la storia e lo sport

Tokyo 1940, l’altra Olimpiade svanita del Giappone

Nei giorni in cui l’emergenza coronavirus ha portato – fra le altre cose - al rinvio delle Olimpiadi di Tokyo all’anno prossimo, torna utile riandare ai giorni di quei Giochi nipponici che mai videro la luce, facendo precipitare molti degli eroi sportivi di quella nazione dalla lotta per una medaglia olimpica a quella in una trincea, da cui in molti neppure tornarono

di Dario Ricci

Olimpiadi Tokyo spostate al 2021, arriva l'annuncio ufficiale

Nei giorni in cui l’emergenza coronavirus ha portato – fra le altre cose - al rinvio delle Olimpiadi di Tokyo all’anno prossimo, torna utile riandare ai giorni di quei Giochi nipponici che mai videro la luce, facendo precipitare molti degli eroi sportivi di quella nazione dalla lotta per una medaglia olimpica a quella in una trincea, da cui in molti neppure tornarono


4' di lettura

I Giochi Olimpici estivi del 1940 a Tokyo, quelli invernali a Sapporo. Così nel luglio del 1936, a Berlino, il Comitato Olimpico Internazionale assegnò le Olimpiadi (che fino al 1992 disputeranno nello stesso anno l’edizione estiva e invernale) al Giappone, per la prima volta nella sua storia (e per la prima volta all’Asia). Poco più di un anno dopo, nel settembre 1937 a Losanna, moriva colui che i Giochi aveva voluto farli rinascere, almeno nella sua versione moderna: il barone Pierre De Coubertin. Un momento di svolta, nella storia del mondo e dell'olimpismo, con il secondo conflitto mondiale alle porte e la guerra cino-giapponese che iniziata nel luglio del 1937 avrebbe ben presto privato il Paese del sol Levante del suo sogno olimpico, sacrificato sull'altare dell'espansionismo totalitarista.

Ebbene, proprio nei giorni in cui un'altra “guerra” (altrettanto cruenta e dall'esito imprevedibile, seppur combattuta contro un nemico generalizzato e invisibile) ha portato – fra le altre cose - al rinvio delle Olimpiadi di Tokyo2020 all’anno prossimo, torna utile riandare ai giorni di quei Giochi nipponici che mai videro la luce, facendo precipitare molti degli eroi sportivi di quella nazione dalla lotta per una medaglia olimpica a quella in una trincea, da cui in molti neppure tornarono.

I Giochi dell'Asse
Berlino nel 1936, Tokyo nel 1940, e poi Roma nel 1944. Le strategie della politica sportiva dei totalitarismi avevano disegnato questo ipotetico scenario. Progetto che proprio le mire espansionistiche degli stessi mandarono in frantumi: già il 16 luglio 1938 il Giappone rinunciò alle proprie Olimpiadi, per continuare il conflitto con la Cina: il Cio quindi riassegnò le Olimpiadi estive a Helsinki e quelle invernali a Garmisch-Partenkirchen (pur di fronte alla già avvenuta annessione, da parte della Germania, dell'Austria, dei Sudeti e della stessa Cecoslovacchia). Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale spazzò via anche il progetto olimpico dell’Italia fascista; progetto che ben avrebbe potuto realizzarsi proprio nel 1940, sen fosse stato lo stesso Duce a frenare – dopo la visita nella capitale dell'ambasciatore giapponese e membro Cio Sugimura - la lanciatissima candidatura di Roma, per non dispiacere quello che di lì a breve sarebbe diventato strategico alleato sui fronti di tutto il mondo. Ma a farsi da parte non fu solo Roma, ma anche Londra, che fece un passo indietro su pressione delle autorità politiche, interessate a difendere gli interessi e i territori imperiali in Asia. Non a caso alla notizia della scelta di Tokyo come città olimpica, il ministro degli esteri giapponese Arita inviò un dispaccio di ringraziamento ai colleghi britannici, ribadendo l'amicizia tra i due Imperi.

Enfasi e orgoglio
Decine di milioni di yen stanziati dal governo del primo ministro, il principe Fumimaro Konoe, 17 nuovi dipendenti al comitato sportivo, 33 alla gestione del nuovo stadio olimpico (da 100mila spettatori, sarebbe sorto nei giardini di Komazawa), altri 58 alla commissione che si occupava delle attrezzature. Il Giappone non aveva risparmiato denari e volontà, per dare sostanza al progetto olimpico di Tokyo 1940. Idee, risorse e uomini, dovevano rappresentarne il fulcro: ecco quindi il coinvolgimento dell'artista Sanzo Wada per la realizzazione del manifesto (con la figura stilizzata di un atleta che fa il saluto romano), o l’ingaggio di Werner Klingeberg, che si era occupato della logistica delle trionfali Olimpiadi di Berlino 1936. Tutto vano, però. Il braciere olimpico, nel cielo di Tokyo, quel 21 settembre 1940 (data d'inizio prevista per la XIIª Olimpiade) non si accese mai.

Dal podio alla trincea
La guerra (o meglio, le guerre…) fecero tramontare l'ambizione olimpica di un popolo, e anche di molti dei suoi eroi sportivi. Nella leggenda era a quel tempo già entrata una velocissima ala destra della nazionale di calcio nipponica, Akira Matzunaga. Fu proprio lui infatti – calciatore-studente appena 22enne – a segnare, il 4 agosto del 1936 la rete decisiva che sancì la clamorosa rimonta dei nipponici contro la strafavorita Svezia, battuta per 3 a 2 (dopo essere stata avanti per 2 a 0!) nel primo turno dei Giochi berlinesi. «Il miracolo di Berlino», è ancora oggi chiamata, quella partita, nell'epica del football nipponico, e a dar la misura dell'impresa si veda invece il sonoro 8 a 0 con cui Matzunaga e compagni capitolarono, pochi giorni dopo, contro l’Italia di Vittorio Pozzo, lanciata verso l'unico oro olimpico della sua storia. Matzunaga, appena 28enne, trovò la morte nella battaglia di Guadalcanal, nel gennaio 1943.

Alla vigilia del Natale del 1941, nella battaglia dell'isola di Wake, morì invece il 27enne Sueo Oe, astista bronzo olimpico sempre a Berlino'36: in quell'occasione Ōlui ed il suo compagno di squadra Shuhei Nishida, si rifiutarono di competere l'uno contro l'altro per stabilire il podio della competizione, e così Nishida fu arbitrariamente premiato con la medaglia d'argento, mentre a Sueo toccò il bronzo. Al loro ritorno in Giappone, i due atleti tagliarono le loro medaglie a metà e ne crearono altre due presso un gioielliere, unendo i due metalli in due medaglie metà in argento e metà in bronzo, che chiamarono “medaglie di amicizia”.

Scolpita nel mito, e sancita anche dallo splendido film di Clint Eastwood Lettere da Iwo Jima è, infine, la figura di Takeici Nishi, fenomenale cavaliere oro olimpico a Los Angeles nel 1932 nel salto a ostacoli, in sella a Uranus, un hunter irlandese probabilmente acquistato a Roma presso la celebre Scuola di Equitazione di Campagna di Tor di Quinto, nota nel mondo proprio per quegli animali particolarmente abili nel salto degli ostacoli. In sella a Uranus, Nishi incanta e trionfa a Los Angeles 1932, dove entra in contatto col jet-set di Hollywood. Non si ripeterà a Berlino, quattro anni dopo (per una inopinata caduta che, guarda caso, favorì l'ein plein vincente nell'equitazione dei padroni di casa tedeschi…). Nishi, come raccontato appunto (seppur in forma edulcorata ed enfatizzata) morirà 42enne nel marzo del 1945, durante la battaglia di Iwo Jima, divenendo il simbolo di quel Giappone che, salito alla più alta gloria olimpica, si ritrovò inghiottito dall'abisso della guerra.

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