giustizia

Toghe, chi viene eletto non potrà più ritornare in magistratura

di Giovanni Negri


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(Fotogramma)

3' di lettura

Come sempre bisogna intendersi. Non sarà la grande riforma della giustizia. Ma i 51 articoli del disegno di legge messi a punto dal ministero in vista della presentazione già la prossima settimana in Consiglio dei ministri toccano una pluralità di materie. In parte attraverso deleghe, su procedura penale e civile, riforma ordinamentale della magistratura e misure per la riduzione della durata dei processi, rapporti tra magistrati e politica con limiti che metteranno un argine definitivo alle “porte girevoli”; in parte attraverso disposizioni destinate a entrare subito in vigore sulla costituzione e funzionamento del Csm.

Soffermandoci su queste ultime (in parte anticipate sul Sole di domenica scorsa), il dichiarato obiettivo dell’intervento è di «contrastare l’emergente, patologico, fenomeno del “correntismo” nella magistratura, allentando il legame tra contesto associativo ed eletti nell’organo di autogoverno». Il numero dei componenti inananzitutto tornerà a 30 (20 togati e 10 eletti dal Parlamento), puntando a rendere più funzionale e veloce l’attività di un Consiglio, al quale comunque verranno sfilate le nomine dei semidirettivi per affidarle a provvedimenti di coordinamento approvati dai capi degli uffici.

Il sistema elettorale prova a tenere insieme il rispetto del dato costituzionale che prevede comunque l’elezione dei componenti togati con l’elemento del sorteggio che il ministero ritiene determinante per depotenziare l’influenza dei gruppi associativi. Nel dettaglio, l’elezione da parte dei magistrati ordinari dei 20 componenti del Csm avverrà con voto segreto in 20 collegi. L’individuazione dei membri eletti sarà scandita da 2 fasi, la prima indirizzata a eleggere i magistrati destinati a far parte del Consiglio dopo sorteggio, la seconda diretta ad effettuare il sorteggio dei magistrati componenti. In ogni collegio sono eletti i primi 5 magistrati che hanno però totalizzato almeno il 5% dei voti.

Netta l’ostilità all’ipotesi prospettata da parte dell’Anm che, in una nota diffusa ieri, sottolinea i dubbi di legittimità costituzionale del sorteggio, bollato come una soluzione che frustra «ogni principio di rappresentatività» ed equivale a una «dichiarazione di sfiducia nei confronti dei magistrati italiani» da parte di un ministro che invece più volte aveva dichiarato l’esatto contrario.

Quanto al rapporto tra politica e magistratura, la scelta fatta, per ora con una delega, è di impedire in maniera drastica il rientro in magistratura per le toghe che hanno ricoperto gli incarichi politici ritenuti di maggiore rilevanza (parlamentare nazionale o europeo, componente del Governo, sindaco in Comuni con più di 100.000 abitanti). In questi casi, alla scadenza o alla cessazione del mandato, il magistrato sarà ricollocato nei ruoli amministrativi della propria o di altra amministrazione, conservando il trattamento economico che aveva al momento della presentazione della candidatura.

Ma limiti sono introdotti anche per chi si candida e non viene poi eletto, lo “stigma” della militanza politica si sconterà con un periodo di 5 anni da trascorrere nei ruoli amministrativi; dopo questo periodo diventerà possibile il ricollocamento in ruolo, ma in un distretto diverso da quello nel quale la candidatura è stata presentata.

Sempre una delega vede tornare in primo piano le circoscrizioni giudiziarie. C’era da aspettarselo, per certi versi, visto che si trattava di un punto del contratto di Governo. Ora torna di attualità, con l’obiettivo di realizzare risparmi di spesa e misure di specializzazione e la previsione esplicita di futuri interventi sulla geografia giudiziaria da realizzare attraverso «l’attribuzione di porzioni di territori a circondari limitrofi, secondo criteri oggettivi e omogenei». Quali? La norma mette l’accento su sopravvenienze, carichi di lavoro, numero degli abitanti ed estensione del territorio, «valorizzando comunque la specificità territoriale del bacino di utenza, nonché la necessità di razionalizzare il servizio giustizia nelle grandi aree metropolitane».

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