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Tokyo e le forche caudine dei controlli

Alla faccia delle misure anti assembramento agli aeroporti della capitale giapponese si registrano code interminabili per i check point anti Covid-19, una gincana che può durare anche sette ore

dal nostro inviato Marco Bellinazzo

(lazyllama - stock.adobe.com)

2' di lettura

Le prime medaglie di Tokyo 2020 le meriterebbero coloro che escono indenni dalle forche caudine dei controlli aeroportuali messi in piedi dall’amministrazione giapponese per assicurare Giochi a tenuta stagna (senza peraltro riuscirci visto il moltiplicarsi di contagi). Alla faccia delle misure anti-assembramento, infatti, per tutti gli “stranieri” – atleti, tecnici, sponsor e giornalisti – che atterrano allo scalo di Haneda o negli altri aeroporti cittadini non c’è scampo: tutti indistintamente incanalati in un’interminabile coda fra le vetrate di quello che appare come un gigantesco acquario.

La via crucis delle dieci stazioni

Un’infinita e defatigante gincana tra corridoi transennati che può durare tra le quattro e le sette ore, e dove può capitare di imbattersi in almeno dieci “stazioni”, dietro cui zelanti ragazze e ragazzi schermati da paretine in plexiglas sottopongono i malcapitati viaggiatori a pedanti interrogatori. Viaggiatori che, si badi bene, a differenza dei giapponesi restii al vaccino, di norma sono già coperti con doppia dose e in possesso di due tamponi molecolari negativi eseguiti a 96 e 72 ore dalla partenza.

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Tanta pazienza

Per carità, la pazienza delle delegazioni, per prima quella degli atleti, è tanta. Nessuno si prende la briga di sbuffare, rispettando le sacrosante ragioni del contrasto alla pandemia. Tuttavia, passando da stand a stand si finisce a un certo punto con il perdere qualunque coordinata logica e capita che ci si senta domandare per quattro o cinque volte i dati anagrafici o quelli legati allo stato di salute ovvero che si debbano esibire più volte gli stessi documenti: il passaporto, i questionari, il cosiddetto written pledge – in rigoroso giapponese – ovvero i codici qr da scaricare da balbettanti app, come la già mitologica Ocha (Online check-in and healt report App), e con buona pace per l’europeo green pass neppure degnato di uno sguardo.

La lotteria dell’anticovid

Insomma, si ha l’impressione che con una logistica meno complessa e con un po’ di elasticità in più ce la si potrebbe cavare con tempi dimezzati. E con meno ansie. Come quella che coglie il viaggiatore quando snervato e distrutto giunge infine alla stazione dell’analisi salivare e si ritrova sospeso per decine di minuti in una specie di lotteria dell’anti-Covid, a fissare un televisore che rovescia numeri su numeri, nella speranza di veder comparire quanto prima quello della propria provetta. Perchè se il numero tarda ad apparire sono guai. Altro che la petulanza del servizio immigrazione. Tocca fare i conti con i funzionari deputati alla quarantena pronti a sbatterti in un Covid-hotel per un paio di settimane. E se sei un atleta, l’Olimpiade è bella che finita prim’ancora di mettere piede in città.

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