fine maggio che la compagnia francese ha tagliato il nastro. In fondo il timing è da considerare tutt’altro che sfavorevole, visti i rapporti tesi fra compagnie telefoniche e mondo dei consumatori ai minimi storici dopo la tormentata vicenda delle tariffe a 28 giorni. Su questo capitolo Tim, Vodafone, Wind Tre e Fastweb si sono viste bacchettare da Agcom e Antitrust. A fine legislatura è intervenuto con una legge anche il Governo Gentiloni per scongiurarne l’utilizzo futuro. In questo clima l’ad di Iliad Italia, il 30enne torinese Benedetto Levi, il 29 maggio scorso ha dato fuoco alle polveri in una presentazione a mo’ di “Vaffa Day” delle tlc, con un’elencazione di quelli che sono stati esposti come vizi e peccati della telefonia in Italia contro i quali la compagnia francese si è proposta come “la” alternativa con la sua tariffa a 5,99 euro al mese.

Lo slittamento di qualche mese dell’arrivo di Iliad sul mercato italiano ha comunque permesso alle compagnie telefoniche di preparare le contromosse. Un’indagine del sito “SosTariffe.it” ha evidenziato come durante l’ultimo anno le offerte dei principali operatori abbiano subito un calo medio dei prezzi del 9,8%, con pacchetti diventati al contrario più ricchi. «Crescono i Giga offerti ai clienti, per navigare senza pensieri o aggiornare i social (+64,76%), non si contano gli sms a disposizione (+71,24%) anche se, di fatto se ne inviano sempre meno e aumentano anche i minuti (+23,33%)», si legge nello studio. In realtà anche sul tema prezzi, come sugli investimenti, dalle telco viene spesso ricordata la discesa dei prezzi dei servizi di tlc in Italia che c’è stata in passato, fotografata anche da Agcom: 14 punti percentuali in meno fra 2012 e 2016, in controtendenza rispetto al complesso delle utilities, e -42,9 punti percentuali nel periodo 2001–2017, rispetto a -19,3 punti della media Ue.

EUROPA

Quote di mercato dei principali operatori. Valori in % (Fonte: Ovum e Agcom 2017)

EUROPA

Risultato? Da fonte Deutsche Bank si legge che in 6 anni, dal 2010 al 2016 il ricavo medio per utente nel settore della telefonia mobile in Italia è sceso del 37% in Italia rispetto al -29% in Francia. E ora con Iliad? Goldman Sachs in un report del 29 maggio ha giudicato sostanzialmente morbide le scelte di pricing dei francesi unitamente alla decisione per il momento di concentrarsi sul mobile senza impegnarsi sul fisso. Per gli analisti di Mediobanca Securities in qualche trimestre diventerà ancora più chiaro agli investitori che «non ci si trova dinanzi a un game changer». Il rischio è invece quello del «more for same»: più dati e pacchetti più nutriti senza ulteriori remunerazioni per le telco.

ITALIA

Quote di mercato mobile. Dati dicembre 2017, in % sim complessive (Fonte: Agcom)

ITALIA

Secondo l’agenzia di rating Fitch, Iliad metterà i prezzi sotto pressione, ma è improbabile che ci sia un impatto pari a quello visto in Francia quando la società ha iniziato a operare nel 2012. Anche perché, ricorda Fitch, in Italia Iliad non ha un marchio consolidato, non ha canali distributivi o una base clienti derivante dalla linea fissa. E su questi punti gli operatori storici possono far valere la loro presenza consolidata. Per l’agenzia le principali telco hanno quindi spazio per mantenere i loro rating: Vodafone BBB+/Stabile, Telecom Italia BBB-/Stabile e Wind-Tre B+/Positivo. La sostenibilità stessa del business Iliad rimane sotto osservazione. Ma la compagnia francese ha già fatto sapere che ha un modello con il quale il pareggio arriverà anche con una quota di mercato inferiore al 10%.

La tegola sul business
A ogni modo le telco non sono dinanzi a un passaggio indolore. Prendendo a esempio le stime Equita, attorno al 2020 Iliad dovrebbe raggiungere 5 milioni di linee, sottraendo customer base a Tim e Vodafone più o meno in egual misura e con un impatto più forte invece su Wind Tre. A quest’ultima conclusione arriva anche un report del 30 maggio di Deutsche Bank che stima per Iliad 1,7 milioni i clienti a fine anno e 6,3 milioni al 2020. E se nel 2022 Iliad dovesse raggiungere una quota di mercato del 10,3%, la perdita di market share sarebbe di 1,9 punti percentuali per Tim; 1,6 per Vodafone; 3,7 per Wind Tre e 3,2 per gli operatori virtuali (Mvno: i più rilevanti in Italia sono Poste Mobile e Fastweb).

Occhi puntati ovviamente anche sui ricavi da servizi mobili. E se li si considera un po’ come il termometro di salute industriale del comparto le notizie in arrivo non sono poi tanto di conforto. Sul full year Deutsche Bank stima un calo del 2,8% nel 2018. I dati ufficiali di bilancio per ora ci dicono di un +3,7% per Tim a gennaio-marzo nel primo trimestre; -1,5% di Vodafone Italia a gennaio-marzo; -7,1% di Wind Tre. È vero che fisso e convergenza possono aiutare i conti come è vero che Wind Tre si gioverà degli introiti da roaming di Iliad che con l’operatore ha un accordo in tal senso. Non può tuttavia sfuggire che nel 2012 i ricavi da servizi erano superiori ai 17,7 miliardi. A fine 2015, a valle di una fortissima guerra al ribasso dei prezzi ma anche a causa del colpo mortale inferto da WhatsApp e servizi di messaggistica al redditizio business degli sms, erano andati in fumo 4,6 miliardi. Da allora il mercato, nonostante il segno più del 2016, non si è mai veramente ripreso.

LO SCENARIO

Evoluzione del mercato italiano mobile dopo l’arrivo di Iliad (Fonte: Deutsche Bank Ag / London)

LO SCENARIO

Iliad spariglia le carte
«Se Iliad ha intenzione di investire in maniera strutturata e sistematica sulla rete e sul servizio diventerà un concorrente importante sulla base clienti», commenta Fabrizio Pascale, Partner e Mediterranean Tmt Leader EY. «I primi numeri ci danno una previsione che Iliad possa arrivare a fine giugno già con 450-500mila clienti, che non sono pochi», dice dal canto suo Claudio Campanini, managing partner AT Kearney. «A ogni modo – aggiunge – in un mercato dove ogni operatore investe tra i 600 e i 900 milioni di euro all’anno in tecnologie mobili, non credo che l’operatore francese sia in grado di mettere sul tavolo le stesse cifre se vorrà avere dei ritorni dall’ingresso sul mercato italiano. Ovvio che per il Paese rimane il rischio che l’impatto forte sui ricavi di nuovi punti prezzo possa ridurre la capacità di investimento di tutti».

Consolidamento obbligato
Tutto questo proprio in un momento di cambio tecnologico importante. E in un momento in cui è ritornato – ma in realtà non è mai scomparso dalla scena – il tema della necessità di un consolidamento, per dare una sostenibilità al business non solo italiano, ma europeo e mondiale. Il matrimonio fra Wind e 3 Italia rispondeva a questa logica. La conditio sine qua non posta dall’Antitrust Ue per l’ingresso di un quarto operatore – Iliad appunto che l’ha spuntata su Fastweb – ha depotenziato i vantaggi della fusione. Allargando lo sguardo, c’è però un aspetto che balza agli occhi. Negli Stati Uniti il mercato delle tlc è dominato da quattro compagnie: AT&T, Verizon, T-Mobile e Sprint. Due di queste – la T-Mobile di Deutsche Telekom e la Sprint della giapponese Softbank – stanno ora tentando il matrimonio. In Cina le compagnie, statali, sono tre: China Unicom, China Mobile e China Telecom. In Europa? Ci sono ancora più di 100 player locali. Il dato di partenza è ineludibile per qualsiasi ragionamento sul futuro delle tlc, con la consapevolezza che quello sul quale ci si sta affacciando è un periodo spartiacque. Un segnale di transizione è arrivato da Vodafone Group. Nelle scorse settimane si è lanciata in un’operazione che sarà l’ultima della gestione Colao: l’acquisizione delle attività di Liberty Global, operatore via cavo in Germania, Repubblica Ceca, Ungheria e Romania, per 18,4 miliardi di euro. Il quadro in cui va letta l’operazione Vodafone-Liberty è da analizzare con grande attenzione. Mai come oggi, con una scena dominata dai giganti del web - Facebook, Google, Apple, ma anche Amazon - il consolidamento è visto come sfida fondamentale.

Il freno di bruxelles
La Commissione Ue non è stata di aiuto in questi anni. Nel 2015 è fallito il piano di fusione tra il primo operatore mobile in Svezia e Finlandia, TeliaSonera e la più grande azienda norvegese Telenor. L’anno dopo Bruxelles ha detto no al matrimonio tra O2 e Three Uk, bloccando l’acquisizione da 10,5 miliardi di sterline proposta da Hutchison sull’operatore mobile controllato dalla spagnola Telefónica nel Regno Unito. Niet che la Ue ha pronunciato motivandoli con l’interesse dei consumatori. Di certo le compagnie telefoniche da tempo hanno lanciato segnali della necessità di consolidamento, in un settore che in Europa pesa non più dell’11% sul totale del business mondiale, secondo gli ultimi dati dell’associazione Etno che raggruppa i principali player del settore. Consolidamento che porta inevitabilmente a riorganizzazioni e di solito a riduzioni di organico: questa settimana Deutsche Telekom ha annunciato il taglio di 10mila persone dalla controllata T-Systems. È vero che in Europa qualche acquisizione nel tempo c’è stata. In Spagna qualche anno fa Jazztel è stata comprata dalla francese Orange .In Gran Bretagna l’operatore EE è entrato in BT Group. Ma i “no” hanno prevalso. Ora gli occhi sono puntati sulla Francia, dove l’Arcep, l’autorità francese di regolamentazione, ha aperto la porta a ipotesi di consolidamento fra operatori. Ue permettendo però. Alcuni segnali non fanno però pensare a un cambio di passo. Un banco di prova sarà il merger proposto fra T-Mobile e Tele2 nei Paesi Bassi lo scorso dicembre: dieci giorni fa la Ue ha disposto una «in-depth investigation». Facile che torni alla memoria il travaglio di Wind e 3 Italia.

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